VADO AL MASSIMO: WERTHER

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Rosellina Garbo

Una fanciulla che si aggira tra il pubblico abbigliata in mise anni ’40, appeso al collo un vassoio che contiene una sfilza di pacchetti, distribuisce volantini che rappresentano una locandina vintage. I personaggi si aggirano alla ricerca di un posto sulle note iniziali del preludio. La cinepresa è puntata sulla platea, si abbassano le luci e inizia il countdown: stasera, 31 maggio, si proietta il Werther di Massenet. Il nuovo allestimento del Teatro Massimo in coproduzione con l’ Auditorio di Tenerife mantiene una linea cinematografica, in particolare quella del cinema muto voluto dalla regia di Giorgia Guerra, come mostrano i restringimenti di inquadratura nei momenti salienti nei quali i personaggi restano soli con i loro pensieri. I colori principali, sui toni cupi del grigio, del bianco e del nero, sono modulati dalle luci di Bruno Ciulli che si rifrangono sui costumi anni ’40 di Lorena Marin e sulla scenografia essenziale di Monica Bernardi. Un dramma lirico in quattro atti e cinque quadri, dramma romantico per eccellenza, manifesto di quello Sturm und Drang palpabile nella musica quanto nelle parole. Definito dramma dei contrasti, ispirato al modello letterario “I dolori del giovane Werther” di Goethe, vede contrapporsi Eros e Thanatos, la Natura idilliaca tanto evocata nel romanzo epistolare e la forza dei sentimenti che risuonano perentori nei versi messi in bocca agli ebbri amici del Podestà (Nicolò Ceriani), Schmidt (Francesco Pittari) e Johann (Claudio Levantino) “Vivat Bacchùs, semper vivat!”.

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Conflitto irrisolto tra la razionalità e la quiete offerte da una natura composta e la passionalità travolgente e irrequieta dell’artista, entrambe sgomitanti nel giovane protagonista sulla base di un comune denominatore: l’Amore. La lotta si traduce in una battaglia musicale all’ultima nota sulla partitura dell’orchestra diretta dall’israeliano Omer Meir Wellber, in cui cellule tematiche nevrotiche si alternano a motivi tranquilli esposti dai violini e variati dai flauti, costruendo la trama ininterrotta del Lied, alla maniera di Schumann che pure ama suddividere l’espressione tra canto e accompagnamento, strumento e voci. La bacchetta del direttore sembra fare incontrare i due binari paralleli del canto e della strumentazione, spesso creando un amalgama confuso o perché la musica tende a coprire la voce o perché questa fa per sfumare nei momenti in cui deve esplodere. La traccia musicale è arricchita dai contributi del coro femminile del Teatro e dal Coro di voci bianche, diretto dal maestro Salvatore Punturo, che apre e chiude la vicenda con l’etereo canto natalizio. La voce cristallina del soprano Sophie (Serena Gamberoni), colora lo scenario scuro delle altre voci con sicurezza, presenza scenica e la nitidezza di un timbro che si destreggia con disinvoltura negli acuti.

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La bonarietà del personaggio è in linea con la leggerezza della voce che il compositore ha voluto fosse quella di una soprano, contrariamente alla prassi operistica che assegna al mezzo soprano le parti secondarie. Il baritono Christian Senn nei panni dell’autorevole Albert, mantiene un registro monocorde che ben si attaglia al tipo di personaggio statico che utilizza sempre lo stesso tono. Esce fuori dai canoni vocali prefissati nell’acuto a chiusura del terzo atto “Il l’aime”, nel momento in cui si rende conto dell’amore ancora vivo di Werther per la sua sposa, anche maggior picco sentimentale del personaggio, raggiunto a dovere. Nicolò Ceriani, nel ruolo del Bailli è, vocalmente parlando, tra quelle che si possono definire “voci fantasma”, a causa della marginalità sulla scena. Il basso sicuro e chiaro, ben proiettato sulle note, è accompagnato da una misurata gestualità che non fa dubitare che si tratti del vecchio del villaggio, per dirla in un linguaggio gergale. Anche quando rientra in scena ubriaco, alla fine del ballo e ha bisogno di essere sorretto dai suoi amici, conserva la sua eleganza già sfoggiata nella voce. Lo stesso non si puo’ dire dei fidati amici Johann e Schmidt, rispettivamente basso e tenore, che con le loro comparse “bacchiche” si distinguono solo per la differenza dei registri, dal momento che entrambi sono privi di autonomia personale e scenica. Claudio Levantino e Francesco Pittari consentono il proseguimento della vicenda con i loro commenti ai nodi essenziali della storia nei loro recitativi; per essere i personaggi meno sobri sono quelli che riescono a calarsi meglio nella parte, trascinando anche le note dove sia richiesto e gradito, senza esagerare. Discorso a parte per i protagonisti.

