INTERVISTA A ERIKA GRIMALDI

13082656_984475258255303_7003203082420179458_nErika Grimaldi è una delle voci italiane più affermate nel panorama operistico internazionale. Ha già alle spalle una notevole esperienza sui più importanti palcoscenici italiani ed esteri. Abbiamo approfittato delle sue brevi vacanze pasquali per intervistarla, prima che ricominci la sua vita frenetica, che la vedrà protagonista a Monaco di Baviera, poi a San Francisco e infine ad Edimburgo…
Innanzitutto, come ti sei avvicinata al canto lirico?
Mi sono avvicinata alla musica con il pianoforte mentre il canto era solo diletto. Ho studiato pianoforte al conservatorio e una delle materie obbligatorie era canto corale. Il maestro sentendo la mia voce, mi suggerì di iscrivermi l’anno seguente al corso di canto: ho iniziato quasi per gioco e non molto motivata, poi, dal secondo anno, ho cominciato ad appassionarmi sempre di più.
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©Ramella&Giannese/Teatro Regio di Torino

Come ti ha aiutata il tuo percorso con il pianoforte, nel gestire i problemi della voce e la disciplina necessaria per il canto?
Il percorso con il pianoforte mi ha aiutata molto e mi aiuta tuttora perché musicalmente ho imparato a prepararmi anche da sola, senza l’aiuto di un maestro. Sono stata coraggiosa, dal momento che mi sono diplomata prima in canto e ho preso successivamente la decisione di concludere anche il mio percorso di studi pianistici. E devo dire che ho fatto bene a completare anche questo percorso che mi serve molto.

C’è un insegnante che ti ha toccata profondamente e che ancora oggi mentre studi ne ricor le parole e i consigli?
La mia insegnante è stata ed è tuttora Gabriella Ravazzi. Mi ha aiutata a costruire la mia voce, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista interpretativo. Abbiamo collaborato e insieme abbiamo fatto un bel lavoro che continua perché si può sempre migliorare anche quando si raggiungono alti livelli.
5_58I ruoli che ti hanno contraddistinta all’inizio della carriera erano lirico-leggeri, mentre oggi approcci e ruoli sono da considerarsi di lirico puro… come descriveresti la tua voce ad una persona che non l’ha mai sentita?
Quando si inizia sicuramente si deve avere molta prudenza, per questo i miei primi ruoli erano più leggeri, anche perché per i personaggi verdiani e pucciniani mi viene richiesta una maggiore esperienza interpretativa, che si può acquisire solo con gli anni. Non sono dell’idea di abbandonare il mio quantistico, perché pur iniziando a frequentare qualche volta dei ruoli più corposi, non abbandono mai alcuni ruoli come, ad esempio, quello di Mathilde del Guglielmo Tell. Per ora non voglio rischiare ruoli per i quali non mi sento pronta, anche perché il desiderio è che la mia carriera possa esser più lunga possibile.
217317_195950867107750_8119564_nC’è un modello al quale ti ispiri e al quale fai riferimento?
Non ce n’è uno, perché ho cercato sempre di sentire tutti i soprani e di prendere da ognuno qualcosa. La cantante alla quale molti mi avvicinano e alla quale io stessa mi sento vicina è Mirella Freni, perché, pur essendo sicuramente diverse, abbiamo alcune caratteristiche vocali in comune.
Con Mirella Freni condividete anche un cavallo di battaglia, che è quello di Mimí nella Bohème. Che cosa c’è di Erika in Mimí e cosa c’è di Mimí in Erika? 
Con gli anni la mia Mimí ha preso delle sfumature e delle sfaccettature che prima non aveva. La mia Mimí non è ingenua, è una ragazza furba e simpatica, che è ben cosciente di essere malata e accetta con grande consapevolezza tutto ciò che le capita, e affronta tutto con il sorriso. Quando si reca da Rodolfo ci va appositamente, non tanto per conquistarlo, ma almeno per conoscerlo. Io non sono spacciata come Mimí, ma come lei mi piace affrontare tutto con il sorriso e con positività.
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©Ramella&Giannese/Teatro Regio di Torino

