Teatro Regio di Torino: La Boheme

02-ramella-024Si apre con “La Bohème” la stagione 2016/2017 del Teatro Regio di Torino. Un titolo che può forse essere considerato troppo consueto e troppo rappresentato per aprire una stagione operistica, ma la giustificazione risiede in un anniversario molto importante: nel 1896, più precisamente il 1° febbraio, quest’immenso capolavoro pucciniano vedeva le luci del palcoscenico per la prima volta, e il palcoscenico era proprio quello del Regio. I centovent’anni dalla prima assoluta sono stati quindi festeggiati con un nuovissimo allestimento in coproduzione col Teatro dell’opera di Roma, (mentre ricordiamo anche quello dei cent’anni con Mirella Freni, Luciano Pavarotti e Nicolaj Ghiaurov, per la direzione di Daniel Oren e la regia di Giuseppe Patroni Griffi). C’è quindi un rapporto particolarmente intenso che lega “La Bohème” non solo a questo teatro, ma alla città intera, spesso definita come “piccola Parigi” per la sua atmosfera, per l’eleganza dei palazzi, delle vie e delle piazze: non è difficile, in poche parole, respirare a Torino quell’atmosfera che si immagina immedesimandosi in uno degli spensierati bohémien, quell’atmosfera che spesso si desidera percepire andando ad ascoltare quest’opera, ma che purtroppo non si è minimamente ritrovata nel nuovo allestimento firmato da Àlex Ollé, direttore artistico della compagnia teatrale spagnola “La Fura dels Baus”; Bohemeatmosfera a parte, che la sua regia sia piaciuta o meno è un fatto puramente soggettivo. Tutti e quattro i quadri sono ambientati in un sobborgo metropolitano probabilmente italiano, come suggeriscono alcuni particolari quali le divise da carabiniere indossate da alcuni coristi nel secondo quadro; la scenografia di Alfons Flores è costituita principalmente da alte strutture metalliche mobili che ben rendono l’idea degli alti condomini delle molte periferie attuali; i costumi di Lluc Castells sono banalmente felpe, jeans, giacche di pelle, completi per i signori e le signore seduti al tavolo del caffè Momus, tute da lavoro per gli spazzini nel III quadro, ecc…; le fredde luci di Urs Schönebaum hanno ben reso il clima freddo e inquietante, in particolare degli ultimi due quadri. In generale, come si può intuire, è emerso un grosso distacco dalla Bohème tradizionale, con tutti gli inevitabili scontri tra i luoghi ed i dialoghi del libretto e le azioni svolte effettivamente. Per fare un esempio: le contadine che passano dalla barriera d’Enfer mostrando ai doganieri il contenuto delle ceste, sono in realtà volgari prostitute e ovviamente del burro e cacio e dei polli ed uova non ce n’è minimamente traccia; la stessa barriera d’Enfer pare che altro non sia diventata che un cancello da cui gli spazzini/operai passano per dirigersi al lavoro; Bohemepoi la penna del poeta 2.0 Rodolfo che è stata trasformata in un computer portatile; ed ancora la povera Mimì, la quale muore per un più contemporaneo tumore, testimoniato dai sui capelli corti, a seguito delle cure, nell’ultimo atto; e si potrebbe proseguire citando molti altri esempi. Emerge anche una sorta di incapacità da parte del regista nel collocare il coro nel secondo quadro e nel creare un’atmosfera nostalgica nei primi due quadri… la commozione è inevitabile in molti momenti, ma certamente solo per merito della musica e degli interpreti. Questa scelta registica è stata accolta positivamente da una grossa fetta del pubblico torinese, e con comprensibile rassegnazione da molti altri.

Boheme

Come sopra avevo anticipato, grandi emozioni dal punto di vista musicale, a partire dalla bacchetta di Gianandrea Noseda, direttore musicale del Teatro Regio dal 2007, che conferma il suo ruolo di assoluto primo piano tra i grandi direttori d’orchestra attuali. La lettura che dà della Bohème è vincente sotto molti punti di vista, a cominciare dal sentimentalismo, che non lascia eccessivamente prevalere sulla drammatica vicenda, ed è forse per questo però, che nei primi due quadri tende a prevalere sul palcoscenico, sovrastando in alcuni punti i cantanti. Nel terzo e quarto quadro si apre però ad un intenso lirismo che commuove inevitabilmente. Ottime come sempre le prove dell’orchestra; del coro del Regio, e del coro di voci bianche del Regio e del Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, diretti dal Maestro Claudio Fenoglio.

Passando ai cantanti solisti, la protagonista femminile è stata interpretata dal giovane soprano russo di fama internazionale Irina Lungu, soprano più volte acclamato al Regio e da ultimo nel ruolo di Micaela in Carmen, ultima opera della scorsa stagione artistica. La sua Mimì è una giovane ragazza semplice, fragile, timida e misurata, che non cede a eccessivo romanticismo, il tutto reso perfettamente non solo a livello scenico, ma anche e soprattutto a livello vocale, grazie al suo timbro estremamente delicato e luminoso, al suo sapiente fraseggio e alla sua eleganza.

03-ramella-018Rodolfo era interpretato da Giorgio Berrugi, tenore dal timbro squillante e potente, di notevole presenza scenica e sicuro negli acuti. Kelebogile Besong, giovane soprano sudafricano, dotata di una potente voce da soprano lirico e di una considerevole presenza scenica, crea una Musetta meno “velina”, ma più umana, in linea con la lettura fatta da Noseda. Marcello è interpretato dal baritono Massimo Cavalletti, apprezzato per doti recitative e grande volume vocale, anche se è parso che in alcuni punti tendesse a spingere. Il basso Gabriele Sagona è un giovane Colline sobrio, anch’esso di notevole presenza scenica, ma con un vibrato poco piacevole, in quanto molto stretto. Schaunard viene interpretato da Benjamin Cho, molto apprezzato per la spontanea giovanilità con cui affronta il ruolo. Necessita però di un miglioramento della pronuncia. Molto bene Matteo Peirone nei panni sia di Benoit sia di Alcindoro. Corretti anche Cullen Gandy – Parpignol, Marco Barra – Sergente dei doganieri, e Davide Motta Fré – un doganiere.

In generale una Bohème interessante sotto molti aspetti, che purtroppo non ha attirato molto pubblico – come è spiaciuto notare dai molti posti vuoti in sala – forse per una certa diffidenza verso l’allestimento scenico.

Stefano Gazzera

 

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