NOTTI MILANESI: LA BOHÈME ALLA SCALA

18951506_10154826089653165_6065788319067759762_nLa giovinezza, si sa, è per eccellenza l’età dell’insubordinazione, dell’allegria spregiudicata, dell’insolenza. Ma una insolenza bonaria, proprio in virtù di una sua inconsapevolezza, ingenuità. Di ciò, in fondo, è consapevole anche chi vive ancora all’interno dell’anello irripetibile che si chiude con l’età adulta. L’emblema dell’insubordinazione è lo sgambetto. E l’incipit di Bohème, con la pausa di sedicesimo ai fagotti e il ritmo sincopato, ha tutta l’aria d’essere uno sgambetto, una pernacchia ai bravi inizi tradizionali, magari con preludio, certamente senza pausa di sedicesimo e quell’accartocciarsi fra le prime due note che essa determina. Ma la giovinezza è anche l’età della bellezza (anche Canova era del parere), dove si scopre la propria fisionomia e al tempo stesso la si determina, e con essa si prende confidenza. Perciò, nell’acqua di colonia che esala dal valzer di Musetta, una raffinata autopresentazione cinta di organza, risiede in qualche modo la celebrazione della raggiante bellezza della giovinezza, della quale essa va fiera ma in modo ancora giocoso, con tocchi leggeri e maliziosi. E infine, la giovinezza è naturalmente la scoperta dell’amore. L’attacco di “o soave fanciulla”, col suo irrompere morbido e inaspettato, nella tempera misteriosa, potente e avvolgente dei fiati con arpa, sembra proprio parlare di questo insorgere che ci trova perennemente impreparati, imbarazzati, in contrattempo. 18952777_10154826451033165_6019580638020635282_nCome tutti sanno, la giovinezza di Bohème finisce con una morte: con il saluto a Mimì, non si dà l’addio esclusivamente all’età “d’inganni e d’utopie” (che personaggio interessante Marcello!), ma si prende contatto con la realtà stessa del capolinea. I ragazzi della soffitta, che nel loro eterno carnevale accantonano la fine della vita come un pensiero talmente remoto da essere semplicemente inconcepibile se la ritrovano in casa, ed è questo a segnare in modo irreversibile l’istante di trapasso verso l’età che viceversa è chiamata giocoforza a relazionarsi con questa amara scadenza.
Queste poche schegge isolate a confermare, nel caso in cui ve ne fosse il bisogno, l’immortalità di una partitura fra le più riuscite (e forse, la più riuscita) di Puccini. Una creazione che non solo, isolata nel panorama del tempo, raccoglie la lezione di modernità invano proposta da Falstaff per il destino del teatro in musica, nella sua agile polimorfia fra comico, lirico, tragico. Ma è altresì in grado di inscenare una eternità tematica che ha quasi del classico, ed è questo senz’altro il motivo del successo perenne dell’ “opera essenziale di Puccini”, come la ha giustamente definita Claudio Sartori.
18952990_10154826089673165_2502762791528806311_nAlla luce di questa eternità, il nome di Franco Zeffirelli sembra essere indissolubilmente legato alle messinscene meneghine del titolo. L’allestimento domina incontrastato dal 1963, e non pare sbiadirsi. Fa ancora piacere cogliere il mormorio di stupore della sala allo schiudersi dell’animato, frenetico quartier latino, pur ormai con le sue scenografie non certo all’avanguardia, di una semplicità che a noi sembra quasi dimessa, e forse anche per questo ammalia. Non è uno spettacolo da archiviare nel baule dei ricordi, una vecchia cianfrusaglia teatrale polverosa dalla quale, nel solo riguardo per l’eminenza anagrafica, ci si debba liberare con discrezione, bensì un lavoro da affiancare, questo è certo, a nuove proposte.
Nel cast alti e bassi. Il debutto di Sonya Yoncheva può dirsi felice: possiede una bella voce piena e sostenuta, omogenea in tutte le zone richieste al personaggio, dall’emissione controllata e luminosa.
18892886_10154819775928165_7793048126145053766_nFabio Sartori possiede una voce si potenza sicura, schietta negli acuti. Tuttavia, abbiamo sfortunatamente trovato l’emissione in alcuni tratti affaticata, appesantita. Avendolo apprezzato più volte, anche su questo palcoscenico, speriamo di sentirlo presto al meglio.
I compagni di tetto di Rodolfo sono risultati nel complesso soddisfacenti: Simone Piazzola è un ottimo Marcello, con la sua voce scura e solida; Carlo Colombara è ritornato a convincere il pubblico con la sua interpretazione calda e appassionata del filosofo che odia “il profano volgo al par d’Orazio”. Altrettanto ha convinto Mattia Olivieri, che sta proseguendo con grande riscontro la sua carriera scaligera, equipaggiato di una dote vocale generosa e alla precisione con cui controlla lo strumento.
18920464_10154820111023165_2748694486149280933_nMusetta era Federica Lombardi. Non ha cantato male, ma sembra che il ruolo sia eccessivamente leggero per la sua voce, che ha faticato parecchio nella zona acuta. Resta un timbro dal colore deciso (forse troppo pieno, drammatico per il personaggio) e una buona capacità di fraseggio. Molto accattivante l’interpretazione del valzer.
Evelino Pidò ha dato una lettura piana, nel complesso piuttosto anonima ma non di scarsa qualità. Ha gestito piuttosto bene i volumi dei complessi e ha riparato agli sciaguratamente numerosi scollamenti fra orchestra e palcoscenico, comprensibili forse per una delle prime recite ma auspicalmente da emendarsi.

Stefano de Ceglia

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