FESTIVAL VERDI: IL TROVATORE

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©Roberto Ricci

Il Teatro Regio di Parma è uno di quei teatri che fanno tremare le gambe a tutti gli artisti, perché fin dall’inizio dello spettacolo si può intuire l’esito positivo o meno della serata. Così è stata la prima de “Il Trovatore”, ultimo titolo in programma per il Festival Verdi, accolta burrascosamente sia sul versante registico che musicale. Alla prima replica a cui abbiamo assistito (23 ottobre 2016), il successo è stato cortese, anche perché in prevalenza il pubblico era straniero,  e nonostante alcune contestazioni (ingiustificate) al termine dell’attesa cabaletta di Manrico (“Di quella pira”) si è avuto un buon successo.

Sicuramente lo spettacolo partorito dalle mani di Elisabetta Courir spiazza per la sua assoluta minimalitá, ma desta interesse per chi riesce ad apprezzare uno spettacolo che pur discostandosi dalla tradizione riesce ad esprimere tutte le sfumature che ci si aspetta. La scena unica firmata da Marco Rossi è costituita da alcuni praticabili di legno, che spostandosi creano gli ambienti diversi della vicenda. Non belli i costumi di Marta Del Fabbro, efficaci ma non visivamente attraenti. Importantissime le luci di Giuseppe Ruggiero e soprattutto i movimenti coreografici di Michele Merola, vero nucleo centrale dello spettacolo. I mimi sono presenti fin dall’inizio, ancora prima che l’esecuzione inizi li vediamo muoversi come se si trovassero in una trincea della Grande guerra. Come incappucciati neri un corteo di donne si muove intorno a Leonora e cercano di fermarla.

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©Roberto Ricci

La prima aria di Leonora è uno dei momenti registicamente più riusciti: un vento trasporta dei petali di carta bianchi e muove la veste di Leonora, che nonostante la resistenza delle dame nere va incontro al vento. Leonora è effettivamente una donna che va controcorrente, che non si lascia sopraffare dal mondo maschile che la circonda, ma che scegliendo il martirio diventa eroina della propria vicenda. Vi sono altri tre momenti suggestivi. Il primo è l’entrata di Azucena (“Stride la vampa”), un momento che molto spesso rischia di sconfinare in un’esasperazione quasi verista. Qui invece l’emotività è realizzata in una totale staticità, in cui la zingara immobile, passa alle sue compagne delle armi, gelata nel suo terrore e nel suo desiderio di vendetta. Il matrimonio di Leonora e Manrico è realizzata con una cascata di fiori che scende dall’alto con un bell’effetto poetico. La grande aria di Leonora del IV atto vede il buio totale, con i mimi che girando intorno a Leonora rischiarano con delle candele, mentre per la cabaletta appare su un praticabile Manrico stesso, frutto dell’immaginazione di Leonora. Uno spettacolo interessante che probabilmente necessitava di più lavoro sugli interpreti.

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©Roberto Ricci

Sul piano musicale non abbiamo assistito ad una grande esecuzione, a causa della direzione non sempre a fuoco di Massimo Zanetti. Il principale pregio del lavoro del direttore è quello di averci fatto sentire i da capo delle cabalette, tranne che della pira. È anche questo diventa un punto a suo svantaggio, poiché la Pira (in tono) rappresentava l’apice della prestazione del tenore Murat Karahan, quindi sarebbe stato bellissimo sentirla due volte, mentre un errore era fare la ripetizione di “Tu vedrai che amore” in terra, cabaletta dalla tessitura troppo impegnativa per l’interprete di Leonora. Inoltre appariva chiaro che non era stato fatto un grande lavoro con i cantanti, che avrebbero dovuto avere delle indicazioni chiare dal direttore, il quale non li ha corretti nemmeno sulla pronuncia italiana, molto spesso con mancanze di doppie o altro ancora. L’orchestra filarmonica “Arturo Toscanini” si sforzava di seguire le indicazioni del maestro, tuttavia si creavano spesso evidenti squilibri con il palcoscenico. Una grande lode per il coro del Teatro Regio di Parma diretto da Martino Faggiani.

 

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©Roberto Ricci

Il cast vocale può essere promosso parzialmente. Nei ruoli di fianco trovavamo Enrico Paolillo (Un messo), Enrico Gaudino (Un vecchio zingaro) e l’esperto Ruiz di Cristiano Olivieri. Ferrando era il bravissimo Carlo Cigni, cantante di ottima tecnica e di grande espressività. Raramente abbiamo sentito così nitidamente tutte le note degli abbellimenti della grande aria del I atto.

 

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©Roberto Ricci

Non ci sentiamo di bocciare la prova di Murat Karahan, avendolo ascoltato solo due mesi fa all’Arena di Verona nello stesso ruolo. La sua voce rimane baciata dagli dei, per bellezza di colore, ampiezza di volume ed estensione. A Verona però c’era Daniel Oren sul podio, un direttore che ama le voci, le coccola e permette a tutti di dare del proprio meglio.  Qui il direttore nella cadenza di “Ah si, ben mio coll’essere” non lo aspettava creando non pochi problemi al cantante che doveva recuperare in fretta il tempo perduto. La pira era il momento migliore, e scatenava l’entusiasmo del pubblico e anche numerose richieste di bis, non concesso.
Non del tutto riuscita la prova del soprano Dinara Alieva, bella voce di soprano lirico, che avrebbe le sue carte migliori nel registro acuto e che quindi non risponde totalmente alle richieste di un ruolo che rimane di “soprano drammatico d’agilità”. Anche la lettura del ruolo pur di buon spessore interpretativo (grazie ad una lodevole grinta scenica) rimane al di qua del guado per mancanza di sfumature e qualche imprecisione musicale.

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©Roberto Ricci

Trionfatori della serata risultano George Petean (Conte di Luna) e Enkeleida Shkoza (Azucena). Lui è sicuramente uno dei migliori baritono verdiani di oggi, in possesso di una voce di bellissimo colore, con tecnica di prim’ordine e espressività curatissima, che si esalta nell’aria “Il balena del suo sorriso”. Il mezzosoprano possiede mezzi particolari, caratterizzati da qualche disomogeneità, ma governati con mestiere e soprattutto vincenti nella definizione di un personaggio forse eccessivo negli effetti, ma suggestivo nell’impatto emotivo.

Alla fine come si è detto applausi cortesi, più caldi per baritono e mezzosoprano.

Francesco Lodola

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