INTERVISTA A EDGARDO ROCHA

Edgardo_Rocha_3_-_nouvelle_photo_a_utiliser____copieAbbiamo avuto il piacere di incontrare Edgardo Rocha, tenore di fama internazionale e protagonista maschile della Gazza Ladra scaligera, che ci racconta degli inizi della sua carriera e di alcune sue osservazioni riguardo all’opera in genere e alla Gazza in particolare.

Sei nato in Uruguay. Come di sei avvicinato all’opera e quali possibilità c’erano lì nel campo?
Il mio avvicinamento al mondo operistico è stato al liceo,io studiavo musica e la mia insegnante di filosofia era un soprano e aveva scoperto che suonavo il pianoforte. Aveva in programma un concerto all’ambasciata uruguayana in Brasile, ma si trovava senza pianista. Disse allora in classe che sapeva di qualcuno che suonava il piano, e tutti i miei compagni di classe mi indicarono. Dunque mi invitò a casa sua, e provammo. Nello scegliere il repertorio, lei mi fece cantare una canzone, e mi disse che sarei stato io a cantarla al concerto.  Nel paese dove sono nato, che si trova in provincia, l’opera era un fenomeno praticamente inesistente, non arrivava e io sapevo a malapena cosa era. Soltanto i Tre Tenori, all’epoca all’apice della fama, hanno un poco contribuito a diffondere l’opera in quelle zone e io sono un po’ cresciuto anche con il loro modello.

La_Cenerentola_Seattle_Opera_2013_3Hai un repertorio solido e piuttosto coerente, hai cantato da Mozart a Bellini. E’ importante per te possedere una identità vocale o ti piacerebbe sperimentare qualcos’altro?
Credo che si debba essenzialmente seguire ciò che la voce dice; anche se in questo momento canto prevalentemente Rossini, non mi considero un “rossiniano” in senso esclusivo, la mia stessa voce sta cambiando e penso che sia giusto assecondare ciò che la voce dice. Ho fatto anche un po’ di repertorio francese, I Pescatori di Perle, in Francia e per esempio questa esperienza vocale mi è servita molto per comprendere come la mia voce si stesse evolvendo e per provare un altro tipo di ruolo all’infuori di quelli buffi. In questo senso, Giannetto che canto qui in Scala è ambiguo, è un poco il “Don Ottavio” della situazione; malgrado il suo evidente amore per Ninetta, esita spesso a prendere iniziativa per salvarla. Per tornare al discorso vocale, credo che l’importante sia rispettare la voce e la musica, tanti cantanti anche del passato hanno affrontato ruoli al di fuori del repertorio consueto, ma hanno ottenuto un enorme successo. Si vede che la loro voce era pronta per quelle interpretazioni, non ritengo ci siano delle “specializzazioni” così rigide.

11146489_641453332653227_6023053048223985746_nStai affrontando una produzione con un regista molto noto, che viene dal mondo del teatro in prosa e in seguito dal cinema. Che rapporto hai con i registi?

Cerco sempre di venire incontro alle esigenze, nel rispetto della musica. Gabriele Salvatores in particolare è una persona splendida e assai professionale, e sa rispettare lo spazio dei cantanti, o meglio degli “attori”, come ci chiama. Lui ha saputo dire la sua sempre tenendo a mente il punto di vista del cantante. Non mi sono mai capitati grandi dissidi con i registi, genericamente se l’idea ha una buona motivazione e la musica lo permette mi accomodo volentieri.

La-Cenerentola-Teatro-de-la-Maestranza-de-Sevilla-2014-1Forse è anche bello, con registi come Salvatores e come Verdone, essere pensati come “attori”, è una prospettiva differente che spesso i registi che hanno fatto tanta opera lirica magari emarginano un po’…

Cerco di approfittare di queste esperienze, per lavorare su una componente importantissima dello stare in scena, oltre al canto: siamo anche attori. Gabriele nello specifico, ci dà l’opportunità di lavorare su nostre idee e proposte che si aggiungono al suo filo conduttore, in modo che si crea un rapporto dialogico.
Tiene molto a valorizzare le nostre visioni, a “tirarle fuori” .

 

16196008_950385315093359_782800502795430284_nCon Verdone hai fatto Cenerentola in TV, per la Rai. Un’opera pensata per la televisione, con esigenze precise. Tu credi che l’opera si snaturi tanto nel “filtraggio” televisivo o ritieni invece che il piccolo schermo sia utile per cominciare ad appassionarsi?

L’opera va vissuta in teatro. Bisogna sentire il palcoscenico, vivere con gli artisti. In TV tutto si può sistemare, si ha dunque l’opportunità di elaborare il prodotto e modificarne ogni dettaglio. Credo tuttavia che sia assai positivo sfruttare il mezzo per diffondere l’opera, in modo da mostrare a un pubblico vasto cosa facciamo. Del resto, come dicevo prima, anche io ho tratto vantaggio da questo, con i Tre Tenori. In questo modo una persona può innamorarsi grazie alla TV e poi incominciare ad andare a teatro.
11073400_623447824453778_259153974427065193_nHai debuttato per l’Italia a Martina Franca. Che ricordi hai della serata?

Ho saputo alle due di notte del giorno prima che sarei andato in scena, facevo cover. All’inizio ero molto agitato, poi ci ho riflettuto, sapevo la parte, sono andato sul palcoscenico ed è andata bene. In ogni caso, provo sempre la stessa agitazione nell’attesa dell’inizio, che poi si scioglie con l’ingresso in palcoscenico.

Tra i tuoi maestri ci sono stati Blake e Fisichella, due artisti di rilievo. Cosa ti hanno lasciato?

Blake, con cui ho fatto alcune masterclass, mi ha lasciato degli importanti suggerimenti: innanzitutto uno spunto su cui ho pensato a lungo, ossia la separazione dell’uomo dal cantante. Mi ricordava sempre che, sebbene non si possa “lasciare la gola sul comodino”, si dovrebbe sempre ricordare che vita e palcoscenico sono due cose separate. Con Fisichella invece mi sono preparato più sul fronte tecnico, ma solo con il mio attuale maestro Jorge Ansorena ho scoperto la mia vera voce.

Edgardo-Rocha-portrait6Una domanda sulla Gazza Ladra. E’ un’opera inconsueta. Malgrado appartenga a un genere consolidato, ha delle proporzioni molto vaste, dura molto e Rossini ha composto una infinità di pezzi.

E’ una delle poche opere dove Rossini non si ripete (tranne una autocitazione interna), ci ha lavorato tre mesi intensi e si capisce che teneva a fare un regalo alla città di Milano, che aveva sancito la sua fama e che voleva sorprendere il pubblico. Non solo, ma senti nella partitura anticipazioni formidabili di Donizetti, Bellini e addirittura Verdi, come la marcia funebre richiama Beethoven. Con il maestro Chailly stiamo lavorando anche su questo carattere, di un’opera dove Rossini gestisce con abilità incredibile i colori e i generi.

Grazie ad Edgardo Rocha e in bocca al lupo! 

Stefano de Ceglia

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