INTERVISTA A HUGO DE ANA

HUGO DE ANA -_.jpgAbbiamo avuto il piacere di poter intervistare Hugo de Ana, uno dei più noti registi del teatro musicale contemporaneo, impegnato in queste settimane nella ripresa della sua già celebre produzione di “Norma”, al Teatro Filarmonico di Verona, del quale cura (come in tutti i suoi spettacoli) sia regia, che scene e costumi. Durante questa piacevole chiacchierata, si è avuto modo di parlare di come nasce uno spettacolo e qual è il pensiero che deve precedere la costruzione di una regia. De Ana è particolarmente legato a Verona, poiché oltre ad aver realizzato numerosi spettacoli al Teatro Filarmonico, ha creato delle bellissime produzioni anche per l’Arena, come “Nabucco” , “Il Barbiere di Siviglia”, “Tosca” (che ritornerà nel Festival Areniano 2017) e “La Traviata”.

5929669061_803aa50761_bLei è uno dei pochi registi che si occupano sia della regia, che delle scene e dei costumi….come inizia il processo di creazione di uno spettacolo?

Lo spettacolo nasce innanzitutto dalla conoscenza assoluta della musica, del libretto, del periodo in cui è stata scritta, e del compositore. Personalmente credo che si debba partire dalla musica, dal materiale che si ha tra le mani per definire la propria lettura, che può essere tradizionale o moderna, ma sempre al servizio della musica e dello spettacolo. Non si può creare uno spettacolo per la propria personale follia. Quando si parla di teatro musicale, il processo creativo deve aver rispetto dell’opera stessa. Al giorno d’oggi, purtroppo, si crea una confusione per i giovani che si avvicinano all’opera. È un periodo di grande confusione quello che stiamo vivendo, soprattutto nelle rappresentazioni operistiche.

barbiere2009_vr1Com’è nato il suo amore per l’opera e la voglia di mettere in scena il teatro operistico?

Dobbiamo tornare all’età della pietra(Ride). Faccio questo lavoro da talmente tanti anni che ormai non mi posso pentire. Il percorso che ognuno fa per arrivare a fare il proprio mestiere, è determinato dalla particolare congiunzione della casualità con il destino. Non so dire come tutto è iniziato. Forse avrei potuto fare dell’altro e sarebbe stato anche più facile e riposante e soprattutto con dei ritmi ben scanditi. In questo lavoro non ci sono vacanze. Sei sempre fuori di casa, un giorno in un paese e un giorno in un altro, creando uno spettacolo dopo l’altro. Per esempio ora penso alla Norma che andrà in scena qui a Verona, ma nel frattempo penso allo spettacolo che andrà in scena a Pechino il prossimo gennaio, contemporaneamente devi andare a Parma a vedere come procede la realizzazione delle scene per “Jérusalem” che andrà in scena al Teatro Regio, e nel frattempo chiamare Napoli per sentire come procede il lavoro per lo spettacolo che che farò al San Carlo. Se la domanda fosse stata cosa volevo fare io da piccolo, la risposta non sarebbe stata sicuramente il regista, avevo mille idee diverse. È però vero che ci sono delle situazioni che in un bambino o in un giovane gli fanno scoprire, e inconsapevolmente prendere coscienza, che quello sarà il lavoro del loro futuro. Io penso che un film che mi ha segnao profondamente ed è stato forse il mio primo shock, è stato “Il Gattopardo” di Luchino Visconti. Un’altra cosa che mi ha colpito è stato l’allestimento di Giorgio Strehler de “il giardino dei ciliegi” di Čechov al Piccolo di Milano. Lì ero già orientato a questo mestiere ma sono quei momenti e quelle immagini che ti fanno capire veramente dove vuoi andare e cosa vuoi fare. È il male di Stendhal per la bellezza, per l’arte, che ti fa sentire compreso e incompreso allo stesso tempo. L’arte è un lavoro di grande lotta e di fatica. Mi ricordo quando frequentavo la scuola di belle arti: molti miei compagni e compagne, che erano bravi, non sono mai arrivati a fare nulla, perché probabilmente non avevano il coraggio necessario a fare questo mestiere. Il vostro è un blog che parla ai giovani e dunque il messaggio che bisogna trasmettere è che quando uno capisce per cosa è portato e per quale mestiere ha le giuste caratteristiche, deve perseguire questo obiettivo con la massima onestà: l’onestà di rischiare e l’onestà di rinunciare nel punto in cui capisce che non è realmente portato. 2006-tosca-foto-tabocchini-e-gironella_2_blocco.jpgCapita spesse volte che i ragazzi vadano dall’insegnante di canto e non capiscano di non aver le doti per poter cantare e così le mamme che portano le loro bambine dall’insegnante di danza, sperando che diventino le nuove Margot Fonteyn o Natalia Makarova. È tutta questione di una predisposizione mentale e anche fisica. Noi registi non abbiamo il problema del fisico, ma oggi per i cantanti viene richiesta una preparazione fisica e il fisico per determinati ruoli. Oggi non è più accettabile una signora prorompente e giunonica per alcuni ruoli, come Violetta o Mimí. L’ideale femminile e l’ideale maschile sono cambiati e il pubblico stesso non accetta determinate cose. È un mestiere quello artistico che ti costringe a lasciare fuori alcune cose dalla tua vita. È un sacerdozio. Ci vuole dedizione e spesso oggi vediamo artisti che pur avendo le doti e una certa predisposizione naturale, non studiano e quindi si bruciano in fretta. Non ci si può improvvisare ed essere superficiali. L’arte non è superficiale. Anche la musica pop, quella “leggera”, deve avere una base se no non ha alcun significato. Mina é ancora oggi un mito, anche se sono passati sessant’anni, perché ha una sua base, cioè della sostanza sotto il suo mito. Non sono un passatista, ma oggi i cantanti pop sono appoggiati anche dal video. Se guardi, per esempio, l’ultimo video di Taylor Swift, lo riguarderai anche senza ascoltare la canzone, perché l’immagine supera la musica e gli dà una valenza maggiore. Nella musica pop ci sono dei grandi artisti, come Amy Winehouse con quel colore di voce magnifico, e aldilà della sofferenza interiore che troviamo in ciascuno di loro, c’è una personale maniera di esprimersi che è quella dei grandi artisti. Pensiamo ad Edith Piaf con quella voce praticamente rotta, eppure non troviamo nessun altro oggi che ti trasmette le stesse cose. Questo vale anche per Franck Sinatra, Liza Minelli, Barbara Streisand: ognuno con il proprio stile e il proprio genere ha conquistato il pubblico avendo ciascuno un background solido. La base si costruisce con il lavoro e lo studio.

