INTERVISTA AD ANNA MALAVASI

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©Lucio Censi

Quando vedi Anna Malavasi ti viene subito in mente un personaggio: Carmen. In lei c’è tutta la pragmaticità dei mantovani e tutto il calore della romagna: qualità che l’hanno fatta diventare uno dei mezzosoprani italiani più rilevanti, richiesta nei maggiori teatri italiani e richiesta più volte dal Maestro Riccardo Muti. In questo periodo è all’Arena di Verona, dove interpreta ben tre ruoli diversi, Maddalena in “Rigoletto”, Fenena in “Nabucco” e Suzuki in “Madama Butterfly”. Abbiamo avuto il piacere di poterla intervistare pochi giorni fa e poter parlare con lei di questi ruoli e dei suoi traguardi futuri…

Parliamo un po’ dei tre personaggi che affronti in Arena quest’anno….
Sono tre personaggi molto diversi, anche vocalmente. Maddalena ha una tessitura molto bassa, praticamente contraltile. Suzuki sta nel mezzo come tessitura tra lei e Fenena, la quale invece è quasi un soprano secondo. Non è facile cantarle tutte e tre in un così ristretto periodo.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Anche caratterialmente sono molto diverse…
Fenena è una figura angelica, ma nella regia di Arnaud Bernard è molto più battagliera. Ho cercato di fare una Fenena diversa dal solito, meno passiva, e molto più determinata. Anche in scena ogni volta che veniva bloccata, la mia Fenena cercava di liberarsi. Lo spettacolo di Bernard è molto movimentato e necessita di grande energia. Penso sia una delle produzioni più straordinarie che io abbia mai visto e fatto. È assolutamente geniale. Gli allestimenti areniani di “Madama Butterfly” e di “Rigoletto” invece sono fedelissimi alla tradizione. Faccio queste tre opere continuamente e sono contenta quando posso fare degli spettacoli rispettosi della partitura e del compositore. Quando mi capita di dover fare qualcosa che va contro la musica, sento di tradire ciò che l’autore avrebbe voluto. Fare uno spettacolo che abbia una logica aiuta anche il canto e penso sia apprezzato anche maggiormente dal pubblico, soprattutto oggi. Questo Nabucco pur non essendo uno spettacolo tradizionale,ha un senso logico ed è sicuramente affascinante e suggestivo.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Suzuki è forse il personaggio più interessante dal punto di vista interpretativo…
Penso che Suzuki abbia già vissuto quello che sta vivendo Butterfly in quel momento. Lei sa già come andrà a finire la storia, fin dall’inizio. Anche nel duetto dei fiori ha una gioia più composta e distaccata. Vive di riflesso l’entusiasmo di Butterfly per il ritorno di Pinkerton. Lei vive con più coscienza la situazione di Butterfly, come se l’avesse già vissuta sulla sua pelle. Io amo Puccini e questa è una delle mie opere preferite. Quando la canto lo faccio davvero con il cuore, soprattutto quando mi capita di avere in scena delle Cio Cio-San molto sensibili e che vivono il personaggio. Tutte le volte che interpreto Suzuki è come se celebrassi il funerale di un amore che nasce, cresce e muore. È una storia vicinissima a noi, attualissima e per questo così forte e commovente. Lo spettacolo di Zeffirelli è davvero meraviglioso ed è la seconda volta che canto Suzuki all’Arena (la prima nel 2014) e trovo sempre straordinario questo spettacolo, in particolare il coro a bocca chiusa, con questi fantasmi che emergono dalle rocce, un cimitero che prende vita, attorno all’imminente morte di Butterfly.

Quali sono le partner in scena che ricordi con più emozione?
Ho avuto la fortuna di cantare Butterfly all’Opera di Roma con Daniela Dessì e quella produzione non la dimenticherò mai, perché quando lei faceva il suo ingresso con “Spira sul mare..” io iniziavo a piangere e lei veniva ad asciugarmi le lacrime. Qualsiasi cosa lei facesse o cantasse io mi commuovevo. Nel 2014 all’Arena ero accanto ad Amarilli Nizza e anche lei è una interprete molto intensa ed espressiva di questo ruolo che necessita di cantanti che siano delle vere e proprie attrici un po’ come Violetta de “La Traviata”.

