NOTTI MILANESI:FALSTAFF ALLA SCALA

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©Brescia-Amisano/Teatro alla Scala

Si dice spesso che Guglielmo Tell e Falstaff sono i due capi dell’Ottocento musicale italiano: Rossini lo apriva e Verdi lo aveva chiuso. Forse è riduttivo vedere in quest’opera un last one : l’ultima opera di Verdi, l’ultima opera del vecchio mondo melodrammatico. Naturalmente invece Falstaff è incredibilmente proiettato verso il futuro, è una proposta (volontaria o meno non è dato saperlo e non importa) dell’anziano compositore per il domani del teatro in musica, per il Novecento. Proposta che rimase inascoltata e cadde nel vuoto, se nello stesso anno avrebbe poi trionfato il romanticissimo Andrea Chenier (e non ingannino le rivendicazioni pseudo socialiste di Carlo Gerard) e tre anni dopo una Boheme che, per quanto raccogliesse gli spunti musicali dell’ultimo lavoro verdiano, si reggeva ancora su una drammaturgia ottocentesca. E se non bastasse, la Tosca dell’anno solare 1900 era l’ennesimo ritorno di fiamma al romanzo d’appendice in musica. Pubblico e compositori preferirono insomma crogiolarsi negli estremi crepuscoli di un romanticismo sempre meno di moda e, alla fine, sempre meno credibile, malgrado si fosse via via colorito di scenari rurali e di qualche stornello locale per appiccicarsi una patina verista. E fu l’esaurimento dell’opera-genere popolare.

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©Brescia-Amisano/Teatro alla Scala

Falstaff invece è sempre interessante. E Zubin Mehta lo sa bene, poiché la sua lettura schietta e colorata rende perfettamente gli infiniti particolari di questa scrittura che Giuseppina Strepponi Verdi captò subito, assistendo alle prove, come nuova e spiazzante. Leggerissima la bacchetta nel guidare i cantanti, perfino nelle scene più grottesche, dove non è mai volgare.
Sulla scena giganteggia Ambrogio Maestri, Sir John ormai laureato, che con il tempo trova nuove sfaccettature per il personaggio. Forse è una impressione soggettiva, ma mi è parso di rilevare alcune sfumature più malinconiche rispetto alle interpretazioni precedenti. Resta una voce adatta al ruolo, rotonda e piena, accompagnata da un’ottima dote di attore.
Massimo Cavalletti ha dato prova di una buona emissione, sicuramente migliorata rispetto ad apparizioni precedenti. Si trova a suo agio nel ruolo, che esegue sempre con spontaneità e ironia.

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©Brescia-Amisano/Teatro alla Scala

Molto bene, a chiudere la compagine maschile, i due tenori: Francesco Demuro, dal timbro estremamente fascinoso (finalmente un tenore che abbia un registro acuto rilucente, pieno e non vaporoso) e dalla proiezione controllata; e Carlo Bosi, ormai una sicurezza per i ruoli di carattere. La voce è sempre bella di natura, e si deve sempre sottolineare lo studio puntuale di ogni frase.
La fazione femminile è aperta dalla Alice di Carmen Giannattasio. Malgrado il ruolo sia abbastanza costretto (ma teatralmente splendido), la Giannattasio riesce a trasmettere contemporaneamente la vitalità della recitazione e la bellezza, l’equilibrio e la sicurezza di un fraseggio che viene dal belcanto.
Assai soddisfacente pure la performance di Annalisa Stroppa, che ritroviamo dopo l’altrettanto felice Suzuki, nel ruolo di Meg Page. E’ confermata la distribuzione assolutamente omogenea su tutti i registri, che le permette di affrontare partiture come queste (difficili per i capricci vocali richiesti giustamente da Verdi) con tranquillità e senza sfilacciarsi nei difficili insiemi.
Ho pure apprezzato la voce fresca di Giulia Semenzato (Nannetta) e la verve di Yvonne Naef.

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©Brescia-Amisano/Teatro alla Scala

L’allestimento di Michieletto giunge da Salisburgo. E’ chiaro che questa sia la sua vera casa, e si capisce come il pubblico milanese abbia apprezzato una lettura che omaggia proprio Verdi, e nello stesso tempo inscena con occhio impietoso e compiaciuto le tenerezze e le ridicolaggini della vecchiaia di un ex divo. Come è già stato detto da molti, astuto l’escamotage del sogno, che risolve agilmente alcune problematiche della drammaturgia, e del resto non altera eccessivamente il senso di Falstaff. Il fatto è che, in un’opera in cui “Tutto nel mondo è burla”, le licenze sono accolte con maggiore favore e spesso come vero sintomo di creatività. Ma questa di Michieletto (regista su cui ho molte riserve: se è stato il buon creatore di questo Falstaff, di una splendida Butterfly, è stato pure quello che ha messo in scena una noiosa Scala di seta e un Ballo in maschera di pessimo gusto) si discosta un poco dalla semplice trovata creativa: è una commedia quasi larmoyante, pensata con l’occhio vispo ma lucido di chi, effettivamente, ha colto il messaggio che questa partitura sembra trasmettere.

Stefano de Cegla

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