Teatro La Fenice di Venezia: Lucia di Lammermoor

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©Michele Crosera

“Lucia di Lammermoor ” è uno di quei titoli che si presta a mille letture e anche di più. Alcune volte viene modernizzata in maniera eccessiva, pensiamo allo spettacolo di Barbara Wysocka per la Bayerische Stastsoper, ambientato negli USA dell’era Kennedy o lo spettacolo di Guy Joosten per la Monnaie di Bruxelles. Altre volte si cade invece nella banalità più assoluta con spettacoli polverosi che fanno dell’opera del Donizetti una generica ballata romantico/storica, come se non potesse parlare all’attualità. Se vediamo la vera rivoluzione Karajan/Callas è stata proprio quella di togliere a Lucia la muffa, soprattutto nella scena della pazzia, dove ci si aspettava un fuoco di artificio di picchiettati, scalette, trilli e gruppetti come se Lucia fosse una novella Dinorah. No, assolutamente no. La giovane Asthon non è trasognata, è assolutamente carnale. La sua pazzia è veramente il crollo definitivo di una persona già psichicamente debole per natura, quasi come la Irma de “L’interpretazione dei sogni” di Freud. Non è strano che Emma Bovary si riveda in quella creatura.

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©Michele Crosera

Lo spettacolo di Francesco Micheli è intelligente e profuma di morte dall’inizio alla fine. La scena firmata da Nicolas Bovey è riempita soltanto da un cumulo di mobili, che simboleggia la caduta in rovina della famiglia Asthon. Gli stessi mobili pendono dal soffitto durante la scena della pazzia. Efficaci i costumi di Alessio Rosati. Micheli ritrae dei personaggi psicologicamente complessi e profondamente intrisi di male di vivere. Lucia è una ragazza complessata, divisa tra l’amore pericoloso per Edgardo e l’amore per il fratello. Edgardo è irruente e prepotente, ombroso come un adolescente al primo amore. Enrico non è tanto più maturo di loro. Crede di fare il bene di Lucia, ma in realtà è cosciente di farla soffrire. È divorato dai dubbi, e non ha una guida avendo perso i genitori. Il suo unico punto di riferimento è Normanno, il quale assume un ruolo fondamentale. È un uomo viscido, perfido, capace di insinuare qualunque cosa nella mente di Enrico e di farlo agire come egli vorrebbe. Probabilmente Enrico non è meno folle della sorella. Micheli richiede una recitazione estenuante, scomoda e una teatralità serrata e estremamente dinamica. Il regista bergamasco sa benissimo di avere sul palcoscenico una compagnia in grandi di fare tutto quello che gli è richiesto. Una lode immensa la merita il coro, in particolare la sezione maschile, che deve cantare la scena finale con Edgardo disteso supino.

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©Michele Crosera

Eccellente la direzione di Riccardo Frizza,  bacchetta che in questo repertorio rappresenta il meglio. La sua lettura è elegante, lineare, concede al dramma il giusto, raggiungendo una praticamente perfetta alchimia con il palcoscenico. Meravigliosamente ben suonato l’intervento della glassharmonica, durante la grande scena della protagonista.

Ottimo l’apporto di Francesco Marsiglia (Arturo di bel timbro) e Angela Nicoli (Alisa).
Teatralmente e musicalmente perfetto il Normanno/Jago di Marcello Nardis, onnipresente in scena e dalla forte mimica facciale.
Bene il Raimondo di Simon Lim, anche se sarebbe desiderabile una rotondità maggiore del suono e un legato più omogeneo, viste le bellissime frasi dedicate al suo ruolo.
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©Leone Facoetti

Markus Werba è un Enrico “grand seigneur” con una linea vocale impeccabile. Affronta la parte con fraseggio sentito e presenza scenica intensa nel personaggio borderline delineato da Micheli.

Francesco Demuro ha una voce benedetta dal cielo e la fortuna è che la sa utilizzare alla perfezione, delineando un eroe romantico di bellissimo nitore vocale e forza scenica. Il fraseggio è sempre elegante e si sente il canto che viene dal cuore (si intenda bene: non “anema e core”), con quella passione che si esalta sia nell’invettiva del secondo quadro della seconda parte (“Maledetto sia l’istante”), che nella bell’alma innamorata finale.

Nadine Sierra è una Lucia da sogno, che ci ha conquistato e innamorato. La voce importantissima, di soprano lirico puro, con agilità ben sgranate. Non si avverte nessun cambio di registro e di colore. La tecnica è pressoché perfetta, con una morbidezza assoluta. Ciò non vuol dire mancanza di nervo, anzi.

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©Michele Crosera

La sua è protagonista è come un uccellino chiuso in una gabbia, ma nella scena di pazzia perde il controllo e i freni inibitori. Non si può spiegare la magia della sua interpretazione, perché è stata assolutamente magnetica. Quello che ha fatto nella scena della pazzia bisognava sentirlo e vederlo, perché descriverlo non trasmetterebbe nemmeno la metà dell’emozione di quei momenti.

Trionfale successo per tutti.
Francesco Lodola
Venezia, 29 aprile 2017
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