NOTTI MILANESI: I DUE FOSCARI ALLA SCALA

068_K65A0316 Salsi e Pirozzi.JPGFaccio mio uno stimolante spunto tratto dal programma di sala che qualche giorno fa sfogliavo: I due Foscari è l’opera del declino. In scena si assiste alla decadenza pubblica di Venezia, che corre in parallelo alla sconfitta privata del suo governatore. Il continuo trapasso fra queste due dimensioni, non è il caso di ricordarlo, caratterizza tutto il tessuto drammatico e musicale della composizione.
Ma i due Foscari è anche una miniera inestimabilmente preziosa (e troppo poco esplorata) di motivi verdiani che ricorreranno durante tutta la sua carriera, e che trovano tra le pagine di quest’opera il loro seme, il loro canovaccio. C’è pressoché tutto Verdi, qui dentro. Da Nabucco ad Aida, senza esclusione di opera alcuna. I temi sono così tanti e varii che non mi è possibile elencarli tutti, e poiché elencarne alcuni significherebbe ridurre o svilire qualche aspetto, rimando a letture ben più importanti di questa.
PH_Brescia_Amisano_TeatroAllaScala-2-e1457790964926.jpgMi occupo invece nello specifico di quanto abbiamo ascoltato la sera del 22 Marzo scorso.
Abbiamo avuto il piacere di scoprire in Luca Salsi un artista ben attrezzato dal punto di vista tecnico e dotato di un timbro che possiamo considerare praticamente autenticamente baritonale, tra i pochi rintracciabili oggi. Salsi ha pure dimostrato una eccellente proiezione della voce, che si è estesa a tutta la sala, conferendo potenza e plasticità al suo personaggio, nonché un talento scenico già maturo e consapevolmente sfruttato; intendo dire con questo che egli sa perfettamente “gestire” se stesso sul palcoscenico, e riesce a trasmettere con vigore e senza esagerazioni ridicole l’essenza del suo ruolo.
Un’altra personale sorpresa è stata Anna Pirozzi, che forse si è posizionata come migliore elemento della serata. Ha un timbro splendido, pieno, squillante e sorprendentemente limpida, penetrante. Per intendersi, alla mole sonora non s’accompagna la “pastosità”, bensì un canto definito, scolpito e netto. Non dimentichiamo la perizia con cui ha saputo eseguire le agilità di una parte che, ancora “viziata” di tardo belcanto, presenta, specie nelle cabalette, salti notevoli.
i_due_foscari9.jpgLa parte di Jacopo Foscari è l’anello debole del dramma. Lo si evince anche dalle lettere di Verdi a Piave, nelle quali il compositore, insoddisfatto di una prima versione del personaggio, ne chiedeva il rifacimento, in modo da donargli un “carattere più energico” (Verdi). C’è da chiedersi, sorridendo, quale inetto avesse creato Piave nella prima versione, poiché questo Jacopo “definitivo” è tutt’altro che energico di carattere. In un certo modo rappresenta una regressione, dove il tenore, che con l’ultimo Donizetti aveva saputo ricavarsi uno spazio rilevante, quando non principale (Edgardo, Poliuto, Fernando). Qui, come del resto anche in Nabucco, ma per motivi diversi, il personaggio tenorile appare quanto mai fioco, nonostante l’importanza assegnatagli nel dramma, ossia uno dei punti nevralgici che realizzano la tensione di Francesco tra mondo privato e pubblico. Francesco Meli ha cercato di fare del suo meglio, conferendo forza e virulenza quanto possibile a questo elegiaco esule. Ha cantato bene, e la scena del carcere è stata di grande impatto. L’impressione è quella che non si trovasse a proprio agio in una parte che a un cantante del calibro di Meli è inevitabilmente stretta. Tuttavia si è confermato l’ottimo artista che abbiamo molte volte ascoltato.
199_K65A9625.JPGSoddisfacente anche l’esecuzione di Andrea Concetti, Jacopo Loredano, che possiede una bella voce di basso. Tra i comprimari si ricordano Edoardo Milletti, che si sta rapidamente affermando in questi ruoli dove può sperimentare il podio con tranquillità e la sempre gradevole Chiara Isotton.
La lettura di Michele Mariotti ha messo in luce, con acume e a volte con un pizzico di creatività (che non guasta), le modernità, quelle famose premesse di cui dicevo prima, che trovano riscontro anche nell’ambito musicale. Giusta la scelta dei colori per i temi conduttori, tutti ben caratterizzati e efficace la concertazione dalle molte sfumature (il pizzico di creatività risiede proprio qui), ricercate anche nelle famose cabalette.
005_K61A8405-Luca-SalsiLa regia era nelle mani di Alvis Hermanis, che non posso fare a meno di ricordare creatore di un Die Soldaten di dubbio gusto. Qui si è riscattato, ma manca ancora l’unicità, lo scarto che renda una sua regia davvero interessante.
Apprezzabile la sua lettura così densa dal punto di vista delle citazioni figurative: Hayez in primis, ma anche Bellini, Carpaccio, Tintoretto hanno lasciato la loro impronta su questa creazione finanche nei costumi e nelle luci. Insomma ha mostrato Venezia attraverso le lenti di chi meglio ha celebrato il suo aureo splendore, e qui ci siamo. Ma tutti questi lodevoli intenti pare siano rimasti, per dirla con un termine colloquiale ed efficace, “campati per aria”. Voglio dire che le proiezioni e i pannelli fluttuanti con sopra i quadri, le splendide quinte adorne di ricami delle preziose stoffe della Serenissima, non si sono convogliati, saldati tra loro per creare qualcosa di organico e concreto. L’allestimento è così parso bello, ricco, ma sfilacciato, il che in un’opera che di per sé annaspa a riempire tre atti non può che finire con il mettere sotto il riflettore proprio i vuoti del libretto.
La sala, non pienissima, ha applaudito con moderato entusiasmo tutti, e ha tributato giuste acclamazioni alla Pirozzi e a Mariotti.

Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

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