TEATRO ALLA SCALA: STAGIONE 2017 – 2018

incontro-esclusivo-con-riccardo-chailly.jpgMi sembra che la nuova stagione della Scala ponga una questione: la varietà e l’unità. Vidimata come ovvia la considerazione che tra leggere un prospetto ed ascoltarne la messa in pratica intercorre un abisso, il tratto evidenziato poco fa può dare adito a due considerazioni: il 2018 milanese sarà variegato e inclusivo, oppure sarà scombinato e disomogeneo. Questo si potrà dire, almeno da parte di chi scrive, solo a esito compiuto. Chi si sentisse una maggiore esperienza sui titoli proposti naturalmente sarà di opinione diversa. A prescindere da un giudizio netto, si possono trarre alcune sintetiche osservazioni.
Variegato (o scombinato) quanto alla scelta dei titoli, che coprono una gamma di repertori inedita per la Scala degli ultimi anni: il tardo romanticismo (brutta etichetta, ma come considerarlo del resto?) di Chenier, il brio viennese fin de siecle del Fledermaus, l’Ottocento verdiano nella prima fase (Ernani) e nella seconda (Boccanegra e Aida). Riguardo a questa Aida, il cast sulla carta solleva alcune perplessità. dabtif5waaabnbl.jpgPoi Gluck e il suo teatro in musica, pressoché costantemente esiliato dalle sale perlomeno italiane (con motivi forse in parte condivisibili), un Mozart giovanile, ancora legato al canone da cui prenderà lo slancio verso i grandi capolavori, anche se non sentivamo il bisogno dell’esecuzione “con istromenti antichi”(sanno un po’ troppo di Zurigo alcune tappe di questo cartellone, e ahimè non in senso positivo). Si procede con la Mitteleuropa musicale in due istantanee cronologiche non immensamente distanti ma affatto dissimili, Fidelio in cui la bacchetta di Chung compenserà il ripreso allestimento della Warner, Fierrabras con Harding, curiosità senz’altro stuzzicante, la ricomparsa di un insospettabile Cherubini affidato all’Accademia e a Liliana Cavani, come pure il ripescaggio che ha quasi del miracoloso di Zandonai, lo Strauss a tinte forti (Elektra, allestimento splendido di Chèreau) e infine il belcanto di Bellini, poi il crepuscolo opera buffa (Don Pasquale) in un nuovo Davide Livermore-staremo a vedere ed a chiusura dell’anno, il mondo contemporaneo con la prima (speriamolo, stavolta) di Fin de partie.
MI0003880136Inclusivo (o disomogeneo) per via della mole di titoli insoliti e di rara apparizione, tutti concentrati entro un solo arco stagionale. Basti infatti ricordare che, oltre alla novità assoluta di Kurtàg, vi sono due titoli mai rappresentati a Milano e altri tre che non vedono gli onori della ribalta da più o meno un cinquantennio Zandonai, Bellini, Cherubini. Accanto, come è naturale, a pagine di maggiore richiamo anche turistico come l’Aida zeffirelliana 1963 di cui si è già detto, e il Boccanegra di cui tuttavia si amerebbe vedere anche altri allestimenti, tanto più che quello di Tiezzi non pare meritare una serie di riproposizioni così assidue.

Stefano de Ceglia

 

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