Intervista a Jorge de León

In questi giorni ho avuto il piacere di poter incontrare il tenore Jorge de León, Don Josè nella Carmen che ha inaugurato il 94°  Festival Lirico dell’Arena di Verona. Nato a Santa Cruz de Tenerife, è oggi uno dei più importanti tenori drammatici sulle scene e ha una agenda ricca di impegni importanti, tra cui il debutto al MET come Radames in “Aida”.

13555662_10154226395386153_1301681578_oCome ti sei avvicinato al canto lirico?
Ho cominciato con il folclore, la musica del mio paese. Mio nonno suonava la chitarra e cantava in gruppo vocale di Lanzarote e mi sono innamorato di questa musica. Ho subito cominciato a studiare e suonare la chitarra e il timple (uno strumento canario) in un gruppo folclorico e poi sono entrato in una corale, dove ho cominciato a studiare canto come baritono. Avevo una voce scura e il registro acuto non era sicuro. Poi sono andato a Tenerife dove ho studiato al conservatorio finché lavoravo per mantenermi, anche perché la carriera nel canto non era sicura.
Quali sono stati i tuoi primi insegnanti e le tue prime opere?
Ho cominciato con un insegnante di Tenerife, Pilar Castro e poi al conservatorio Isabel Garcia Soto. In Italia ho avuto l’opportunità di studiare con Giuseppe Valdengo. Piano piano ho cominciato a frequentare numerosi masterclass e a cantare piccoli ruoli a Tenerife. Ho cantato lo sposino in “Lucia di Lammermoor”, accanto a Ramon Vargas, Giusy Devinu. Nel coro ho cantato in “Cavalleria Rusticana”, ne “I Puritani” dove c’erano Elena Obraztsova, Sumi Jo e Matteo Manguerra. Diciamo che Gran Canaria era un’isola felice dove venivano tutti i grandi. Il primo grande ruolo l’ho fatto a Madrid in una zarzuela “La Bruja”, che richiede un tenore drammatico, con una scrittura molto vicina all’opera. Ho fatto tanta zarzuela fino ad arrivare all’opera.
Questi cantanti che hai avuto la possibilità di osservare da vicino cosa ti hanno lasciato?
Sicuramente si deve approfittare di queste occasioni, perchè si possono chiedere consigli. Certamente quello che ti diranno è che bisogna studiare sempre di più per poter migliorare. Io grazie all’impegno che ci ho messo ho avuto la fortuna di arrivare.

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Foto di Georg List

Quali sono le esigenze diverse dell’opera e della zarzuela?
Diciamo che la zarzuela è l’opera spagnola, come in Austria c’è il genere dell’operetta. C’è una forte componente popolare, ma i compositori erano influenzati dai grandi autori dall’opera. Solitamente c’è una coppia tenore/soprano comica e un’altra coppia che è quella degli innamorati. Ci sono arie impegnative che sono diventate celebri come “No puede ser” da “La Tabernera del puerto” di Pablo Sorozàbal, che viene cantata in concerto accanto alle arie d’opera. Oggi questo genere sta diventando sempre più popolare, grazie a grandi ambasciatori, di cui il più grande è Placido Domingo, che è riuscito a portare questo genere alla Scala e in tutti i teatri più importanti del mondo. E’ musica che se viene fatta bene è di livello incredibile. Richiede poi un impegno teatrale importante, perchè alterna parti recitate a quelle cantate….come anche in “Carmen” in qualche edizione. E’ importante saper gestire il passaggio dal cantato al parlato, poichè con il primo sono possibili delle espressioni e degli effetti che con il secondo non lo sono.

La tua vocalità di tenore drammatico si dice sia in “via d’estinzione”…..
Ci sono le voci drammatiche, ma non tutte riescono ad arrivare. Ci troviamo in un momento in cui abbiamo come riferimento tanti cantanti del passato che hanno inciso tutte le opere del grande repertorio, raggiungendo livelli stratosferici. Noi quindi ci troviamo a confrontarci con queste voci. Le orchestre oggi hanno un organico superiore e suonano ad un’accordatura più acuta, i luoghi in cui si fa opera sono sempre più grandi. Viviamo sempre sull’aereo per spostarci da un posto all’altro. Il nostro strumento è alla fine un muscolo e noi siamo esseri umani, quindi talvolta la stanchezza si fa sentire e inficia sulle nostre prestazioni. Oggi è molto difficile, anche perchè il pubblico è molto esigente perchè ha una scelta più ampia rispetto al passato di registrazioni e di voci. Poi si esige anche una certa presenza scenica perchè l’immagine ha una sua importanza oggi. La Spagna è una terra di voci, Aragall, Domingo, Carreras, e io sono contento di essere parte della nuova generazione di cantanti spagnoli. Ho contatto con loro e imparo moltissimo. Per me è un sogno quello che sto vivendo, perchè non avrei mai pensato di arrivare fino a qui, all’Arena di Verona per cantare per la prima di “Carmen”. Io adoro questo mestiere e lo faccio con il cuore per raccontare alla gente che mi ascolta un’emozione. Ho fatto tante “Carmen” ma c’è sempre da imparare e da perfezionare il ruolo. Più recite si fanno di un’opera e più viene fuori la tua visione personale del personaggio.

