INTERVISTA A LEO NUCCI

Leo-Nucci-494104MBDGIl Leone è tornato nell’Arena: Leo Nucci è ritornato a Verona, per festeggiare il quarantesimo anniversario del suo debutto areniano, nel 1977, nei panni di Mercutio in “Roméo et Juliette” di Charles Gounod. Un grande amore tra Nucci e il pubblico dell’Arena che lo ha accolto trionfalmente undici volte nel suo ruolo d’elezione: Rigoletto. Leo Nucci è stato il buffone di corte più ascoltato all’Arena di Verona. Ci accoglie tra le prove, sempre sorridente, accanto a sua moglie Adriana Anelli, grande soprano. E’ un emozione intervistarlo. Si ha davanti un pezzo di teatro dell’opera. Un mito. Una leggenda che però non si preoccupa di farlo pesare. La grandezza di Nucci è l’uomo, realmente semplice e di rara generosità. Devo parlare in prima persona, perchè quando sono uscito dall’intervista avevo il cuore pieno di gioia e di emozione, perchè l’amore che Leo Nucci ha per il suo mestiere è travolgente e fa venire le lacrime agli occhi. Il pubblico questo lo sente e non può fare che altro che amarlo.

Qual è stata la prima opera vista dal vivo di Leo Nucci? E quali sono state emozioni? 
Ho visto per la prima volta un’opera quando avevo otto anni, ma non in teatro, perché nel mio paese (Castiglione dei Pepoli) non c’era, bensì al cinema. Vidi “Rigoletto” con Tito Gobbi, Mario Filippeschi e la regia di Carmine Gallone. Molto emozionante. La seconda opera fu “Il Barbiere di Siviglia”, sempre con Tito Gobbi e Ferruccio Tagliavini. Per fatalità questi sono stati i due titoli che mi hanno accompagnato per tutta la vita. Però per me l’opera e le sue melodie non erano un fatto eccezionale, perché in casa mia cantavano tutti. Nella nostra epoca i nostri genitori e nonni conoscevano nella musica. Nel 1951, a nove anni, entrai a far parte della banda del mio paese, dove suonava già mio padre. Quando sono arrivato a cantare “Rigoletto” e “Il Trovatore” già le conoscevo, perché nella banda suonavo il Cornino basso in Sib detto “bombardino”, che faceva la parte del baritono.678_0_3054318_68296 Tutta la mia vita è stata immersa nella musica. Anche con mia moglie abbiamo vissuto così, cantando e facendo musica. Ho detto anche in altre occasioni che a me è mancato un pezzo della storia musicale, a livello di frequentazione e ascolto, che è quello dei Beatles per esempio. Più tardi, studiando la musica, mi sono reso conto che erano comunque molto più classici e tradizionali di quanto la gente pensasse. Non ho mai voluto fare carriera. Ho fatto questo mestiere soltanto per amore e per passione. Oggi sono arrivato a Verona, nel pomeriggio sono andato in sala prove, ho fatto due volte Rigoletto, prima scenicamente e poi musicalmente e ora sono qui con voi. Stamattina prima di partire, ho suonato il violoncello per un’ora. Per me in tutto questo non c’è nulla di eclatante. Questa è la mia vita. Ho una famiglia, una moglie con cui sono sposato da quarantacinque anni, una vita privata, di cui la musica fa parte indubbiamente. Per cui la mia prima volta all’opera è stata una scoperta per il fatto di vedere il cinema. Tra l’altro era un film bellissimo, uno dei pochi “Rigoletto” che ho visto realizzato secondo i canoni voluti da Verdi. L’opera non era una novità. Quando avevo dieci anni la mia famiglia comprò una radio (un evento straordinario visto il periodo di non grande benessere economico), e tutti i lunedì con mia mamma e mio papà ascoltavamo i famosi concerti Martini & Rossi. Non ne perdevamo uno. L’opera non è parte di me come cantante o dal punto di vista del business, ma è parte del mio “essere culturale”.

