NOTTI MILANESI: DIE ZAUBERFLOTE ALLA SCALA

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©Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Lo spettacolo che l’Accademia del Teatro alla Scala inserisce ogni anno nella stagione è sempre un’occasione per sondare un po’ le nuove proposte che in seno a questa scuola stanno maturando.
Ma è anche, dall’altra parte del proscenio, un momento di importanza essenziale per gli allievi, non solo in quanto dà loro la possibilità di solcare un palcoscenico dove generalmente si arriva già con anni di esperienza, ma anche perché con queste serate possono iniziare a farsi conoscere dal pubblico amatore e addetto ai lavori. Per permettere questa seconda condizione, bisognerebbe cercare di assegnare loro una partitura che risponda a determinati requisiti.
La scelta di Die Zauberflote si è mostrata coraggiosa, e purtroppo non in tutti gli aspetti la produzione è risultata soddisfacente.
Partiamo dalle note positive: la Pamina di Fatma Said, che ha una splendida voce molto calda e rotonda, ben estesa su tutti i registri e con una tecnica già matura, per nulla scolastica. Ha cantato con profondità incredibile l’aria nel II atto.

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©Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Così bisogna lodare anche Till von Orlowski, Papageno. Eccellente attore (su cui sicuramente Peter Stein ha lavorato con cura), si destreggia con agilità e verve in una parte che è assai più prosa che canto. Incantevole nella aria del II atto, dove tiene il glockenspiel tra le gambe, come un bambino con il suo giocattolo preferito. Bella voce, emissione appropriata e mai sguaiata.
Tamino, Martin Piskorski, è risultato soddisfacente per gran parte della partitura. Ha una vocalità profonda, con un timbro decisamente scurito. La parte, a mio avviso, è già troppo alta per lui, e nel finale della scena al tempio (atto I) stentava ed esitava un po’ nel registro alto. Però ha una stupefacente sensibilità nel fraseggio e una potenza notevole.
Anche il Sarastro di Martin Summer è stato gradevole a tratti. Summer non possiede un registro basso vastissimo, e ha faticato nella sua meravigliosa aria (atto II), nelle riprese dell’ultimo verso, pur non cedendo mai ed anzi cercando sempre di non schiacciare le note.
Vorrei anche ricordare la deliziosa performance dei tre genietti (finalmente si abbandonata la prassi oscena di sostituirli con tre donne, che di quel candore della voce bianca non hanno proprio nulla), tre ragazzini in trasferta dai Wiltener Sangerknaben di Innsbruck davvero eccellenti.

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©Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Deludente sotto vari aspetti Yasmin Ozkan, la Regina della notte. Ha una voce abbastanza acida, anche se ben proiettata. Non si possono proprio tacere le numerose imperfezioni della sua esecuzione, tra fiati corti e note completamente mancate. Ha eseguito male la prima aria, decisamente meglio la seconda (con un sapiente aiuto in buca).
Bene invece Monostatos, Sacha Emanuel Kramer, così come soddisfacente nel complesso l’interpretazione delle tre Dame.
Un’ultima osservazione di merito per i due armigeri, Francesco Castoro e Victor Sporyshev, due belle voci promettenti che spero di risentire presto, magari in ruoli più vasti.

La lettura di Adam Fischer è asciutta (a volte anche un po’ troppo, manca un po’ la fiaba), teatrale con brillanti momenti di crescendo e diminuendo, davvero ben calibrati. I complessi, anch’essi dell’Accademia, hanno suonato bene salvo qualche piccola imprecisione, del tutto trascurabile in ogni caso.
Dell’allestimento di Peter Stein ci sono alcune cose che mi sono piaciute ed altre che ho trovato francamente brutte.
Mi è piaciuto il sapiente e minuzioso lavoro di recitazione e di tenuta del palcoscenico che ha condotto con gli interpreti, che erano sicuri e a loro agio. Mi è anche piaciuto il personaggio di Papageno, dipinto come un grande e tenero bambinone, in maniera non originale ma realizzata con fienzza. Mi è paciuto anche quel lieve tocco kitsch (lo dico con tutta la positività) che ha impresso a certi momenti dell’opera, che è davvero, oltre che percorso figurale alla sapienza, anche un ninnolo meccanico pieno di meraviglie sonore e sceniche.

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©Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

E proprio la fedeltà scenografica è un altro punto che ho trovato gradevole; c’era tutto. La grotta, il trono stellato (anche se potevamo evitare la stella led da nightclub in cima), la cascata, il percorso di fuoco, il percorso d’acqua, il rumore e la luce dei tuoni, proiettati anche in sala.
Non mi è piaciuto invece che in molti punti, troppi, questa produzione abbia ricalcato altri allestimenti; le maschere da aviatori dei genietti sono del film di Bergman, le piramidi stilizzate e disegnate sono dell’allestimento del Metropolitan, e così via. Credo che Stein sia un regista con sufficiente creatività per realizzare qualcosa di nuovo, e l’allestimento dell’altra sera non lo era completamente.
Un pieno successo di pubblico, anche se non calorosissimo, ha coronato la serata.

Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

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