Intervista a Nino Machaidze

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©Wilson Santinelli

Poco prima della prima de “La Traviata” all’Arena di Verona, abbiamo incontrato Violetta, il soprano georgiano Nino Machaidze, che incanta con la sua voce e la sua bellezza le platee di tutti i teatri più importanti del mondo. Ci viene incontro sorridente vicino al monumento con il cuore, accanto all’Arena, come Giulietta, ruolo con cui ha fatto il suo debutto nel grande anfiteatro, nel 2011…..

Innanzitutto come ti sei avvicinata alla musica e al canto?

Mi sono avvicinata alla musica all’età di 6 anni, mentre al canto quando ne avevo 8. Nella mia famiglia non c’era nessun musicista, ma i miei genitori (soprattutto mia mamma) erano appassionati di musica e di opera. In Georgia c’è una grandissima tradizione musicale e nonostante il fatto che non siamo una popolazione numerosa, i cantanti georgiani sono tantissimi e grandissimi….solo quest’anno in Arena siamo in quattro. Quando avevo sei anni mia mamma ha deciso di portarmi in una scuola di musica per imparare a suonare il pianoforte. Non era quello che mi piaceva in realtà e infatti tutto quello che dovevo suonare io lo cantavo. Quindi i miei genitori hanno iniziato ad avere il dubbio che forse avrei potuto cantare piuttosto che suonare. Allora mi hanno portato da un maestro di canto georgiano molto importante in quel periodo. Il maestro mi ha sentito e mi ha detto che oltre ad essere intonata, avevo una bellissima voce e quindi si poteva iniziare a studiare.  E’ molto interessante spiegare che in Georgia all’età di otto anni si può cominciare a studiare il vero e proprio canto lirico da solisti. La mia prima aria era quella di Oscar da “Un ballo in maschera”, che ho cantato in occasione del mio primo concerto nella sala grande del conservatorio. Così è iniziato tutto.

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©Marty Sohl/Metropolitan Opera

Qual è stato il tuo percorso successivo?

A 16 anni ho debuttato nel Teatro dell’Opera di stato e ho fatto Zerlina in “Don Giovanni”, Gilda in “Rigoletto”, Rosina de “Il Barbiere di Siviglia e Norina in “Don Pasquale”. Ho cominciato quindi subito con ruoli importanti.

E poi è cominciata la tua avventura nell’Accademia del Teatro alla Scala….

Nel 2005 ho fatto il concorso per entrare nell’Accademia. Eravamo in 600 (forse uno degli anni in cui ci sono stati più concorrenti), di cui almeno 500 soprani. Siamo stati presi solo in 9, di cui due georgiani.

Quali sono stati gli insegnanti che hanno segnato il tuo percorso all’interno dell’Accademia? 

I miei insegnanti sono stati  Luciana Serra per la tecnica e Leyla Gencer e Luigi Alva per l’interpretazione. Poi avevamo dei masterclass con Renato Bruson e Mirella Freni. Per quanto mi riguarda quella dell’Accademia è stata un’esperienza meravigliosa. Forse sono

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©Brescia-Amisano/Teatro alla Scala

stata fortunata perchè piacevo molto a gli insegnanti, che mi facevano fare tutti i concerti. Quando io sono arrivata alla Scala avevo 21 anni ed ero già una cantante con una tecnica solida, che affrontava già le opere complete sul palcoscenico.
La mia tecnica non è stata modificata perchè trovavano fosse già ottima. In Accademia sono cresciuta come artista, cercavo di assorbire tutto il possibile da queste leggende del canto. La signora Gencer mi diceva sempre: “tu farai delle grandi cose….ho tanta fiducia in te”. Credo sarebbe molto contenta di quello che sono riuscita a fare.

Nel 2008 è arrivato il momento in cui ti sono aperte le porte della lirica internazionale con il debutto in “Roméo et Juliette” a Salisburgo….

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©Brescia-Amisano/Teatro alla Scala

Juliette è il personaggio che ho cantato di più insieme a Gilda e ad Adina de “L’elisir d’amore. Questo debutto è stato un sogno che si è realizzato, mentre io ero già nel mio sogno. In quel periodo io già cantavo alla Scala “Gianni Schicchi” con Leo Nucci e il maestro Chailly sul podio. Era già una favola totale. I dirigenti del Festival di Salisburgo sono venuti da me e mi hanno detto:”siamo felici, perché abbiamo trovato la nostra nuova Juliette!”. Io non conoscevo la parte ma a poche settimane dal debutto dello spettacolo ho accettato. Sono andata a comprare lo spartito e in una settimana l’ho imparata, grazie anche alla mia facilità di lettura. Facevo avanti e indietro dalle prove a Salisburgo, a Milano dove avevo le recite di Schicchi. Mi ricordo tutti questi voli alle sei e alle sette per arrivare a Salisburgo alle 11, per le prove. Un periodo intenso ma di grande soddisfazione. La prima poi fu trasmessa da molte emittenti televisive e nei cinema. Il giorno dopo tutti mi conoscevano, vedevo la mia faccia nelle vetrine dei negozi, sui giornali e le riviste che trovavo sugli aerei. E’ stato un vero sogno.

