Intervista a Dalibor Jenis

Dalibor_Jenis_1140x760_01Abbiamo avuto il piacere di incontrare Dalibor Jenis, uno dei più affermati baritoni del paronama internazionale, prima di una delle recite che l’hanno visto protagonista all’Arena di Verona. Abbiamo potuto parlare con lui del suo percorso e dei suoi importanti impegni futuri….
Innanzitutto come ti sei avvicinato al canto lirico?
Prima di approcciarmi all’opera lirica, suonavo il basso e cantavo pop, jazz e un po’ di rock. Avevo un amico che suonava la chitarra in una band al conservatorio e accompagnava anche i cantanti lirici. Così mi ha portato a sentire un concerto degli allievi del conservatorio, tra i quali ho conosciuto quella che sarebbe poi diventata mia moglie. Lei mi ha aperto veramente le porte di questo mondo e ho cominciato ad imparare a conoscere il canto lirico.

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©Georg List

Il tuo cavallo di battaglia è stato per molto tempo Figaro ne “Il Barbiere di Siviglia”….qual è la tua visione di questo personaggio?
Figaro è un ruolo a cui sono affezionato particolarmente. E’ un uomo intelligente, che usa la sua scaltrezza a fin di bene, anche se si nota in lui un certo attaccamento al denaro e ai beni materiali, che viene fuori nel duetto con il Conte del I atto, “All’idea di quel metallo”.
Prossimamente tornerai ad interpretarlo a Tokyo, in questa fase della tua carriera in cui ti sei concentrato maggiormente su Verdi….
Tornare a cantare Figaro è una grande gioia ed insieme una sfida. Rossini è diverso da Verdi e richiede per esempio un canto di agilità agguerrito. Per questo motivo nelle settimane precedenti all’inizio di una produzione del Barbiere riprendo a studiare il ruolo. Trovo che però cantare Figaro, dopo Verdi e viceversa, porti arricchimento in tutte e due le direzioni.
Il tuo ultimo impegno è stato all’Arena di Verona, un teatro in cui canti regolarmente….qual è l’emozione e la difficoltà di questo luogo?
L’emozione che si prova qui è unica. Questo è un teatro unico al mondo, diverso da tutti gli altri per la suggestione che si riesce a creare. Penso agli spettacoli di Zeffirelli, con gli animali, i balletti, i costumi, la tantissima gente che c’è sul palcoscenico. E’ impressionante. Quando vengo qui a cantare provo sempre una sensazione diversa, tutta veronese. Quando vedo questo immenso pubblico che mi guarda è incredibile. La responsabilità è tripla, perchè bisogna gestire un palcoscenico di enorme dimensione e questo richiede una grande sicurezza.
daliborjenis4-JPEG.Quest’anno hai poi cantato tre ruoli diversi, Escamillo in “Carmen”, Giorgio Germont ne “La Traviata” e infine il Conte di Luna ne “Il Trovatore”…come sei riuscito a bilanciare tre personaggi molto diversi tra loro?
Canto quasi da 30 anni e grazie all’esperienza ho imparato a gestire un repertorio vasto e eterogeneo. Cantare quindi tre ruoli diversi non è un problema. Giorgio Germont e il Conte non sono poi così lontani vocalmente. Verdi ha creato per il baritono dei ruoli autoritari e carismatici. Germont è il primo ruolo verdiano che ho affrontato, quando avevo vent’anni, a Bratislava, accanto a mia moglie. Conosco molto bene il ruolo e mi è comodo come tessitura e lo amo per la sua linea elegante. Luna è un ruolo forse meno comodo per via della tessitura, ma Verdi ti da sempre una possibilità di crescere e di conoscere te stesso. Come personaggi sono lontani: Germont è un uomo maturo, aristocratico, spaventato dallo scandalo che può nascere dall’amore tra suo figlio Alfredo e Violetta. Il Conte di Luna invece è un infelice, innamorato della donna sbagliata e che non lo ricambia, cerca suo fratello e lo fa inconsapevolmente uccidere. Luna è un uomo che a causa del destino è diventato un povero infelice che soffre. Escamillo è un’altra cosa ovviamente. E’ un ruolo breve in un certo senso e che si gioca in due momenti essenzialmente. E’ però il ruolo che ha uno dei brani più attesi del pubblico, “Votre toast”, i couplets del II atto e una tessitura che oscilla tra l’acuto e il grave. E’ un personaggio che si deve giocare anche con il fascino scenico e il magnetismo.