Esattamente un anno fa eri Armilla ne “La donna serpente” di Alfredo Casella al Teatro Regio di Torino. Come hai affrontato questa partitura desueta e che rimarrà probabilmente un’esecuzione unica? 
Il ruolo di Armilla ha richiesto un lavoro molto lungo poiché non è per niente semplice, a partire dalla scrittura in una tessitura niente affatto comoda. È stato complicato soprattutto da memorizzare, quindi ho iniziato molto in anticipo a studiare. Confrontandomi con i miei colleghi, ho riscontrato che anche loro avevano fatto lo stesso lavoro. Le ansie per questa produzione erano che l’opera non era conosciuta e che quindi non si potesse prevedere la reazione del pubblico, invece è stato un buon successo, anche attraverso la ripresa televisiva. Ho sentito anche molti amici che hanno portato i loro bambini a vederla e ne sono rimasti molto colpiti. Quando anche i bambini apprezzano una cosa, vuol dire che si è centrato l’obiettivo.

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©Ramella&Giannese/Teatro Regio di Torino

L’ultimo impegno torinese invece ti ha visto come Nedda ne “I Pagliacci” di Leoncavallo con la regia di Gabriele Lavia.  Come ti sei trovata a lavorare con un artista, che pur non confrontandosi per la prima volta con il teatro musicale, comunque proviene da un ambiente diverso, che quello della prosa e del cinema?
Il suo modo di lavorare è molto legato alla prosa, e quindi dal punto di vista tecnico abbiamo lavorato con lui in questa maniera. È un uomo pieno di energia, abituato ai tempi molto lunghi delle prove del teatro di prosa, a cui invece noi cantanti lirici non siamo molto abituati, perché la voce esige un suo riposo. È arrivato alle prove preparatissimo, e non è una cosa scontata per un regista, soprattutto oggi. Aveva studiato tutti i minimi particolari di ciò che voleva mettere in scena e anche il modo per farlo. La cosa bella è che le sue idee si adattavano all’essere e all’agire di ogni artista, ognuno con il suo modo di muoversi sul palcoscenico. Questo lavoro ha richiesto ovviamente ritmi di prove fittissimi, ma io sono stata molto contenta e soddisfatta, perché ho potuto accrescere il mio bagaglio di esperienza e imparare tante cose nuove. Si trattava sicuramente di un titolo molto stimolante dal punto di vista teatrale, ma c’è da dire che la scelta del teatro di mettere in scena quest’opera da sola ha richiesto una grande cura, ma ha anche portato ad una bella concentrazione. E il successo è stato più che buono.

13010592_978686365500859_3281042296199161917_nRitorniamo però al gennaio 2016, dove c’è stato il suo debutto al Teatro alla Scala di Milano con “Giovanna d’Arco” di Giuseppe Verdi. Qual è stata l’emozione di questo debutto?
È stata l’emozione più grande. La Scala è un teatro dove non si può partire, ma deve essere un punto di arrivo, e dove bisogna rimanerci. Ci sono arrivata con una grandissima emozione, perché è il sogno di tutti cantanti. È un teatro particolare, dove sono passati tutti i grandi, dove si fa un lavoro molto serio e soprattutto molto esigente. È un teatro dove sei sempre messa alla prova e dove devi dare tutta te stessa per accontentare il pubblico. Io poi ho dovuto sostenere il confronto con Anna Netrebko, una carissima collega con un grandissimo carisma e un carattere molto forte ed energico. C’era grande attesa da parte mia e anche da parte del pubblico che voleva sentire se io fossi all’altezza di questo confronto. E devo dire che il risultato è stato positivo per me e per il pubblico.