Come ti senti in questi personaggi come Juliette, che vivono il loro primo amore?

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©Marty Sohl/Metropolitan Opera

Questi personaggi sono felici, pieni di vita, sorridenti, come me. Io sono sempre positiva e socievole, anche con i vari colleghi che incontro cerco sempre di fare amicizia. Mi piace quindi molto interpretarli. Poi piano piano allargando il repertorio sto scoprendo che anche personaggi come Mimì e Violetta, hanno quella vivacità. La loro felicità si trasforma in dramma. Sono personaggi completi che ti permettono di esplorare tutti gli stati emotivi di un essere umano, mettendo il luce anche l’attrice drammatica che deve saper commuovere i cuori.

Bisogna anche dire che la tua vocalità è particolare, e rifugge un po’ alle definizioni….

Io credo di non essere mai stata un soprano leggero, piuttosto un lirico con gli acuti. Il mio timbro è sempre stato scuro ed ora dopo la gravidanza si è scurito ancor di più. Per questo sto aggiungendo nuovi ruoli. L’anno scorso ho fatto solo debutti, nove opere nuove, tra cui Traviata, Luisa Miller, Il Viaggio a Reims, Micaela in “Carmen”, Ninetta ne “La Gazza ladra”, Inés ne “L’Africaine”, Desdemona nell’Otello di Rossini. Mentre cantavo un ruolo studiavo quello successivo. Proprio ora ritorno dal mio debutto a Los Angeles come Mimì, in un teatro dove dal mio debutto nel 2009 ritorno ogni anno e ho affrontato fino ad oggi sette ruoli diversi, grazie ad un pubblico con cui si è creato un rapporto di immenso affetto reciproco.

 

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©Foto Ennevi

Nel 2011 ha debuttato in Arena come Juliette e ora ci ritorni quest’estate come Violetta ne “La Traviata”….qual è l’emozione di questo luogo?

Mi è dispiaciuto così tanto in questi di non essere più riuscita a tornare a cantare all’Arena, perchè mi ricordo l’esperienza magica del 2011. Non mi scorderò mai quando la prima volta sono uscita sul palco e ho visto tutte quelle candeline accese. Ci sono tanti teatri antichi all’aperto ma questo luogo è magico, unico al mondo, con un’atmosfera irripetibile. Mi ricordo anche l’ultimo istante di quella serata, quando io e Roméo scendevamo dai due lati del palco e ci incontravamo al centro e poi mano nella mano uscivamo dalla platea con il la musica di sottofondo. Mi ricordo la pelle d’oca che avevo in quell’istante. Non lo potrò mai dimenticare, veramente magico. E’ la stessa emozione che ho provato l’altro giorno quando sono entrata in Arena dopo sei anni….mentre camminavo nel corridoio delle quinte mi sono emozionata. Non provi paura o timore per il grande spazio ma vera e propria commozione. Non sempre capita di sentire questa sensazione, soprattutto quando fai tante recite in un anno. Ti emozioni mentre canti, ma poche volte ti emozioni per l’atmosfera del luogo. Qui è un’emozione fin dal primo attimo. Poi Violetta  è uno dei miei ruoli preferiti in assoluto e quindi è una gioia portarla in Arena.

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©Wilson Santinelli

Parliamo di questo personaggio mitico….

Io non riesco a non piangere…quando arrivo al finale, “in me rinasce, m’agita”, io non riesco a frenare le lacrime. Penso che questa mia emozione si trasferisca anche al pubblico e non dimenticherò mai che dopo tutte le Traviate che ho fatto, sia negli Stati Uniti che in Germania, quando si spegnevano le luci e si alzava il sipario il pubblico era in delirio. Eravamo io e il pubblico che condividevamo la stessa emozione.

Cosa pensi del “falso mito” che per Violetta ci vogliano tre soprani?