Nell’ultima Butterfly che hai fatto, a Palermo, avevi accanto Hui He, che ritroverai anche in Arena…
Lei è stata la mia prima Cio Cio-San orientale e mi ha affascinato. Perché guardandola vedevo la verità delle movenze orientali e dei gesti che ogni Cio Cio-San dovrebbe avere. Durante le prove lei stessa suggeriva al regista i movimenti da fare nel rispetto della cultura orientale. È stato molto bello, perché è riuscita a portare la tradizione, in uno spettacolo diverso dal solito.
E invece parliamo di Maddalena…
In questo “Rigoletto” c’è l’intera Mantova e io essendo di origine mantovana, mi sento una Maddalena filologica (ride). Malavasi è un cognome mantovano molto comune. Cerco sempre di portare un po’ di Mantova in tutti i “Rigoletto” che faccio. Poi ho sempre grandi colleghi qui all’Arena, come Leo Nucci e per la seconda volta ho la fortuna di fare coppia con Andrea Mastroni. Penso che lui sia il basso più straordinario che ci sia in circolazione e il miglior Sparafucile. È una fortuna averlo accanto. È straordinario per come canta e per come interpreta questo personaggio. Quando so di cantare la mia Maddalena con lui sono felice. In questa serie di recite all’Arena abbiamo cambiato praticamente ogni sera Duca e Gilda, mentre noi eravamo compatti e affiatati.

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©Paolo Brutti

Il 27 luglio c’è stata una recita speciale, per i quarant’anni del debutto areniani di Leo Nucci….qual è l’emozione di cantare con lui?
Oltre al Rigoletto che abbiamo fatto insieme in Arena nel 2013, io ho un ricordo molto forte di Nucci, del Nabucco che abbiamo fatto a Roma diretti dal maestro Riccardo Muti, in occasione dei 150 anni dell’Unità di Italia. Era il mio debutto come Fenena, la prima di una lunghissima serie. Nucci è davvero un mito, un pezzo di storia dell’opera. Ed è sempre una grande gioia lavorarci accanto, perché si impara tantissimo dal suo modo di cantare, di muoversi e anche dai suoi racconti.
Qual è stata la tua prima opera dal vivo come spettatrice?
La mia prima opera dal vivo è stata proprio qui all’Arena, nel 1998. Era “Tosca” con Silvano Carroli, Nicola Martinucci e Fiorenza Cedolins. Allora studiavo solo pianoforte, in cui poi mi sono diplomata. Dissi al ragazzo che era con me, che poi è diventato mio marito:”Vedi! Quello è il lavoro che voglio fare io!”. Mai avrei immaginato di fare a distanza di anni parte di così tante stagioni qui in Arena. È davvero una cosa speciale. Io sono mantovana e la mia Mantova è a mezz’ora da qui. Per un mantovano la vacanza è sul lago di Garda e quindi l’Arena è una tappa fissa. Sento Verona come una parte di me. Era il mio sogno cantare qui e non posso credere di passare quasi ogni estate qui.
E l’emozione di passare da spettatrice a protagonista?
La prima volta che sono salita sul palco è stato per una cosa praticamente all’ultimo minuto, il Gala condotto da Antonella Clerici per la Rai, in cui ho interpretato Carmen. C’erano 20.000 spettatori. Io avevo il cuore e l’anima che sorridevano di fronte a quello spettacolo a cielo aperto. Mi sono persa sul palcoscenico, non vedevo neppure dove fosse la buca! (ride). Quell’anno poi ho cantato Fenena in “Nabucco”. Dico sempre che se non hai cantato sul palco dell’Arena non puoi descrivere l’emozione che si prova a cantare in questo luogo, quando è pienissimo di pubblico. Io ho la fortuna di cantare nei grandi teatri italiani, ma qui c’è qualcosa di speciale. Non è un teatro come gli altri, è uno spettacolo nello spettacolo. Dico sempre, anche alle persone che non amano l’opera: venite all’Arena! C’è un’atmosfera incredibile.

