L’estetica del canto: Intervista ad Andrea Mastroni

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©Javier del Real

Andrea Mastroni sta diventando sempre più uno dei bassi italiani più importanti nel mondo e indispensabile per alcuni ruoli, come quello di Sparafucile, di cui ha saputo costruire un ritratto ammirevole per autorevolezza interpretativa e vocale. Quello che però colpisce di più, al di là della vocalità, è il suo essere musicista, profondamente connesso con l’essenza della musica e capace di attraversare tutti gli stili, adattando la sua preziosa vocalità alle esigenze di autori che attraversano tutta la storia della musica. Da domani, 4 novembre 2016, sarà Fortunato nella prima rappresentazione assoluta di “Aquagranda”, opera di Filippo Perroco basata sul romanzo di Roberto Bianchin sull’alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966, esattamente cinquant’anni fa.

Innanzitutto Andrea, come ti sei avvicinato alla musica?
È stata una specie di attrazione irresistibile: a quattro anni mi scovarono ripetere su una piccola tastiera le melodie delle pubblicità.. qualcuno parlava di orecchio assoluto, per me era semplicemente un bellissimo gioco! Da lì ho cominciato a otto anni lo studio del clarinetto, ed una volta terminati gli studi a 18 anni, iniziai a studiare il canto e la ricerca della vocalità. Molto piccolo (ma con già una voce molto grave! Ride ndr.), amavo cantare nei cori: una magia ed un piacere incredibile sentire, che più voci si armonizzassero fino a creare una cattedrale sonora. In particolare due episodi mi condussero a pensare, che avrei potuto cantare: ascoltai all’università di Milano – ero ancora matricola nella Facoltà di Filosofia- un recital di un baritono tedesco sull’integrale di Die schöne Müllerin e qualche giorno dopo il Rinaldo di Händel … pensai che anche io avrei dovuto esprimere quegli affetti. E da lì cominciò tutto: avevo 19 anni!
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©Nicola Garzetti

Parallelamente al canto ti sei laureato in filosofia estetica, materia fondamentale per un artista, che si rapporta quotidianamente con una professione, che è per certi versi egocentrica (nel senso positivo del termine). Quanto è stato importante questo nella tua riflessione sul canto?
La scelta dello studio della Filosofia, dopo aver terminato gli studi classici, fu davvero inseguire la mia grande passione per lo studio umanistico, ovvero un’attenzione, che si articolasse a partire dall’uomo, come punto di interesse primario. Egocentrica non direi, antropocentrica sì! L’estetica in particolare si interroga e indaga sul perché l’uomo abbia bisogno di ricercare il bello attraverso le forme espressive d’arte. Il canto ha un ruolo speciale per l’essere umano: è far suonare un mondo organico di suoni e animus. Da qui la ricerca di voler indagare il MIO suono specifico, perché realizzasse al meglio la mia comunicazione dal punto di vista espressivo.

Sparafucile è il tuo cavallo di battaglia, un personaggio totalmente oscuro che necessita di un bravo attore. Come ti senti in questi panni?
Mi sento molto bene a vestire i panni di un ruolo come quello di Sparafucile, di cui ho superato l’anno scorso le 200 recite. La dinamica teatrale di un personaggio ‘nero’, perché muove l’antagonismo, è per me molto interessante: specie perché il principio con cui eseguirlo è paradossalmente il contrario. E Verdi, da grande uomo di teatro qual fu, ne era assolutamente consapevole: può esservi drammaturgia musicale più intrigante, se non annunciare un sicario su ritmo di danza e con dinamiche, che non si muovono oltre il mezzoforte? Un duetto, quello del primo atto tra Rigoletto e Sparafucile, che risulta davvero un momento di grande teatro. In fondo la dinamica è diabolica, quindi reca in se’ una seduzione ed una tentazione, che sarà poi quella di dare azione ai pensieri più torbidi del gobbo deriso. Dopotutto lui fa leva sul lato oscuro di Rigoletto, quello di cui lui stesso non vuole ascoltare la voce.
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©Javier del Real

