‘O PAESE D’ ‘O SOLE: UNA SPLENDIDA MANON LESCAUT AL SAN CARLO DI NAPOLI

Manon Lescaut, I atto, ph Laura Ferrari

©Laura Ferrari

Quella di Manon Lescaut è una vicenda sconosciuta a molti. Non tutti, infatti, sanno che dal romanzo del 1731 dell’abate Antoine François Prévost “Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut”, Giacomo Puccini ricava nel 1893 l’amore, i nobili sentimenti e le passioni che condurranno la giovane Manon, all’epoca dei fatti narrati soltanto una fanciulla di diciott’anni, ad una fine misera e al contempo eroica dopo essere stata deportata nel deserto della Louisiana, in America. L’opera di Puccini ha due grandissime e spettacolari ambientazioni: da una parte le città francesi di Amiens e Parigi, dall’altra il continente scoperto da Colombo. Alla prima “location” è affidato non solo lo svolgimento della tormentata e romantica storia d’amore tra Manon Lescaut e Renato des Grieux, giovane studente di Amiens, ma anche il declino delle passioni, sempre più lascive e avide, per opera del banchiere Geronte di Ravoir. Al contrario, negli Stati Uniti si svolge il drammatico destino che travolge i due amanti protagonisti. Nella recita al Massimo napoletano (una coproduzione del Teatro di San Carlo con il Liceu di Barcellona e il Palau de las Arts di Valencia), le scene, curate dallo studio Giò Forma, il video design di D-work e la regia di Davide Livermore giocano molto su questo dualismo sia di ambientazioni che di sentimenti. Si passa, infatti, dalla semplicità della piazza di Amiens, dove avviene il primo incontro tra Manon e Renato, alla licenziosità del palazzo di Geronte e alla povertà del carcere e del reparto di quarantena dove l’eroina trova la morte. Tutte le scene, quindi, diventano riflesso dell’interiorità e dei sentimenti dei diversi personaggi.

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©Laura Ferrari

Sin dal I atto, attraverso un escamotage teatrale, lo spettatore è trasportato a Ellis Island, l’isola che filtrava i moltissimi italiani e altri immigrati che arrivavano in America per poter cominciare una nuova vita. Ad attendere il pubblico c’è un anziano des Grieux, venuto ad accomiatarsi dal suo passato e dalla sua Manon. La presenza di questo “fantasma dal futuro”, una sorta di memento per gli spettatori, sarà costante nei quattro atti dell’opera pucciniana. Quest’ultima è pensata e realizzata dal compositore lucchese come fosse un vero e proprio film ricco di flashback, primi piani e scene di massa (fra le più tragiche basti pensare, ad esempio, al corteo delle sventurate che presto si imbarcheranno per l’America). È impossibile creare un parallelismo con Wagner, di cui Puccini fu grande ammiratore: il compositore, infatti, rappresenta un caso isolato. Nella sua Manon non è la storia a guidare la musica, bensì il contrario e la bacchetta del Maestro Daniel Oren detta il ritmo delle parole e dell’azione: sul podio il Direttore conduce magistralmente l’Orchestra del San Carlo, in ottima forma. Manon Lescaut, a detta del Maestro, dà la possibilità ad ogni singolo orchestrale di mostrare al pubblico le proprie qualità sonore migliori, soprattutto nell’intermezzo del III atto (di cui in molti hanno chiesto un bis): l’intera Orchestra del Massimo napoletano, infatti, è riuscita a conferire colore e nitidezza ad un’opera in cui è la musica a “dettar legge”.

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©Laura Ferrari

La recita di sabato 17 ha visto una splendida Aihnoa Arteta vestire i panni di Manon, in sostituzione (a causa di un piccolo infortunio) della prevista Maria José Siri : la sua voce sonora e potente, protagonista di altre opere verdiane e pucciniane, si combina alla perfezione al suo temperamento e al suo talento da attrice drammatica. La collaborazione con Roberto Aronica è perfetta: la voce sicura del tenore non risulta offuscata da quella della Arteta, bensì si coniuga benissimo con quest’ultima, riuscendo a raggiungere livelli molto alti. Inoltre, l’intero cast (che veste, ricordiamolo, gli splendidi costumi di Giusi Giustino) è costituito da grandi interpreti come il baritono Alessandro Luongo (Lescaut) e Gianvito Ribba (Geronte) e, senza ombra di dubbio, si può dire che brillino di luce propria, conferendo colore e personalità ad una lettura della Manon già di per sé affascinante e che conduce alla riflessione su temi attuali e a noi molto vicini: l’immigrazione.

Pia C. Lombardi

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