ARENA DI VERONA 2017: MADAMA BUTTERFLY

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

“Madama Butterfly” in Arena non è un titolo classico, poiché è arrivata in questi spazi molto tardi, nel 1978, quando il sovrintendente Carlo Alberto Cappelli portò per la prima volta la piccola farfalla nell’anfiteatro, affidandola alla voce e all’arte recitativa di Raina Kabaivanska e alle cure registiche di Beni Montresor. Lo stesso regista in quell’occasione disse che non avrebbe riempito il palcoscenico di comparse, poiché Butterfly è la tragedia di un singolo, individuale e intima. Nonostante questo vada un po’ a cozzare con l’idea della grandiosità degli spettacoli areniani,  il titolo pucciniano si è ricavato un suo spazio, grazie anche allo spettacolo firmato da Franco Zeffirelli. Chiariamo subito che non si tratta di uno dei migliori spettacoli areniani del regista toscano (che sono secondo il nostro parere Turandot e Il Trovatore), ma è una messinscena di impatto visivo, necessario in Arena, e di grande serratezza narrativa. La casa di Butterfly appare quando la collina di Nagasaki si apre con un bell’effetto scenotecnico.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Bella l’idea di far ruotare attorno a Cio-Cio San delle geishe/falene simbolo di morte e premonitrici. Zeffirelli non ha mai fatto mistero di non amare quest’opera, tuttavia ha creato una cornice di sicuro successo, che forse avrebbe necessitato di maggiore cura già alla prima del 2004, e che ancora oggi mostra una inadeguatezza di fondo.
Preziosa la direzione di Jader Bignamini, che esalta ogni dettaglio strumentale con pulizia e nitidezza. Il suono non scavalca mai le voci e i colori sono rispettati con eleganza e sapienza di stile. I tempi sono giustamente serrati, senza incorrere in lentezze atte a rendere melensa la vicenda. Se c’è una cosa che non c’è in Butterfly (grande equivoco anche per grandi interpreti) è la melenseria.
Nei ruoli della madre e della cugina di Cio-Cio San Tamta Tarieli e Marina Ogii. Il commissario imperiale e l’ufficiale del registro erano Marco Camastra e Dario Giorgelè, mentre il principe Yamadori era Ncoló Ceriani.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Tonante a dovere Deyan Vatchkov (Zio Bonzo), mentre Goro era l’eccellente Francesco Pittari, attore disinvolto e vocalmente rifinito. Di notevole rilievo vocale Alice Marini nel ruolo di Kate Pinkerton.

Silvia Beltrami interpreta una Suzuki elegantemente commossa e vocalmente ben definita.
Alessandro Corbelli era un umanissimo Sharpless, che partecipava al dolore della piccola geisha con nobiltà d’animo e di fraseggio. Corbelli è un vero maestro di eleganza di canto e di sapienza nell’accento.
Marcello Giordani non ha più la freschezza vocale di un tempo, e in più di qualche punto si sentono gli effetti di un repertorio oneroso e pesante. Il registro acuto è quello che risulta nelle migliori condizioni, anche se talvolta con un’emissione troppo aperta. Il personaggio risulta comunque ritratto solidamente.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Oksana Dyka è più Turandot che Butterfly, sia nel fisico che nella voce. A pochi giorni dal suo debutto in Lady Macbeth (a Torino), il soprano riesce a disegnare una protagonista pucciniana di grande spessore vocale. Il personaggio cresce quando la piccola Cio-Cio San diventa un’eroina e nel ruolo della mattatrice la Dyka dà il meglio di sè. Ottiene un grande successo in “Un bel dí vedremo” e un grande applauso sulla frase “Ei torna e m’ama!” come ogni Butterfly che si rispetti, ma è nel finale che conquista per l’imponenza vocale.
Grande trionfo per tutti.

Francesco Lodola

Verona, 8 luglio 2017

Foto Ennevi per Gentile concessione Fondazione Arena di Verona

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