Norma_FotoEnnevi_230416_020_20170423Norma è più romantica o più neoclassica?

Tutte e due. Norma è un’opera che appartiene ad una rivoluzione, in tutti sensi. Non possiamo staccare la sua musica, dal periodo storico in cui è stata creata. Il momento in cui Norma è nata è stato il più ricco della storia dell’Italia, soprattutto dal punto di vista musicale. L’Ottocento che sarà dominato da Verdi e più tardi da Puccini, ha in questo periodo ben tre compositori significativi: Rossini, Donizetti, Bellini. Tre vertici che dominavano tutti i generi del melodramma, l’opera comica, l’opera semiseria, l’opera drammatica. Ciascuno di loro ha dei propri capolavori, e Per Bellini probabilmente Norma rappresenta la summa di tutta la sua arte. Norma è molto difficile da mettere in scena, proprio per questa sua dualità tra il neoclassico e la propensione al romanticismo. L’errore è credere che il neoclassico sia rigido, mentre il romanticismo porti a una passione che rasenta il verismo. Non possiamo dimenticare che in Norma c’è una parte apollinea e una parte dionisiaca che spinge verso la rivoluzione romantica. La dualità di quest’opera si vede sempre, sia nel interventi della protagonista, che negli interventi degli altri personaggi e anche del coro. È un capolavoro non lineare: ci sono mille colori, c’è una tragicità contenuta vicina al teatro neoclassico, che dopo esplode anche musicalmente in accensioni che guardano da vicino il teatro di metà Ottocento. È un’opera infinita e per questo è molto difficile anche da spiegare al pubblico e soprattutto da farla capire: anche se le immagini sono astratte, lo spettacolo brutto o bello, il pubblico deve capire tutti i meccanismi della vicenda e la mutabilità dei caratteri e dei sentimenti, grazie una narrazione teatrale coerente. Norma con la sua veste fintamente fredda e arcaica, deve risultare come una pièce teatrale che parla all’attualità. norma_fotoennevi_230416_014_201704231.jpgAi tempi di Bellini non esisteva Freud, ma il conflitto amatorio, tragico, sentimentale della donna è già ben rappresentato, sia in Norma che in Adalgisa. C’è una notevole profondità psicologica anche in Pollione, un personaggio apparentemente molto di contorno. Norma, Adalgisa, Pollione sono i tre vertici di uno stesso triangolo e durante l’opera diventano di volta in volta l’apice di questo. Quello che al pubblico deve arrivare, soprattutto dal punto di vista teatrale, è che questi tre personaggi non sono dei cartonati, ma sono profondamente veri. Si creano tra questi caratteri delle situazioni, che messe al di fuori del teatro ottocentesco, si rivelano molto attuali. Tutto questo, unito alla musica meravigliosa di Bellini, crea quest’opera perfetta, che infatti come “Il Barbiere di Siviglia” è uno di quei titoli che non sono mai usciti dal repertorio dopo la loro prima rappresentazione. Oggi ci sono anche altri titoli che si stanno riscoprendo di quel periodo, ma non offuscheranno mai la luce di questi capisaldi assoluti, che noi abbiamo il dovere di trasmettere ai giovani, come parte della formazione e di un’educazione al rispetto verso un patrimonio culturale che non appartiene all’Italia e agli italiani, ma all’umanità in generale. Quello che dimentichiamo oggi è che l’educazione non è soltanto il “non buttare la carta per terra”, ma anche essere umanisti. La tecnologia è meravigliosa e oggi ci permette di tutto, ma dobbiamo utilizzarla per comunicare alle future generazioni tutto questo, non dimenticando l’importanza della comunicazione diretta e della ricchezza di questa.