Credo che non sia così. ..ci vuole una tecnica solida e una voce unica ma giusta, adatta. Devi avere un centro solido, perchè “sempre libera” non c’entra niente con il resto dell’opera. Ci sono tanti modi e forme di affrontare questo ruolo, perché ognuno è diverso ed ha un gusto diverso.  Io ho aspettato fino ad ora per affrontarla, come per Mimì. Forse l’avrei potuta fare anche dieci anni fa, ma non avevo la maturità che possiedo oggi. Ci vuole un vero soprano lirico e per questo non faccio il Mi bemolle alla fine di “Sempre libera”. Per quanto mi riguarda credo possa danneggiare la resa complessiva di tutta l’opera, poiché richiede un alleggerimento. Preferisco cantare Violetta con la voce che ho oggi, riempiendo bene il centro e i sovracuti scritti. L’importante è il trasmettere la felicità, l’amore, il dramma e la malattia e tutte queste emozioni non stanno in una sola nota, ma in tutta l’opera.

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©Silvano Bacciardi

Nel tuo repertorio trovano spazio autori e repertori diversi, da Rossini a Puccini…..Come riesci ad essere adeguata ad ogni diverso stile?

Non c’è un segreto. E’ una cosa che mi viene naturale e infatti l’anno scorso dopo Traviata e Luisa Miller ho cantato la Contessa di Folleville del Viaggio a Reims. Mi piace passare da un autore all’altro perchè probabilmente è per me un passaggio naturale. Credo la cosa più importante sia la tecnica e l’uso dei fiati. Non credo che cantare Traviata e poi Gazza Ladra possa essere pericoloso. Se si canta tutto con la propria voce senza appesantire ci si adatta allo stile. Per quanto riguarda le agilità è una cosa che si ha per natura o che si può imparare. Quando sono arrivata all’Accademia della Scala non mi consideravo una rossiniana, nonostante avessi fatto il Barbiere. Dopo aver iniziato l’anno a settembre, poche settimane dopo mi hanno affidato un concerto da solista con l’orchestra della Scala, in cui dovevo cantare “Exsultate, jubilate” di Mozart. Quando ho aperto lo spartito ho seriamente pensato di non poter fare tutte quelle agilità a quella velocità. Ho studiato e ho scoperto di poterle reggere bene. Mi ricordo ancora quella serata, la mia prima volta sul palcoscenico della Scala….alla fine avevo le lacrime per la gioia. Un sogno che si era realizzato. Alla fine del primo anno di accademia ho fatto Silvia in “Ascanio in Alba”, un altro cimento importante.

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©Martt Sohl/Metropolitan Opera

Sei mamma e sei moglie di un altro cantante, il baritono Guido Loconsolo….come gestisci il tuo tempo tra lavoro e famiglia?

E’ tutto molto bello e non è difficilissimo. Il bambino è sempre con me, viaggiamo insieme, quindi mi sveglio molto presto. Ovviamente diventare mamma cambia la vita, ma è meraviglioso. E’ il successo più grande della mia vita ed è bellissimo dopo aver finito una recita, quando sei felice e soddisfatta e torni a casa da tuo figlio che ti aspetta e ti riempie di baci, abbracci e di felicità. Con mio marito la difficoltà principale è di essere spesso lontani, ma la cosa bella è che ci capiamo sempre, anche con uno sguardo o una parola, perchè siamo complici e abbiamo le stesse esigenze.

Quali saranno i prossimi ruoli?

Uno dei prossimi ruoli sarà Maria Stuarda, mentre ho rifiutato Anna Bolena, che ancora non credo faccia per me. Altri ruoli saranno Manon di Massnet e Marguerite in “Faust”, mentre nel repertorio verdiano mi hanno proposto “Il Trovatore” che ho rifiutato. Probabilmente in questo momento i teatri hanno visto che il mio strumento si è scurito  e quindi mi propongono ruoli più robusti.

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©Wilson Santinelli

Voglio fare tutto con calma, perché mi piace in qualunque caso variare, ma con prudenza. Non voglio correre perché ci sono già tanti ruoli bellissimi che sto cantando e poi sono ancora giovane…

Prossimi impegni…

Otello di Rossini al San Carlo di Napoli, “Roméo et Juliette” in Oman, “Thaïs” a Barcellona, “Rigoletto” a San Francisco, che penso sarà la mia ultima Gilda. Ne ho fatti tanti e penso sia il momento di chiudere con questo personaggio. Mai dire mai….anche perché come sono fatta io, che mi innamoro dei ruoli e dei teatri, potrei cambiare idea se mi arrivasse una proposta da un teatro che amo.

In bocca al lupo Nino e Grazie per la disponibilità! 

Francesco Lodola

 

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