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©Ramella&Giannese/Teatro alla Scala

Uno dei tuoi prossimi impegni sarà il Requiem di Verdi ad Edimburgo…
Prima ancora ci sarà il “Guillame Tell” a Monaco, in una produzione nella quale ho già cantato. Mathilde è un personaggio che interpreto sempre molto volentieri e che ho affrontato già anche a Torino. Subito dopo sarò nella Boheme a San Francisco. Ad Edimburgo riprenderemo l’edizione di Bohème che ha inaugurato la stagione del Teatro Regio di Torino, e poi il Requiem verdiano con la direzione di Gianandrea Noseda.

Per te il Requiem è più un dialogo di un uomo con Dio o un’opera teatrale?
A me l’idea che il Requiem sia un’opera teatrale piace tantissimo, però dipende dalla visione del direttore con cui lavori. Ci sono maestri che lo vedono come un racconto drammatico, mentre altri hanno una visione più spirituale.
C’è un ruolo che desidereresti tanto affrontare, ma che ancora nessuno ti ha proposto?
Ci sono molti ruoli che desidererei affrontare, ma ho preferito per ora aspettare per alcuni di questi. Vorrei cantare nel futuro Leonora de “Il Trovatore”, Elisabetta in “Don Carlo”. Però mentre la Leonora la vedo più vicina alle mie attuali possibilità vocali, Elisabetta non è ancora possibile nell’immediato futuro.
2_60E invece un ruolo impossibile…
Penso Madama Butterfly, perché la vedo legata a delle voci che sono nate con più sostanza, non drammatiche, ma comunque capaci di reggere a un organico e un’orchestrazione imponenti. Bisogna essere contenti delle possibilità della propria voce. Io cerco di poter realizzare bene i ruoli che calzano alla mia vocalità e ne sono contenta. Se un giorno la mia voce cambierà, asseconderei il suo cammino. Attualmente rispetto agli anni passati la mia voce si è scurita e ed è cambiata, anche dopo il parto, ma non è stato un cambiamento radicale. Un ruolo che desidero, ma che non vedo nell’immediato è per esempio quello di Aida, che sento più affine alle mie caratteristiche.
E seguendo il filo del belcanto, una Norma…
Norma è un ruolo che mi sentirei di fare anche adesso se me lo dovessero proporre, Perché ho sentito molte voci simili alla mia che hanno già affrontato questo personaggio. Se ci dovessero essere le condizioni ed i colleghi giusti, sarà un grande piacere diventare Norma.
2_62.jpgQual è il consiglio che ti sentiresti di dare ai giovani studenti di canto e anche a coloro che si avvicinano per la prima volta a questo mondo, tanto bistrattato nel nostro paese?
Per un giovane studente volenteroso e caparbio consiglio di arrivare sul palcoscenico ben preparato. Certamente l’esperienza si costruisce qui, ma bisogna aver studiato ed essere pronti il più possibile. Il teatro non perdona: se si vuole fare carriera bisogna raggiungere livelli alti. Ci vuole anche la fortuna di incontrare le persone giuste, ossia quelle persone che aiutano i giovani e li guidano nelle loro scelte. Questo è molto difficile da trovare, poiché spesso si finisce nelle mani sbagliate. Per i nuovi spettatori credo che le cose stiano cambiando rispetto al passato: il pubblico dell’opera italiano non è in una fascia di età bassa, ma oggi vedo una buona dose di cambiamento e la presenza in teatro di ragazzi e adulti più giovani. Molti mi scrivono e mi chiedono consigli e questo mi fa molto piacere. Bisogna sfatare il tabù che l’opera è per pochi, per gli adulti, per chi la capisce e la conosce. L’opera è bella per tutti e bisogna farla apprezzare ai più giovani portandoli a teatro e introducendoli fin da piccoli a questa arte. Ci sono tantissimi spettacoli per bambini, e bisognerebbe incrementarli ulteriormente, come si fa all’estero, dove l’Opera è vissuta fin da bambini. Bisognerebbe pensare anche a riduzioni di prezzo del biglietto per i ragazzi, così da permetterli una costanza di presenza maggiore, per aumentare la loro consapevolezza su questa arte musicale.
Grazie a Erika Grimaldi e In bocca al lupo!
Francesco Lodola
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