Inoltre sarà il personaggio con il quale debutterai al MET. Come ti stai preparando per questo debutto?
Sono molto felice di poter debuttare in uno dei templi della lirica mondiale, come il Met, che rappresenta il sogno di ogni cantante d’opera, e con un ruolo, che mi ha fatto conoscere al pubblico europeo e mondiale, come appunto quello di Sparafucile. La mia preparazione è come per ogni altro ruolo, quello di assecondare sempre l’evoluzione del mio strumento, specie quando si tratta di cantare un ruolo, eseguito e debuttato la prima volta 14 anni fa. La vocalità richiede sempre grande attenzione nell’assecondare le sue evoluzioni psicofisiche.

Il tuo repertorio accoglie titoli che vanno dal barocco fino al contemporaneo. Quanto è importante questa tua duttilità in un’epoca, quella attuale, dove esiste una radicata
specializzazione?
La voce di basso profondo può avere una gamma di ruoli davvero vasta: ho approfondito negli anni la mia inclinazione al canto di agilità, che ha senz’altro aggiunto una caratteristica peculiare del mio strumento. Per cui ho potuto in molti casi seguire una via in solitaria ed assolutamente anticonformista nella scelta dei ruoli, che consentissero di esprimermi sempre in maniera varia ed in linguaggi storici differenti.
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Il Flauto Magico, Teatro Massimo di Palermo 

Il fil rouge del tuo percorso può essere identificato nel rapporto tra canto e parola, che accomuna l’opera al repertorio liederistico/cameristico. Rispetto a quando affronti l’opera come cambia il tuo approccio quando ti trovi davanti a pagine di musica cameristica?
Essenzialmente nella scelta espressiva dei colori: ovviamente in pagine di liederistica per voce e pianoforte, la dinamica timbrica può spaziare da mezzevoci spericolate, anche in estremità della tessitura, cosa che in palcoscenico non è possibile eseguire per ovvie ragioni di spazio di risonanza. In realtà, a ben vedere, nell’opera questi rapporti tra colori ed esagerazioni di dinamiche esistono. Quando si può portare all’estremo questo anche in orchestra, beh.. accade il miracolo!
Il tuo album uscito recentemente, dedicato a Duparc, è emblematico in questo senso, vista la presenza di testi di autori come Baudelaire. Come è nato questo progetto discografico, particolare, se pensiamo che di rado i cantanti italiani si avvicinano a questo repertorio?
Non mi sono mai sentito molto ‘italiano’ nelle scelte artistiche, che ho preso: ho sempre inseguito la mia personale inclinazione a fare ciò che più mi potesse rappresentare, senza emulare nessuno, perché sono sempre stato convinto che sarebbe stato in molti casi un peccato perdere la propria individualità. L’avventura dell’incisione dell’integrale delle Mélodies di Duparc è stata senz’altro singolare: un’analisi toccante nell’universo di un uomo rimasto rinchiuso 50 anni della sua vita in una casa di igiene mentale. Non solo Baudelaire, ma anche altri autori, cosiddetti ‘maledetti’ tornano nelle sue pagine: la voce si articola in tessiture impervie, si estende per più di due ottave, richiede momenti di assoluta bucolicità e momenti di stremo emotivo. Un impegno grande, ma, come hanno confermato le vendite e la quarta ristampa, molto apprezzato dal pubblico.
img_1507420Recentemente hai realizzato anche il video musicale di “Erlkönig” di Schubert, con la regia di Nicola Garzetti. Quanto è diventato fondamentale oggi l’affiancare la musica alla narrazione visiva?
I ‘quadri’ di Schubert offrono spunti narrativi e visivi ben precisi: è un mondo reale, quello dell’uomo romantico, del Wanderer, che deve compiere il suo viaggio alla ricerca del Se’. Erlkönig in particolare è una fiaba di tradizione nordica, che avvince: la notte, la foresta, l’innocenza, la cavalcata, la morte che incombe. Ci sono tutti gli spunti per scriverne la drammaturgia, assolutamente degna di un film! Con Nicola Garzetti, artista della macchina da presa, abbiamo pensato di mettere in video questa folle notte. È un’idea, a cui pensavo da tempo, perché ho un’affezione speciale ad Erlkönig: a livello esecutivo ed espressivo, il più complesso ed articolato lied di Schubert, perché nel giro di poche battute devi entrare a ‘dire’ le atmosfere emotive dei personaggi, che dialogano.
il 4 novembre sarai Fortunato in “Acquagranda” al Teatro La Fenice, la prima rappresentazione assoluta di quest’opera di Filippo Perocco, basata sull’omonimo romanzo di Roberto Bianchin, commissionata per ricordare il cinquantesimo anniversario della disastrosa alluvione del 1966. Come ti stai preparando per la costruzione di questo ruolo, visto che può essere un enorme vantaggio poter creare un personaggio da zero, imponendo la propria visione, senza il timore di paragoni con modelli del passato?
2015-05-17 19.01.04 Macbeth, Champs Elysees[421].jpgCome ho già avuto modo di dire in altre occasioni, il ruolo di Fortunato, da un punto di vista strettamente vocale, sembra composto sulle caratteristiche del mio strumento. Escursioni di oltre due ottave, canto a fior di labbro, effetti onomatopeici e ritmi vorticosi. Impressionante, perché io e Perocco non ci conoscevamo! La storia è tratta, come dici, dal testo dell’omonima opera di Roberto Bianchin sulla tragica alluvione avvenuta a Pellestrina: le mie origini sono veneziane e legate a questa terra, quindi ho un’affezione speciale a questa vicenda. Damiano Michieletto, con cui collaboro per la prima volta, mi ha davvero contestualizzato fisicamente in una situazione davvero limite (che non svelerò ancora..), per cui la famiglia di Ernesto, Fortunato e Lilli e le poche persone altre persone della città, che sembrava oramai un ‘campo santo’, si stringono negli ultimi brani di terra asciutta. La vicinanza tra gli esseri umani in alcune tragedie naturali, e purtroppo ne abbiamo avuto molti esempi ultimamente, può diventare unica, al di là dei rancori o dei dissidi, che magari fino a poco prima esistevano. Ed è esattamente ciò che accade a padre e figlio, che aprono l’opera con un duetto di grande contrasto emotivo. Davvero un’esperienza speciale, piuttosto unica nel suo genere!
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©Foto Ennevi

