ARENA DI VERONA 2017: AIDA (LA FURA DELS BAUS)

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©Foto Ennevi

“Celeste Aida” è forse una delle arie più temute dai tenori e amate dal mondo degli appassionati. E il 24 giugno, ancora una volta, Aida si è dipinta nel celeste cielo dell’Arena di Verona, con la prima dell’innovativo allestimento del centenario. Creata nel 2013 e già ripresa nel 2014, questa produzione lascia lo stampo dei registi spagnoli Carlus Padrissa e Alex Ollè appartenenti al famoso gruppo catalano de La Fura dels Baus.
Alla prima alcuni rimasero un po’ interdetti, altri entusiasti, da questa regia apparentemente modernizzata, ma che in realtà è estremamente tradizionale.
La scena si apre con un gruppo di archeologi che scoprono i resti di una statua di due amanti abbracciati, Aida e Radames e così viene dato avvio all’opera ancora prima del preludio. Lo spettacolo sembra avere in sé un doppio binario, quello del racconto e quella della performance, come il montaggio in diretta del grande pannello “solare”, che diventerà poi la fatal pietra.

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©Foto Ennevi

Inizialmente c’erano alcuni elementi interessanti nello spettacolo e dava l’impressione di poter crescere lungo il corso della serata, e invece più l’opera procedeva più la regia si faceva confusionaria e troppo eccessiva. Data la difficoltà vocale e musicale dell’opera, questo grande eccesso registico non ha aiutato di certo i cantanti, anzi. Essi, infatti, sembravano messi in difficoltà dai continui rumori fuori scena per spostare elementi scenici o per le ormai famose “dune gonfiabili”, che vengono gonfiate in un momento topico come “Ritorna Vincitor” disturbando sia la povera Aida che canta, sia il pubblico.

 

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©Foto Ennevi

La scena (firmata Rolando Olbeter) praticamente vuota non aiuta le voci, che non hanno una cassa di risonanza adeguata e vengono messi in assoluta difficoltà. Efficaci i costumi di Chu Uroz. Fondamentali in molti momenti le luci disegnate da Paolo Mazzon e divertenti le coreografie di Valentina Carrasco. I cantanti, invece, erano statici e di movimenti proprio non se ne parlava.
Durante il terzo atto veniva ricreato il Nilo: certo, poteva essere interessante se solo non avessero distratto il pubblico gli uomini vestiti da coccodrilli sugli skateboard, che intaccavano e sminuivano il momento di estrema poesia dettato dalla temibilissima “O patria mia” di Aida. Una regia che poteva essere interessante ma che alla fine disturba, anche perché non sembra esserci stata una ricerca così profonda sull’essenza di quest’opera.  Fortunatamente gli interpreti, soprattutto le due rivali (Amarilli Nizza e Violeta Urmana) hanno saputo offrire efficaci interpretazioni attoriali.

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©Foto Ennevi

Il direttore d’orchestra è un veterano del podio areniano: Julian Kovatchev. Durante il primo atto Kovatchev ha offerto una direzione piuttosto sottotono e quasi timida, forse per una sua scelta. Nel corso della serata la direzione si è fatta più serrata e di spessore (anche sonoro), soprattutto nelle parti di maggior intensità musicale e teatrale.
In qualche punto si è potuto notare qualche squilibrio tra palcoscenico ed orchestra, ma nonostante questo il direttore ha offerto una prova di solidità. Eccellenti le compagini orchestrali e il magnifico coro diretto da Vito Lombardi.

Dal punto di vista vocale molto solide le prove dei due bassi: l’ottimo Deyan Vatchkov (Il Re) e il veterano Giorgio Giuseppini, sempre eccellente nei panni di Ramfis.  Boris Statsenko, al suo debutto areniano, è un Amonasro di ampio volume vocale, tuttavia la sua interpretazione sottolinea molto la violenza di questo padre verdiano, trascurandone talvolta la nobiltà che dovrebbe emergere in tutte quelle grandi frasi, come “pensa che un popolo…”, il cui effetto dovrebbe essere travolgente.

 

 

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©Foto Ennevi

Amarilli Nizza è un’Aida che sa calarsi bene teatralmente nei panni del personaggio, con una reattività scenica lodevole. Vocalmente deve reggere una serata dal caldo insopportabile e un allestimento che non valorizza e non stimola.

I migliori della serata risultano Carlo Ventre e Violeta Urmana. Il tenore offre un Radames di grande effetto, con bello squillo e accattivante fascino timbrico. Supera con brillantezza “Celeste Aida” e sciorina un’interpretazione in cui il coté eroico ben si alterna a un efficace e sensibile lirismo.

Violeta Urmana  è un’artista con la “A” maiuscola, che dà costantemente il cento per cento per la costruzione del personaggio. La sua è una lezione di canto e di interpretazione, che ha il suo apice in una scena del giudizio cantata e recitata come si conviene ad una fuoriclasse. Nei ruoli del messaggero e della sacerdotessa, Antonello Ceron e Marina Ogii.

Alla fine grandissimo successo da parte di un’Arena praticamente esaurita.

Cornelia Marafante e Francesco Lodola

Foto Ennevi per Gentile concessione Fondazione Arena di Verona

 

 

 

 

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2 pensieri su “ARENA DI VERONA 2017: AIDA (LA FURA DELS BAUS)

  1. Virginia ha detto:

    Se avesse voluto vedere star Ward sarei rimasta sul divano di casa mia. La bella Aida tradizionale non è nemmeno paragonabile. Spero davvero che il prossimo anno io possa ammirare la meravigliosa opera originale di Verdi

    Mi piace

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