RIGOLETTO 2001: ALVAREZ E NUCCI

©Photo Fainello

C’è stato un insegnante che l’ha segnata in modo particolare? 
Si, la persona con cui iniziai a studiare, che ho ritrovato negli ultimi anni e che è morto cinque anni fa, all’età di novant’anni. Nel dicembre 1957 è passato sotto le mie finestre mentre io cantavo “La strada nel bosco” di Bixio. Lui veniva da alcune lezioni al macellaio del mio paese, che aveva una voce straordinaria. Non è un film di Mario Lanza, vi assicuro. Lui sentì la mia voce e si mise in contatto con la mia famiglia. La domenica mi fece un’audizione e cominciai a studiare con lui. Io in quel periodo lavoravo a Bologna, mentre lui viveva a Firenze, dunque non potei continuare il mio percorso di studi con lui. A Bologna un famoso soprano, Gigliola Frazzoni (scomparsa da poco), attraverso suo fratello, che si trovava a Castiglione, mi diede l’indirizzo del suo maestro, feci un’audizione e andai a studiare lì. Per sei anni non ho cantato un’aria, ho fatto solo vocalizzi. Andavo tutte le sere dopo il lavoro, tranne il sabato e la domenica. Mi piaceva tantissimo. Anche ora che suono il violoncello, prima di “strimpellare” Bach e Paganini, faccio le scale e la tecnica. Perché a me piace l’idea della musica, del suono e dell’armonia. Il mondo e la vita sono fatti di armonia, anche se noi esseri umani facciamo di tutto per distruggerla. Stiamo rovinando tutto, anche nel mio mestiere.

 

 

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©Roberto Ricci

Nel 1977 ha debuttato all’Arena di Verona, come Mercutio in “Romèo et Juliette”, in un’edizione che vedeva addirittura Fedora Barbieri come Gertrude…quali sono i ricordi di quelle serate? 
Oltre alla grande Fedora, c’era Veriano Luchetti che purtroppo è mancato, Jeanette Pilou, anche lei non c’è più, e Nicolai Ghiuselev, scomparso anche lui. Mi rendo conto che di quella generazione, a cantare, rimaniamo io e Plácido. Era un cast straordinario e un’edizione da capogiro con la regia eccezionale di Gianfranco De Bosio, il quale aveva costruito i cambi scena con dei cartelloni che da neri diventavano rossi. Ancora degli appassionati si ricordano di quelle serate e di quando dai gradoni chiamavo Romeo. Posso assicurare che tutti avevano un trionfo è il sottoscritto otteneva un grandissimo successo dopo l’aria della regina Mab e nel funerale, quando venivo portato via trionfalmente. Furono delle recite strepitose. All’Arena di Verona ho avuto tantissime chance, tra cui quella di partecipare a tantissime prime assolute in Arena, come lo stesso “Roméo et Juliette”, “Madama Butterfly” con Raina Kabaivanska, “Il Barbiere di Siviglia”. Per un certo periodo non sono più tornato, ma dal 1991 quando ho inaugurato la stagione con Rigoletto, fino al 2013, non ho perso una stagione. Ho fatto più di cento recite qui. In 104 anni di storia dell’Arena, sono state messe in scena sedici edizioni di “Rigoletto” e io ne sono stato protagonista undici volte. Dunque: fate vobis!