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©Foto Ennevi

Verdi è un autore molto presente nella tua carriera….esiste la voce verdiana e quali sono le esigenze del canto verdiano?
Oggi non si può esattamente sapere cosa sia una voce verdiana. Se ascoltiamo i baritoni dell’età d’oro dell’opera non troviamo nell’attualità un paragone con quelle vocalità robuste e scure. Quello che un cantante deve fare per cantare bene Verdi è seguire le sue indicazioni e il suo volere. Questo è quello che cerco di fare io e devo dire che alcuni, anche tra i direttori, lo sanno apprezzare. Cerco di esaltare le parole del libretto e il fraseggio che Verdi indica. Questo basta per fare un baritono verdiano. Serve un cantante con intelligenza, che riesce ad equilibrare il temperamento con la linea vocale. Molto spesso è importante sentire l’orchestra, come prepara il terreno per le frasi musicali del cantante, per capire il carattere della musica e come puoi interpretarla, anche teatralmente.
L’allestimento veronese de “Il Trovatore” firmato da Franco Zeffirelli è molto tradizionale….tuttavia pochi mesi fa hai affrontato la stessa opera alla Deutsche Oper di Berlino con un allestimento anticonvenzionale….come ti trovi in spettacoli del genere e soprattutto come cambia il tuo approccio al ruolo?
Berlino è un teatro dove si sperimenta molto. Le produzioni come quella di Zeffirelli non si possono replicare e quindi si cerca di fare sempre qualche cosa di nuovo, di originale, forse alcune volte anche snaturando la storia. “Il Trovatore” di Berlino era un progetto molto strano. L’importante quando si fa una produzione è di essere convinti di ciò che si sta facendo e di non fare soltanto i movimenti che ti sono richiesti.

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©Foto Ennevi

Quando metti in scena uno spettacolo, anche non convenzionale, devi pensare non ai critici che hanno visto mille versioni della stessa opera, ma a coloro che vengono per la prima volta in teatro e che non conoscono niente della storia e della musica. Se riesci a prendere la loro attenzione è già un successo. L’opera ha bisogno di attirare il pubblico, soprattutto quello più giovane, che vuole vedere degli spettacoli più vicini alla nostra epoca, e talvolta lontani dalla tradizione, trovando la chiave giusta. Oggi i cantanti devono essere fisicamente e teatralmente credibili in quello che fanno, poichè l’opera ha assunto una dimensione cinematografica. Per questo motivo anche molti registi di cinema si avvicinano all’opera, è per esempio il caso de “Il Barbiere di Siviglia” all’Opéera Bastille di Parigi, diretto dalla cineasta francese Colin Serreau.
Quali sono i ruoli che ti piacerebbe debuttare nei prossimi anni?
Un ruolo che mi hanno proposto più volte e per il quale non mi sentivo pronto mentalmente è Rigoletto, perchè è un ruolo che dopo il debutto voglio tenerlo in repertorio fino alla fine della mia carriera. Ho deciso di debuttarlo a Sidney nel 2018, con il maestro Renato Palumbo, che sono sicuro mi saprà guidare rendendo questa esperienza indimenticabile.

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©Georg List

Nel 2017 debutterò a Bratislava il ruolo del titolo in “Simon Boccanegra”. Ho affrontato quasi tutti i ruoli baritonali di Verdi. Ho fatto anche Macbeth, che riprenderò a Torino nella prossima stagione. Questo è un ruolo interessantissimo, intorno al quale si è creata la tradizione di raffigurarlo anziano, che non credo corrisponda a ciò che intendeva Verdi. Lui scrive questo ruolo con tantissimi pianissimi, grandi monologhi da cui esce un personaggio impaurito, debole, che è molto forte solo in apparenza. Quello che voglio evidenziare cantandolo è proprio questa sua preoccupazione. E’ un ruolo che mi dà grande soddisfazione anche nel creare la parte teatrale.

Prossimi impegni…
“Macbeth” a Torino, “Lucia di Lammermoor” a Monaco, “Nabucco” a Berlino, “Il Barbiere di Siviglia” a Tokyo e tanti altri progetti interessanti.

Grazie a Dalibor Jenis e in bocca al lupo! 

Francesco Lodola

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