Teatro La Fenice di Venezia: L’Elisir d’amore

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©Michele Crosera

A maggio 2016 avevamo ammirato a Venezia Il Barbiere di Siviglia firmato da Bebi Morassi (qui la recensione), per la semplicità con cui il regista veneziano creava uno spettacolo divertente, senza essere oleografico ed eccessivo. L’incanto si ripete con L’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, che è in questi giorni in scena alla Fenice. Proprio nel programma di sala Morassi scrive che “il fine del teatro è il maravigliare”, e lui lo fa coadiuvato dai costumi (eleganti e colorati) e le scene di Gianmaurizio Fercioni, ricavate dai bozzetti della prima assoluta (1832) al Teatro della Cannobiana di Milano. Le luci sono curate da Vilmo Furlan, mentre i movimenti coreografici portano la firma di Barbara Pessina. La visione di Morassi non si limita a descrivere la vicenda, ma ne dà anche una lettura personale, tutti i personaggi sembrano uscire da un cabaret: Dulcamara e Belcore con le loro entrate rinforzate da slogan pubblicitari e Adina come Diva del paese. Tutti hanno delle sovrastrutture che mano a mano vengono smontate. Nemorino è l’unico che ne è privo, che è genuino nei sentimenti e nelle reazioni. L’entusiasmo del pubblico è acceso ancor di più, grazie a semplici ma deliziose trovate, come il fatto di far entrare il coro dalla platea nel I atto, come anche Dulcamara nel finale, e i volantini tricolori gettati dal loggione durante la cavatina del dottore (citazione della prima scena di “Senso” di Luchino Visconti, girata proprio alla Fenice).

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©Michele Crosera

La Fenice è un modello di gestione amministrativa e artistica:  una macchina di arte in cui la quantità (è il teatro che in Italia probabilmente produce di più) e la qualità (varietà di titoli, repertori, autori e compagnie di canto sempre all’altezza) vanno di pari passo. Anche in questo caso abbiamo assistito ad una recita musicalmente soddisfacente, in cui uno dei meriti principali era la direzione di Stefano Montanari, concertatore d’esperienza, capace di creare tensione musicale e teatrale, giocando con i cantanti in palcoscenico, creando momenti comici esilaranti.

Nel ruolo di Giannetta la giovane voce di Ariana Donadelli. Belcore era interpretato da Marco Filippo Romano, baritono dalla voce importante, sicuro in tutta la gamma e bravissimo nell’interpretare un ruolo che riprende parodisticamente tutti gli aspetti del baritono grand-seigneur.
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©Michele Crosera

Nemorino era il giovane Giorgio Misseri, tenore dalla voce di bello smalto, con buon volume e adeguato sostegno in tutta la tessitura. Vocalmente dunque tutto è a posto, ciò che farà sicuramente nel futuro sarà rendere più scaltrito e sfumato il fraseggio, rendendo il personaggio più interessante, nella sua evidente timidezza.

Vero “Deus ex machina” della vicenda, Dulcamara, era interpretato da Omar Montanari, fine interprete dei ruoli buffi e cantante di altissimo valore vocale e artistico. Non si sa cosa lodare di più ascoltandolo, se la voce di smalto prezioso, proiettata alla perfezione, o se la capacità di comunicare ogni accento con intelligenza e vera arte di dicitore. Il suo Dottore è poi la testimonianza che un grande interpretazione è possibile quando vocalmente si è arrivati alla quasi perfezione. A quel punto ci si può concedere di giocare con la voce e sulla scena, trascinando all’entusiasmo il pubblico, come se fossimo tutti abitanti del paese.
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©Michele Crosera

La stessa magia scaturiva dalla prestazione vocale di Irina Dubrovskaya, recente Amina ne “La Sonnambula”a Verona (qui la recensione), che qui ritrovavamo in un personaggio belcantistico totalmente diverso. Adina è una ragazza sicura, spigliata, capricciosa (dice lei stessa), che sa far innamorare, ma che forse non sa innamorarsi. La Dubrovskaya riesce a rendere ogni sfaccettatura con la grazia che le è propria, e vocalmente domina la parte con facilità assoluta, riuscendo ad essere maliziosa e divertente, ma soprattutto incantevole nella grande aria “Prendi per me sei libero”, dove fa sfoggio di una capacità di fraseggio eccellente e di un’utilizzo dei colori assolutamente da lodare.

Alla fine grande successo per tutti, da parte di un pubblico divertito e festante.
Francesco Lodola
Venezia, 1 ottobre 2016

 

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