 

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©Foto Ennevi

E l’emozione di ritornarci ancora una volta…a quarant’anni dal debutto…
Sono appena tornato da Orange, che è un teatro immerso di storia e un luogo straordinario, con un’acustica meravigliosa, tutta opera della sapienza dei romani. L’Arena non nasce come un teatro, è frutto della magia di questa città e dei pensatori e amanti dell’opera, come il tenore Giovanni Zenatello, che hanno saputo sfruttare questo luogo dall’acustica miracolosa. Con il tempo l’Arena è diventata un simbolo. I teatri più importanti del mondo sono il Teatro alla Scala per ovvie ragioni, il Covent Garden di Londra e il Metropolitan (forse non come una volta). Poi ci sono i teatri come la Wiener Staatsoper, dove andare all’opera è un’azione abituale. Infine c’è l’Arena di Verona che è un altro mondo. Ho visto molti puristi storcere il naso e poi quando sono venuti, si sono innamorati. Perché dell’Arena di Verona ci si innamora. Io manco da questa città dal 2013 e oggi camminando verso l’Arena da Piazza delle Erbe, mi sono reso conto di quanto straordinaria sia questa città. Qui c’è un’accoglienza e un’atmosfera unica. Orange ha il teatro romano più bello del mondo, ma qui a Verona quando esci dal teatro ti ritrovi in un altro teatro stupendo. Non so se ora l’atmosfera sia la stessa, ma mi ricordo quando dopo la mia 100ma recita areniana siamo usciti dall’arena con la carrozza trainata da cavalli bianchi. Mi ricordo Piazza Bra che rimaneva sveglia fino alle 4 del mattino. La riva est del Lago di Garda era praticamente tedesca, perché oltre a godersi il lago, si poteva raggiungere facilmente Verona e la sua Arena, che rappresentava e rappresenta un fatto unico. Non esiste nessuno che non conosca questo posto. Siamo stati in Giappone il mese scorso e quando nominavo l’Arena tutti rimanevano a bocca aperta. È diventata un simbolo dell’opera italiana. In fondo l’Italia dimentica spesso che l’opera è la “nostra” cultura alla pari del Rinascimento. Anzi, potrei osare a dire che per il divenire storico dello stato italiano l’opera è stata più importante del Rinascimento, poiché è stata il veicolo linguistico fondamentale nell’Italia dell’800. In Italia si parlavano i dialetti. Quando i mille sbarcarono a Marsala non si capivano gli uni con gli altri. I comandanti addirittura parlavano francese e uno dei mille era un personaggio che avrà un legame (non diretto) con l’opera, ossia Alexandre Dumas padre. Il “Va, pensiero” che oggi è utilizza in maniera politicamente errata, ha rappresentato un po’ l’inno d’Italia. Noi sappiamo che non c’entra nulla con l’Italia, ma la metafora delle parole, rappresentava l’unità del paese. Noi abbiamo l’opera nel DNA, di questo sono sicuro, ma vogliamo per eccesso di modernità dimenticarlo. L’opera italiana è adorata in tutto il mondo. 678_0_3054305_68296Sono stato ad Orange e per tutte e due le recite e il teatro era stracolmo, in Giappone, dove ero in tournée con il Teatro Massimo di Palermo e l’ambasciatore italiano era stupefatto per l’accoglienza trionfale del pubblico nipponico. Ho appena parlato con il maestro Julian Kovatchev, che dirigerà Rigoletto, e mi ha chiesto quando andrò in Corea, nel teatro che lui dirige, e dove il pubblico mi aspetta. Fortunatamente in Italia posso camminare tranquillo per strada, senza essere riconosciuto. Il problema non è che gli italiani non conoscono Nucci. Il problema è che rifiutano la loro storia. Ammiro molto Vasco Rossi, che ha realizzato un concerto a Modena con 230mila persone paganti, più il pubblico televisivo di cinque milioni. Una cosa bellissima. L’ho nominato in un’intervista per la NHK (la televisione di stato giapponese) e mi hanno chiesto chi fosse. Se avessi nominato Bocelli o Il Volo non avrei detto nulla di sconosciuto. Attenzione però: Bocelli, con il quale farò un concerto martedì, al Teatro del Silenzio di Lajatico, all’estero fa concerti d’opera, in Italia non gli viene data questa possibilità, perché si vuole essere moderni. Vasco Rossi è arrivato al successo, a Sanremo, con una canzone di rottura, “Voglio una vita spericolata” e tutti l’hanno trovato modernissimo. Violetta alla fine del I stato de “La Traviata” dice:”Sempre libera degg’io folleggiare, di gioia in gioia”. Sotto alle stelle non c’è niente di nuovo. Dipende da come vogliamo guardare le stelle.