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L’interpretazione di Shalva Mukeria è forse adombrata dal Werther di Francesco Meli, che ha calcato le scene le altre sere e sembra gestire meglio la familiarità con la psicologia del personaggio, soprattutto nei momenti di maggiore pathos. Il tenore sembra troppo attento ad intonare le note anche quando potrebbe farle cedere nei momenti di agonia e sofferenza. Sarebbe stato preferibile sentire l’orchestra fare da tappeto alla sua voce e non metterla a tappeto, dando l’idea di un Werther troppo costruito. La maturità della mezzo soprano Marina Comparato dimostra in modo calzante la complessità e l’evoluzione di Charlotte da personaggio quasi sbiadito del romanzo all’opera, in cui gioca ad armi pari. La sua performance alterna maestria vocale e possenza di timbro, senza mai mettere in secondo piano la dimensione sentimentale, aiutando al contempo il coprotagonista a uscire dal guscio di professionista per provare a fare l’attore. Brillando e facendo brillare, il risultato della nostra Charlotte è magistralmente conseguito. Una donna in continua oscillazione tra la stretta osservanza della fedeltà coniugale e il desiderio struggente per Werther. I due sentimenti opposti sono ben rappresentati dai due emblematici duetti: il primo a chiusura del primo atto che si intitola “la maison du Bailli”, in cui Werther dichiara il suo amore all’amata, la quale dimentica per un istante la promessa fatta alla madre in punto di morte di andare in sposa ad Albert, prima dell’entrata in scena del padre di Charlotte che annuncia alla figlia l’arrivo inaspettato del futuro marito, suscitando sgomento nei protagonisti che si sono scoperti innamorati; il secondo duetto nel terzo atto il cui titolo è “Charlotte et Werther”, in cui lei prende da sopra il clavicembalo un libro che Werther stava traducendo e glielo porge.

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Si tratta dei poemi di Ossian, icona del Romanticismo, che nel romanzo goethiano faceva crollare le resistenze della protagonista e che adesso dà luogo all’unica romanza dell’opera: “Pourquoi me réveiller”, accompagnata dall’arpa, strumento ossianico per eccellenza. La presenza di elementi letterari, oltre che nella titolatura degli atti, (parlante il titolo del secondo atto “Les tilleuls”, i tigli, l’albero più caro al romanticismo, sotto le cui fronde si sono consumate tante storie d’amore, compresa quella statica e priva di emozione dei novelli sposi Charlotte ed Albert, sigillata dalla mesta dichiarazione di Charlotte: “Quando una donna ha sempre accanto a sé lo spirito più nobile e la migliore delle anime, che rimpianti dovrebbe avere?” ) condiziona le reazioni degli amanti che dopo un bacio infuocato si avviano verso la drammatica conclusione. Il quarto e ultimo atto “La mort de Werther” si apre, come di consueto, con un preludio che qui diventa anche interludio ed evoca la tempesta di neve attraverso gli archi e l’arpa, sui quali si staglia l’ultimo tema affidato ai fiati frementi e ad altri strumenti. Quando il sipario si alza ci troviamo di fronte ad una scatola chiusa all’interno della quale si consuma la tragedia. “Nous oblivions tous…”, parole di un Werther morente che è finalmente libero di amare per l’ultima volta la sua Charlotte sapendo di essere da lei ricambiato.

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Con un ulteriore rimpicciolimento del quadro, che ha l’effetto di interporre una parete tra attori e spettatori, ci si chiede quanto la tecnica registica possa giovare alla comprensione di un’opera classica, ma pur sempre moderna, dal momento che porta in scena l’attuale. Chi, quotidianamente, non sperimenta il dolore di amori impossibili, il riconoscimento di anime affini o sceglie la morte piuttosto che la lontananza dalla persona che ama? La risposta è nel proiettore che ci abbaglia all’inizio, nell’aggirarsi dei personaggi in mezzo al pubblico, non meno che nella morte silenziosa del protagonista sul tripudio dell’orchestra. Qui cala il sipario.

Cristina Scaffidi Fonti

Palermo, 31 maggio 2017

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