Tra lei e Verona c’è un legame speciale… Quanto è difficile mettere in scena un’opera in Arena?

02071_Traviata_FotoEnnevi_230-2Con Verona c’è un rapporto affettivo. Sono molti anni che io lavoro qui. In questi giorni ricordavo con le maestranze il mio primo spettacolo veronese, “Le Contes d’Hoffmann” al Teatro Filarmonico. Fu un lavoro straordinario, con quarantacinque giorni di prove. Già in quell’occasione si era creato un clima di grande collaborazione, e di calore tra me e i lavoratori, premiato con un grande successo. Quando ritorno qui c’è sempre una comunicazione quasi familiare. Tra i teatri che mi porto nel cuore Verona ha un posto speciale e importante anche nella mia vita. Adoro il teatro Filarmonico perché ha una  dimensione ideale, il pubblico è vicino e quindi puoi vedere tutte le reazioni che ha. L’Arena è tutto un altro spazio, che ha il fascino della dimensione. Questo fascino ti mette in ansia, perché da una parte ti devi servire della magia che si crea in questo posto, dall’altra parte, devi contenere nella sua grandezza la situazione drammatica. Io penso ad Aida come ad un’opera intima, ma in Arena, devi pensare alla grandezza della struttura, che è il motivo principale per il quale viene il pubblico. Pochi sono riusciti a creare degli spettacoli interessanti in Arena. 646d2-main-fotoennevi_240615__dsc2341_20150624.jpgMolti hanno fatto dei bellissimi spettacoli, altri no. È uno spazio molto difficile, Un po’ come tutti i teatri all’aperto, che pur essendo suggestivi e avendo una loro carica positiva, richiedono un lavoro diverso. Quest’estate sarò anche all’Odeo di Erode Attico ad Atene, dove ho già realizzato alcune produzioni e anche lì si tratta di un luogo magico. Sono quei posti in cui devi essere felice anche solo di esserci. Hai la possibilità di fare quello che non può fare nessuno, per esempio passeggiare sul Partenone alle due del mattino, o andarti a sedere su una pietra dell’Arena quando non c’è nessuno, e vedere l’anfiteatro da una prospettiva che nessuno può vedere. La magia dell’Arena piena è incredibile: quando vedi quelle lucine accese, ti conquista. Altri teatri e altri paesi hanno cercato di creare degli spazi così, ma non ci sono riusciti, perché non hanno questo luogo così magico. Verona deve puntare sul marchio Arena, perché è il simbolo che può rappresentare al meglio l’importanza culturale di questa città nel mondo.

Grazie al M° de Ana e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

 

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