678_0_3054312_68296Chi è Rigoletto secondo Leo Nucci? 
Oggi durante le prove, insieme al soprano e al direttore ho scoperto tantissime cose nuove. Rigoletto non è “mio”, è di Verdi e io mi attengo a quello che lui scrive. Aggiungo il Lab, ma l’ho fatto anche senza. Io mi affido a Verdi, cercando di capire cosa voleva. Per esempio: quando Gilda dice:” Fate ch’io sappia, la madre mia..”, io ho fatto notare al soprano (Jessica Nuccio) che tra “sappia” e “madre mia” c’è una pausa. Le ho detto che si doveva immaginare che io le chiedessi in quella pausa: “chi?”. Il colore cambia in questa maniera. Lei l’ha fatto benissimo. Auguri a questa ragazza un grande successo, perché se lo merita. Questo è cercare di capire cosa Verdi vuole. Se si entra in quest’ordine di idee, ogni sera sarà diversa, perché ci saranno sempre delle cose nuove, senza la routine. A me della voce non interessa niente e forse per questo non sono mai stato da un otorino laringoiatra e non ho mai avuto un abbassamento di voce. Quello che voglio è utilizzare la voce per dare spessore a ogni dettaglio che Verdi richiede. Rigoletto è un personaggio straordinariamente enorme e moderno. A Orange ho fatto una produzione con la regia di Charles Roubaud e i costumi di Katia Duflot, gli stessi con cui feci il Rigoletto qui in Arena nel 2001, diretto dal compianto Marcello Viotti e con Inva Mula, che esiste in DVD. Questa volta l’ambientazione era tra gli anni ’30/’40 (senza nazisti), anzi era in atmosfera francese, con persino l’evocazione di Joséphine Baker. Era molto appropriato. Non c’era volgarità, si trattava di una lettura di Rigoletto, trasposto in tempi moderni, perché è un’opera moderna. Victor Hugo ha scritto due testi incredibili, “Les Misérables” e “Le Roi s’amuse” e anche similari, per dimostrare la continuità della problematica sociale. Tra Blanche e Cosette non c’è molta diversità. L’unica differenza è che Blanche/Gilda sappiamo essere figlia di Triboulet/Rigoletto, mentre di Cosette non conosciamo il fatto che sia figlia solo acquisita di Jean Valjean.

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©Roberto Ricci

Molto spesso si vanno a cercare in Rigoletto trame psicologiche contorte, come l’ipotesi di Gilda come reale amante di Rigoletto. Sono stupidaggini. È esattamente il contrario. Il significato di quest’opera è che Rigoletto alla fine rifiuta la responsabilità di ciò che è accaduto, come tutti. Ieri sentendo le notizie di cronaca, mi ha colpito il fatto di questo ragazzo, in Sardegna, che ha ucciso la sua fidanzata e per due mesi ha negato di averlo fatto. O come quei disgraziati che investono una persona e scappano. Victor Hugo l’aveva già capito. Rigoletto dice due frasi emblematiche, la prima è “non lasciarmi”, e pensate dunque all’egoismo di quest’uomo e poi dopo che Gilda è morta dice “la maledizione”: è solo colpa sua. C’è un altro aspetto terribile e sempre molto attuale: il Duca se ne va cantando, perché il potere purtroppo vince sempre. Per rendersene conto basta leggere la Bibbia, la quale, al di là della religione e della fede, dice delle cose che stanno sulla terra e non in cielo. Questo è Rigoletto. Ogni giorno che canti Rigoletto, senza pensare di essere Leo Nucci, il baritono famoso nel mondo e con il Lab, cerchi di vivere la situazione, l’angoscia e il dramma di quest’uomo in modo diverso. Ogni volta è la somma di un’esperienza di ogni giorno vissuto. Il fidanzato che sbotta dopo due mesi dall’aver ucciso la fidanzata non è per niente diverso da Rigoletto. Non c’è nulla di moderno. “Una vita spericolata” poteva avere una modernità ritmica, ma con molta più eleganza e stile lo aveva già detto Verdi.