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Foto di Georg List

Don José è un ruolo che sia nella novella di Merimée che nell’opera di Bizet è fortemente caratterizzato…qual è la tua visione di questo uomo?
Ciò che è interessante del ruolo di José è il suo cambiamento psicologico nel corso della storia. Quando inizia l’opera noi non sappiamo che lui ha avuto un problema perchè è un brigadiere, un uomo serio e responsabile. Quando arriva Carmen e lo colpisce per lui è una ferita nell’anima. Il cambiamento arriva esattamente a metà dell’aria (“La fleur que tu m’avais jetèe”), quando lui dice le parole più belle di tutta l’opera….le dice che lui l’ha maledetta, ma che ogni volta che lei lo guarda gli strappa l’anima e ne fa una cosa sua. In questo momento non è più lui, diventa una persona instabile. Non è un personaggio mai chiaro, sembra pazzo o comunque psicologicamente instabile. Lui si è perso, non trova più il suo centro, il suo equilibrio. E’ interessante l’aspetto drammatico perchè se nella prima parte dell’opera bisogna cantare tranquillamente nella seconda parte bisogna cercare una dimensione teatrale pienamente drammatica, poichè lui diventa un personaggio violento, un assassino. Questo momento della storia di Carmen è molto attuale nell’epoca moderna, dove la violenza soprattutto sulle donne è all’ordine del giorno. Nella novella è più chiara la personalità di Don José perchè sappiamo fin dall’inizio che ha già ucciso un uomo ed è per questo che è andato a Siviglia, dove è diventato un uomo rispettabile. E’interessante che José subisce due colpi nell’opera, il primo quando Carmen gli butta il fiore, che gli causa una confusione di sentimenti, e poi quando alla fine lei gli butta l’anello decretando la sua fine. E’ un ruolo appassionante e ogni volta mi sento in dovere di dover parlare con la mia partner sulla scena, per capire la sua visione di Carmen, che è un personaggio anch’esso interessantissimo, ma che non può esistere senza Don Josè. Carmen non dice mai a José che lo ama, lo fa intendere tra le righe, mentre a Escamillo lo dice chiaramente. Lei si sente di dover ripagare José, perchè lui l’ha salvata dalla prigione. Quando Carmen sente le parole che lui le dice nell’aria si rende conto che è la prima volta che qualcuno che le manifesta il suo amore in maniera così forte. Lui non sopporta una donna libera e lei non sopporta la gelosia ed essere incatenata ad un’altra persona.
Qual è l’emozione di cantare in Arena?
Ci sono delle sensazioni contrarie. E’ un posto meraviglioso, dove io canto molto, dal 2010, ma mi emoziona sempre essere nella stagione dell’Arena. Dall’altra parte è difficile cantare all’aperto per le condizioni particolari, anche del clima, perciò serve assolutamente la solidità tecnica. E’ un teatro impegnativo, in cui non ti puoi mai rilassare, ma che ti regala serate indimenticabili. Si respira qualcosa qui che non si può spiegare. Ci sono tanti teatri che adoro, ma l’Arena è unica. Non avrei mai pensato di cantare in questo luogo, per il quale provo amore e rispetto.