Nella prossima stagione sarai Jacopo Fiesco a Montecarlo, un ruolo iconico per un basso. Quali saranno i tuoi prossimi debutti e quali i ruoli che sogni di debuttare?

Si, ho finalmente deciso, dopo svariate offerte su questo ruolo, di debuttarlo in forma di concerto a Montecarlo e ai Champs Elysees con un cast di impressionante livello, ovvero Ludovic Tezier, Sondra Radanovsky e Ramon Vargas. Il ruolo è speciale perché nella scrittura verdiana si consolida concretamente l’idea del vero basso, come piena voce grave e con l’accento, tutto autorevole, della nobiltà, che il personaggio di Fiesco deve avere. È un punto d’arrivo importante per l’evoluzione della corda di basso, molto diversa dalla scrittura di un Attila o di uno Zaccaria. I ruoli che vorrei debuttare sono un decisamente legati a Wagner: sarebbe un sogno cantare un primo König Marke nel “Tristan und Isolde”, ma forse questo potrebbe realizzarsi molto presto…

Prossimi impegni.
I Progetti per il futuro sono vari: debutterò al Royal Opera di Londra con Don Carlo e Rigoletto, canterò il mio primo titolo wagneriano, Siegfried e Il primo Arkel in Pelléas et Melisande, nonché inciderò un album delle Arie scritte da Händel per il Montagnana, nonché l’uscita a New York del Rigoletto, che ho inciso con Dmitri Hvorostovsky.
Grazie ad Andrea Mastroni e In bocca al lupo!
Francesco Lodola
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