TEATRO REGIO DI TORINO: CARMEN

antoCarmen è il titolo scelto per concludere la stagione 2015/2016 del Teatro Regio di Torino, una grande stagione con (merita di essere ricordato) importanti titoli operistici che hanno spaziato dal barocco tardo-seicentesco del Dido and Aeneas di Henry Purcell, al musical Cats del 1981 di Andrew Lloyd Webber passando per i più consueti Verdi, Puccini, Rossini e Donizetti ed i meno consueti Orff, Janáček, Casella e Henze, senza dimenticare i balletti su musiche di Čajkovskij; inoltre molte nuove produzioni, nuovi progetti, nuovi debutti e grandi artisti.

Questa stagione così soddisfacente si è quindi conclusa con il celebre capolavoro di Georges Bizet, su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy; Grande è la fama di quest’opera, che il compositore non ha mai potuto conoscere in vita, essendo venuto a mancare appena tre mesi dopo la deludente prima rappresentazione assoluta, avvenuta il 3 marzo 1875, all’Opéra-Comique di Parigi.

Il gran successo di quest’opera è infatti arrivato col tempo, divenendo ad oggi, secondo Operabase, la seconda opera più rappresentata al mondo dopo La Traviata di Verdi.
Spiace però che questo successo non l’abbia conosciuto, o almeno che l’abbia conosciuto solo in parte, questa Carmen torinese, in coproduzione con l’Opernhaus di Zurigo, che è risultata infatti spaccata in due: tra un alto livello per la parte musicale ed uno molto basso per la parte scenica.

06_Carmen_0Inizio allora proprio da quest’ultimo punto che molto ha deluso, compromettendo inevitabilmente l’intero clima in sala, tanto da sentire commenti di dissenso forti e decisi tra la maggior parte del pubblico, e che, mi si permetta di dire, condivido appieno.

La regia quasi inesistente è stata firmata da Matthias Hartmann che ha pensato di ricreare una Carmen spoglia, vuota, paradossale per un’opera che potrebbe richiedere tante cose fuorché certamente la freddezza e la desolazione. È venuta così meno, in quest’ambientazione imprecisata nel luogo e nel tempo, tutta quell’atmosfera calda, tipicamente spagnoleggiante e mediterranea che ci si aspetta e si spera sempre di vedere in un’opera come questa. Tra le tante “brillanti” idee di questo regista mi preme di evidenziare quella di far morire ammazzato il povero Zuniga alla fine del II atto.

Il “merito” di tutto ciò non è certamente solo del regista, ma anche delle sciocche scene di Volker Hintermeier basate essenzialmente su di una onnipresente pedana circolare e da (in ordine per atti) un ombrellone, una sdraio ed un cane assonnato finto; un palo della luce su cui era appesa una statuetta di una Madonna, dei tavoli e delle sedie da osterie ed un piccolo televisore; dei bauli, delle scatole ed un masso; un albero ed un baule con sopra un teschio di toro.

09_Carmen_0Continuando tra i “meriti” citiamo anche i banali costumi di Su Bühler, con i soldati dell’esercito in divisa da Carabinieri e con Carmen in costume da provocante casalinga anni ’50, e le inespressive luci di Martin Gebhardt riprese da Andrea Anfossi. Voglio sottolineare come ci sia stato bisogno anche di un assistente alla regia (Claudia Blersch) e di un’”assistente alla regia per i movimenti coreografici” (Anna Maria Bruzzese)….tuttavia a quali movimenti coreografici si faccia riferimento questo proprio non lo so.

Per fortuna posso ritenere conclusa questa triste pagina, per aprirne una molto più felice riguardante, come avevo anticipato, il versante musicale.

Inizio dalla sempre ottima orchestra del Teatro Regio diretta dal Maestro Asher Fisch, al suo debutto sul podio torinese, che ha creato una direzione curata, cogliendo sfumature e dinamiche e preferendo una Carmèn ad una Càrmen, come ha detto il Maestro nella breve intervista dalle “Pillole di Passione” di Paola Giunti, riportando quindi ad armonie e colori orchestrali francesi.

Meraviglioso come sempre il coro di voci bianche del Regio e del conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino, mentre sempre di alto livello ma leggermente impacciata, complice sicuramente la regia, la performance del coro del Regio. I cori erano diretti entrambi dal Maestro Claudio Fenoglio.

10_Carmen_0Carmen è stata interpretata dal mezzosoprano Anna Caterina Antonacci, acclamata nel ruolo in moltissimi palcoscenici del mondo. Ha forse deluso un po’ le aspettative a livello vocale, in quanto la voce non è risultata molto fresca e si sono notati alcuni problemi sugli acuti, intonati ma quasi sempre eccessivamente forti; ma è stato a livello scenico che ha saputo rendere un’interpretazione sensazionale: scattante, sensuale, provocante, inafferrabile, scontrosa, temuta, nichilista, desiderosa di libertà e amore, insomma una Carmen tipo perfetta. Da sottolineare inoltre un’ottima pronuncia del francese, che è emersa in particolare nei dialoghi parlati previsti nella versione eseguita, ossia la versione originale dell’opera. L’Antonacci è riuscita così ad attirare su di sé, o meglio sul personaggio interpretato, l’attenzione anche quando non era la protagonista della scena.

Micaëla, l’infelice personaggio della dolce fanciulla di paese, l’antagonista buona di Carmen che, con la sua determinazione riesce a superare gli ostacoli per riportare alla madre morente il figlio Don José, è stata interpretata dal soprano Irina Lungu. Un’interpretazione sublime la sua, sotto ogni punto di vista, dalla recitazione al fraseggio di grande tenerezza soprattutto nell’aria “Je dis que rien ne m’épouvante” resa perfettamente. Il soprano è stato accolto così giustamente con il maggior consenso della serata, riconfermandosi cantante di altissimo livello e interprete di riferimento per il ruolo nel panorama lirico internazionale.

16_Carmen_0Don José, il caporale dei dragoni ossessionato dall’amore per la Carmencita a tal punto da ucciderla, è stato interpretato dal tenore Dmytro Popov, dotato di un bel timbro passionale così come passionale è stata la sua interpretazione scenica. Avrebbe potuto curare meglio le dinamiche nella celebre aria del II atto “La fleur que tu m’avais jetée” e sono da migliorare le proiezioni di alcuni suoni.

Il baritono Vito Priante è un Escamillo sicuro e deciso nell’aspetto, ma piuttosto debole nella voce.

Molto buone le performance della Frasquita di Anna Maria Sarra, assai sicura e potente negli acuti; e della Mercédès di Lorena Scarlata. Buone le performance del Dancaire di Paolo Maria Orecchia, del Remendado di Luca Casalin, del Moralès di Emilio Marcucci.Da sottolineare lo Zuniga di Luca Tittoto, sicuro in scena e dal bel timbro elegante e potente.

Completano il cast l’attore Sax Nicosia che ha interpretato l’oste Lillas Pastia ed una guida, e la figurante Stella Gelardi che ha interpretato Manuelita.

Per concludere ribadisco come la maggior parte del pubblico sia stato fortemente deluso da una regia parsa veramente sciocca, in cui veniva veramente da chiudere gli occhi ed ascoltare solamente le voci, che per fortuna erano di tutt’altro livello.

Stefano Gazzera

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