De Leon

Foto Ennevi

In Arena hai cantato anche Radames che è un po’ il tuo cavallo di battaglia…
Radames può essere definito come il mio biglietto da visita: è il ruolo con cui ho debuttato alla Scala ed è il ruolo con cui farò il mio debutto l’anno prossimo al Metropolitan. L’ho cantato a Los Angeles, Tokyo, Pechino e appunto all’Arena, sia nell’allestimento bellissimo del 1913 che in quello particolare de La Fura Dels Baus. Di quest’ultimo la cosa che mi è piaciuta di più è stata la scena della tomba, realizzata con questo grande pannello che creava un effetto sonoro efficace.
Carmen all’Arena è nell’allestimento tradizionale di Franco Zeffirelli, ma tu hai cantato in passato nella produzione di Calixto Bieito…..come ti trovi in queste visioni registiche non convenzionali?
Ho fatto diverse produzioni non tradizionali, anche una “Madama Butterfly” con Giancarlo del Monaco. Arrivo ora da un “Macbeth”a Vienna con una produzione particolare, atemporale. L’importante è che si racconti una storia che io devo capire per primo come artista per poi spiegarlo al pubblico. Se io per primo non capisco la tua visione, non posso trasmetterla agli altri. Si deve innovare e rivoluzionare ma con intelligenza, senza distrarre il pubblico dal vero messaggio dell’opera. Ci sono opere che non si possono spostare dal loro contesto, come Tosca che si svolge precisamente in diversi luoghi di Roma e in momenti ben precisi della giornata. Non sono contrario al nudo in scena o al scene di sesso in scena, basta che siano giustificati dalla drammaturgia. Ci si deve esprimere anche con il corpo.
Hai vinto l’Oscar della lirica 2016 che ti verrà consegnato proprio a Verona, il 23 settembre….qual è l’importanza di questo riconoscimento?
Sono felicissimo perchè uno stimolo ad andare avanti a lavorare per migliorare e continuare a dare il mio cuore al pubblico. Essere nominati accanto a grandissimi colleghi era già un premio. Aver vinto è un’emozione per me, ma anche per la gente che mi sta intorno e che mi incoraggia. Il cantante è sempre solo quando viaggia, ma sa che accanto a lui c’è sempre la famiglia e gli amici che ti hanno dato fiducia e che hanno creduto in te. Ricevere il loro affetto è stato bellissimo. Sono veramente molto emozionato perchè è bello sentire di essere apprezzati.
Parliamo un po’ del tuo debutto a New York….
Queste sono piccole grandi mete che si raggiungono piano piano. Non sono una persona ambiziosa, voglio solo farmi sentire e sentire io stesso delle emozioni. Cerco di fare una carriera seria, con la testa sulle spalle e impegnandomi giorno per giorno.
Tosca-Sevilla-Junio-2015-6Tra i direttori con cui hai lavorato ce n’è uno con cui ti sei incontrato più assiduamente….Zubin Mehta…..qual è l’arricchimento del lavoro fatto con lui?
La prima volta che ho cantato con lui è stata “Carmen”. Alla prima prova musicale mi ha fatto cantare l’aria con il pianoforte, senza che lui dirigesse. Ho finito e mi aspettavo che lui mi desse qualche indicazione, invece mi ha raccontato una storia di un tenore che a Tel Aviv aveva cantato quest’aria per lui, che rimasto impressionato gli disse che avrebbe fatto una grande carriera. Questo tenore era Placido Domingo. Ho debuttato con lui tre opere Tosca, Il Trovatore e Turandot. E’ stato per me un incontro importante. L’anno che lo conobbi avevo appena cantato con Lorin Maazel. Due incontri speciali che non succedono tutti i giorni. Fare musica con musicisti di quel livello è facilissimo perchè basta un loro sguardo per capire cosa fare.

Quali sono i ruoli che vorresti affrontare in futuro?13343019_588560274645678_366946533754489382_n

Molti mi propongono Otello, ma credo di dover affrontare altri ruoli prima di arrivare al “grande nero”. Quando lo canterò lo farò con vera passione perchè è un punto di arrivo. E’ un ruolo che o fai benissimo o non lo fai più. Sono una persona passionale, latina e quindi lo farò con tutto il mio cuore. Mi manca anche “La forza del destino” di cui ho cantato una selezione in concerto, ma che non ho ancora portato sul palco. Amo i ruoli che faccio, me ne innamoro e adoro portarli in scena e raccontare insieme ai colleghi la loro storia. Se sul palcoscenico si fa squadra il pubblico lo capisce viene coinvolto.

C’è un ruolo che ti farebbe piacere cantare ma che non ti è mai stato offerto?
Rodolfo de “La Boheme”, che oggi viene affidato a voci più liriche, ma che credo sia un ruolo fortemente drammatico soprattutto nel terzo e nel quarto atto. Probabilmente è difficile trovare un cast omogeneo, perchè se hai un Rodolfo con le mie caratteristiche vocali, anche Mimì dev’essere più pesante. E’ un capolavoro. Una volta tenori come Pavarotti, Corelli, Domingo cantavano Puritani, Bohème e Rigoletto. Diciamo che ci sono voci leggere che cantano anche Josè, però arrivati al terzo e al quarto atto ci vuole uno strumento pieno, drammatico.
Prossimi impegni…
Tra i prossimi impegni voglio ricordare il mio debutto come Riccardo in “Un ballo in maschera” a Berlino….un capolavoro impegnativo che insegna a cantare. Un grande ruolo che ho tantissima voglia di cantare. E’ una musica straordinaria e esigentissima con il tenore. Lo sto studiando moltissimo. Faremo la versione svedese.

In bocca al lupo a Jorge de León e grazie per la disponibilità! 

Francesco Lodola

 

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