 

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©Foto Ennevi

Quali sono i consigli che potrebbe dare ai giovani? 
Ho già detto in altre occasioni che secondo il mio parere i consigli non si danno. Tutti chiedono consigli perché nessuno li vuole mettere in pratica. Ognuno ha bisogno di sbagliare a modo suo, oggi più che mai. Oggi sono molte di più le persone che chiedono consigli e di fare le audizioni. Tutti si vogliono far sentire. È un’insicurezza del mondo di oggi. Mi rendo conto sempre più, che noi pur avendo le difficoltà del nostro tempo, non avevamo i problemi enormi di oggi, per varie ragioni. Oggi coloro che fanno un’attività individuale alla fine sono degli oggetti. Chi fa il nostro mestiere viene “usato” molto ed è questa una delle ragioni per cui le carriere sono spesso brevi. Non si sanno prendere delle decisioni necessarie. Un cantante deve farlo. Non si può chiedere appoggio e consiglio a qualcun altro, perché nessuno è immune da sbagli. Un consiglio che potrei dare è di ripiegare i miei errori, però li ho fatti e li rifarei tutti. Non posso dare un consiglio, ma posso fare un pensiero: questo è un lavoro, che se pensi di farlo per diventare celebre e andare in giro in Ferrari e cambiare fidanzata/o ogni due mesi, non è il mestiere giusto. È un mestiere, a mio modo di vedere (ed io non possiedo la verità) e per mio “sentito” che si fa per amore e passione. Se io mi metto a suonare con il violoncello il “Giuda Maccabeo” di Händel a me vengono i brividi. È un lavoro che secondo me lo può fare chiunque, anche il più grande ignorante. Abbiamo avuto molti artisti che erano analfabeti o quasi, ma curiosi e innamorati di quest’arte che in tutto il mondo ci è riconosciuta come sublime. Io amo tutte le arti: pittura, scultura, letteratura. Come pensiamo di poter andare davanti ad un quadro senza conoscerlo, e commuoverci? non si può. Se andiamo in teatro e non conosciamo quello che andiamo a vedere, ci commuoviamo, perché la musica compie questo miracolo.

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©Roberto Ricci

Farò questo esempio che propongo sempre e con il quale, forse, annoierò: in “Stregata dalla Luna” e in “Pretty Woman” i due ragazzi portano le ragazze all’opera. Cher (Loretta) e Julia Roberts (Vivian) piangono, perché l’opera arriva direttamente ai sentimenti. Dostoevskij diceva che il mondo si poteva salvare soltanto con l’arte, la cultura e la bellezza.

 

Prossimi impegni. 
Troppi…Martedì sarò a Lajatico con Andrea Bocelli, poi sarò alla Scala con “Nabucco” e più tardi “Simon Boccanegra”. In mezzo ci sono tante altre cose. Vedremo…l’aprile scorso ho festeggiato 75 anni, con più o meno tremila recite sulle spalle, 528 recite ufficiali di Rigoletto e quindi forse è il caso di cominciare a riflettere un po’….
Vi ringrazio per la bella intervista e saluto i vostri lettori con grande gioia.

Grazie a Leo Nucci per la grandissima disponibilità e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

Verona, 25 luglio 2017

 

 

 

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2 pensieri su “INTERVISTA A LEO NUCCI

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