 

FB_IMG_1487320868242Tu hai avuto più occasioni di cantare con il Maestro Muti. Qual è stato l’arricchimento di questa esperienza?
Sono ormai anni che collaboro con il Maestro Muti e sua moglie Cristina Mazzavillani. Dal prossimo settembre fino a novembre, lavorerò con loro per due progetti, “Aida” e “Cavalleria Rusticana”. Lavorare con il Maestro è sempre un grande onore. Una volta che tu lavori con lui, ti insegna a leggere lo spartito e ad essergli fedele. Mi dispiace per questo quando non viene fatto ciò che voleva l’autore. La cosa più bella che ho fatto ultimamente con il Maestro è stato un concerto a Bologna accompagnata da lui al pianoforte. Ho cantato le arie di Ulrica (“Un ballo in maschera”), Azucena (“Il Trovatore”) e Santuzza (“Cavalleria Rusticana”). Averlo al pianoforte è stato indimenticabile, un sogno ad occhi aperti. Ogni tanto mi capita di averne. Non avrei mai immaginato un giorno di poter vivere costantemente queste emozioni. Esibirsi nei più grandi templi della musica: il San Carlo, La Fenice, il Massimo di Palermo..Sono luoghi sacri.

Qual è il ruolo che sogni di portare in scena all’Arena?
Io ne avrei uno in mente e spero di farlo, ma non per me. Io non sono ambiziosa, ma ho delle nipotine e dei cognati che amo alla follia: sono una donna di famiglia. Dunque mi piacerebbe che venissero a sentirmi interpretare”Carmen” all’Arena. Mi piacerebbe dare loro questa gioia, perché a casa quando mi chiedono di cantare qualcosa canto sempre l’Habanera. L’ultima Carmen che ho fatto è stata a Genova, un anno e mezzo fa, ma c’è stato un periodo in cui facevo continuamente questo ruolo. È un ruolo che mi diverto tantissimo a fare, perché c’è bisogno di cantare, ma soprattutto di interpretare. Incrociamo le dita.

Verdi è un compositore molto presente nella tua carriera…Maddalena, Fenena, ma anche Azucena…
Azucena è un ruolo che mi piace moltissimo fare. A settembre inoltre debutterò un altro grande ruolo mezzosopranile :Amneris, per la “Riccardo Muti Italian Opera Academy” a Ravenna.
La voce verdiana esiste?
Si, io credo proprio di sì. Dico sempre al caro amico e collega, Luca Salsi: “Verdi ti ha fatto nascere a Parma perché tu potessi cantare le sue opere!”. Ci sono delle voci che quando le senti, capisci subito che sono nate per Verdi. Servono voci che riescano a passare l’organico orchestrale e a dare tutti quei colori che Verdi richiede. Sicuramente c’è una vocalità più predisposta per Verdi. D’altronde come ci sono gli specialisti rossiniani ci devono essere anche degli specialisti verdiani.
FB_IMG_1487321175631Un ruolo invece impossibile…
Io amo moltissimo Rossini, e sono riuscita a cantarlo fino al punto in cui la mia voce e la carriera mi hanno portato altrove. Mi piacerebbe fare “L’Italiana in Algeri”. Penso sempre, però, che è meglio fare ciò in cui rendi al 100%, piuttosto che rischiare in qualcosa che non sai come verrà. Sono affascinata anche dal barocco e ho debuttato proprio con “Dido and Æneas”. Dopo non ho avuto più opportunità di cantare quel repertorio.

Prossimi impegni…
“Aida” e “Cavalleria Rusticana” con il Maestro Muti e Cristina Mazzavillani, poi “La Traviata” di Valentino, che riprenderemo all’Opera di Roma e in Giappone. Poi sempre all’Opera di Roma “Cavalleria Rusticana”, e infine a Torino “Madama Butterfly”, “Rigoletto” e “La Traviata”.

 

Grazie ad Anna Malavasi per la disponibilità e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

 

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