NOTTI MILANESI: MADAMA BUTTERFLY ALLA SCALA

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©Brescia Amisano/ Teatro alla Scala

Madama Butterfly ha occorrenze davvero sporadiche nella cronologia scaligera del secondo dopoguerra, e in generale il teatro milanese ha sempre avuto un rapporto difficile con la partitura.
La scelta della versione originale del 1904 pertanto ha sicuramente un valore simbolico, che è già stato da molti rilevato, di sanare questa relazione. Di filologia non si può parlare in questo caso, visto che l’autore stesso modificò la composizione, e quindi altri motivi per riportarla in scena in questa prima veste non se ne vedono. Tanto più che la versione in questione risulta deficitaria rispetto a quella successiva in molti aspetti; per citarne solo alcuni, è molto meno maneggevole sotto il profilo drammaturgico, molte le scene superflue e quelle troppo lunghe, che riportano immediatamente indietro quest’opera a quella crosta di patetismo tardo romantico così caro all’Italia di fine ottocento e a quel senso di esotico un po’ posticcio. Caratteristiche che nella seconda edizione vengono certamente moderate (soprattutto la prima), e rendono Butterfly un dramma per svariati aspetti estremamente moderno, nella pulizia e nella linearità della trama.

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©Brescia Amisano/Teatro alla Scala

Aggiungo, ed è parere personale, che il secondo atto della prima versione è totalmente sproporzionato; non tanto per la lunghezza, quanto per la densità di avvenimenti contenuti, e ciò lo rende francamente pesante. La partizione in tre è di gran lunga preferibile.
Tuttavia bisogna sicuramente riconoscere merito alla proposta, che non è stupida ne’ inutile, sia per il citato valore simbolico sia per l’interesse che questo revival può destare.
Riccardo Chailly ha poi saputo valorizzare al massimo questa partitura, preparando l’orchestra con una precisione e una bellezza di suono (ritrovata, finalmente) davvero ammirevoli. La sua lettura è sempre a fuoco, sul dramma, con i giusti equilibri fra le sezioni che danno vita a un florilegio sonoro di grande varietà.
Bisogna citare la splendida lettura del preludio-intermezzo dopo il coro a bocca chiusa, eseguito con mano sicura e con espressione.
Anche il cast è nel complesso del tutto soddisfacente.

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©Brescia Amisano/Teatro alla Scala

Maria Josè Siri affronta la parte con perizia, si vede. Certamente non è favorita dalla natura del suo timbro particolare, tuttavia riesce a dar vita a un personaggio credibile e canta con buona emissione. Non sarà forse un’interpretazione storica, ma è sicuramente un ottimo esempio di buon mestiere vocale, che in questi tempi non è cosa da disprezzare. Sulla questione fisica, futile e sciocca, rimando alle “autorevoli” penne che ne hanno scritto con intensità davvero sorprendente. Adorabile il bambino al suo seguito, a cui va un applauso.

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©Brescia Amisano/Teatro alla Scala

Annalisa Stroppa è stata assai convincente come Suzuki. Prima dell’aspetto vocale, vorrei sottolineare l’eccellente dote drammatica, ha studiato le movenze e le espressioni del viso meglio di tutti gli altri. Dalla gestualità essenziale ed efficace, ha anche mostrato doti vocali quali un timbro pieno, ben diffuso su tutti i registri ed una emissione sempre controllata.

Bryan Hymel è risultato l’elemento debole della compagine. Ha una voce piuttosto piccola, e malferma in zona acuta, dove è anche abbastanza aperto. La zona centrale invece è tutto sommato accettabile; rimane il dubbio che la vocalità del personaggio non sia assolutamente la sua, che mi è parsa molto più leggera. Il personaggio poi perde vocalmente molta rilevanza con l’omissione dell’aria.

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©Brescia Amisano/Teatro alla Scala

Molto soddisfacente Carlos Alvarez come Sharpless. Sulla bellezza del timbro credo si sia già detto in precedenza, nella sua profondità mai ingolata e nella omogeneità dei registri.
Carlo Bosi è un ottimo Goro, dalla voce squillante, chiara. La parte si addice particolarmente alla sua vocalità, che sa all’occorrenza essere tagliente ed aspra come il personaggio.

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Brescia Amisano/Teatro alla Scala

L’allestimento è stata una sorpresa. Le precedenti creazioni di Hermanis mi avevano visto piuttosto indifferente; tutt’altra questione questa Butterfly visivamente stupenda, e questo è il primo punto a favore in un’epoca in cui il massimo godimento estetico sembra essere un locale anni ’40 e gli impermeabili.
Stupenda nella scenografia, essenziale e vorrei dire solenne ma di grande raffinatezza ed efficace nei più piani. Stupenda nei costumi, coloratissimi e realizzati con precisione e ricercatezza. Stupenda nelle luci, intense e appropriate, che riproducono le atmosfere un po’ diafane e pastello del Giappone antico.

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©Brescia Amisano/Teatro alla Scala

Interessante anche la gestualità ispirata al teatro Kabuki (forse però in alcune parti un tantino sovra dosata) e nella scena del suicidio, di forte impatto.
Resta sempre, come nei Foscari della scorsa stagione, la presenza forse un po’ stucchevole e compiaciuta dei dipinti quale decorazione continua e ispirazione. E’ un espediente di cui faccio fatica a comprendere il senso, e che alla lunga può stancare. Comunque qui, a un livello puramente estetico, le opere di Hokusai non stonavano, e anzi valorizzavano la struttura scenica dello shosi.

Stefano de Ceglia

Milano, 13 dicembre 2016

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Un pensiero su “NOTTI MILANESI: MADAMA BUTTERFLY ALLA SCALA

  1. Winckelmann ha detto:

    E’ assolutamente vero, paragonata a quella definitiva questa prima versione della Butterfly zoppica in parecchi punti, sia sul lato drammaturgico sia soprattutto su quello puramente musicale. Il senso della sua ripresa sta, secondo me, nell’aiutarci a capire come con una serie di aggiustamenti a volte sostanziosi, a volte veramente minimi, Puccini sia stato capace di trasformarla da un’opera interessante che però prende raramente il volo nel capolavoro che tutti conosciamo. Trent’anni fa la Fenice mise in scena questa versione, rappresentandola a serate alterne con quella definitiva, che è poi la quarta. Fu un’operazione culturalmente memorabile, veramente degna di un grande teatro di livello europeo quale il teatro di Venezia era allora.

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