INTERVISTA A FEDERICO LONGHI

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Foto di Sergio Alberto Gonzalez

Abbiamo incontrato in questi giorni il baritono Federico Longhi, che sarà, nelle serate del 15 e del 20 marzo, il protagonista in “Rigoletto” al Teatro Filarmonico di Verona. Un debutto per lui in ruolo mitico per la vocalità baritonale e in una città a cui è legato, avendo cantato in Arena per oltre 10 anni.

Innanzitutto, come ti sei avvicinato al canto?
A 6 anni dopo la prima comunione, una signora della mia parrocchia, Rita, mi invitò ad andare a cantare nella corale. La mia risposta è stata subito sì e ogni venerdì non vedevo l’ora di andare a fare le prove. Mi ricordo mio padre che mi accompagnava e rimaneva seduto in un banco della chiesa ad ascoltare. Da quel momento ho sempre cantato, fino ai 16 anni. Poi mi sono iscritto al conservatorio di Aosta e ad un saggio venne Giuseppe Valdengo e mi fece tanti complimenti. Io gli chiesi se poteva prendermi a fare lezione con lui che accettò. Dunque incominciai a studiare con lui. Nel 1991 lo seguì come auditore nei corsi che teneva ad Arenzano. Avevo 18 anni e per me era un anno particolare, perchè avevo appena perso il mio papà. Nel 1993 feci il mio primo concorso, “Angelica Catalani” di Ostra, con in giuria Leone Magiera, con il quale iniziai a fare molti concerti e che mi prese sotto la sua ala. E’ una persona che ancora adesso stimo molto e che quando rincontro provo grande piacere. Nel 1995 sotto la guida di Valdengo vinsi il concorso “Giulietta Simionato” con il ruolo di Figaro ne “Il Barbiere di Siviglia” e debuttai. Il mio debutto assoluto però fu nel 1993, quando Valdengo mi inserì in un suo recital e cantai con lui il duetto tra Falstaff e Ford. Fu una grande emozione cantare con lui che è stato un Falstaff storico. Nel 1996 feci l’audizione con Arrigo Pola per entrare nell’accademia Toscanini di Modena.

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Foto di Silvia Lelli

Qual è il ricordo che hai a cuore di Valdengo?
Valdengo per me è stato Il Maestro. L’ho conosciuto in un momento particolare della mia vita, e ho trovato in lui una figura molto forte, il quale mi ha dato delle grandi lezioni su cosa deve essere il canto. Mi ha fatto concentrare sullo studio della parola, che è una cosa che perseguo ancora oggi. Ed è una cosa che cerco di trasmettere anche agli altri, nella mia collaborazione ad esempio con Anna Pirozzi. Se bisogna cantare “Ritorna vincitor” bisogna far sentire tutte le lettere e scandirle bene. Parlando di “Rigoletto”, quando lui canta “Pari siamo, io la lingua, egli ha il pugnale..” deve succedere la stessa cosa, si devono pronunciare le parole mantenendo i suoni della lingua e con quelli fare i colori richiesti dal compositore. Automaticamente la tecnica va a posto. Figurarsi poi l’attenzione alla parola in un titolo come “Il Barbiere di Siviglia”, o anche Falstaff. Questo è il più grande insegnamento di Valdengo. Poi l’altra cosa che mi rimane di lui è l’attenzione al fiato e gli esempi che mi faceva per farmelo capire. Mi diceva che dovevo essere come un ballerino.
Quali sono gli altri insegnamenti che hanno segnato la tua formazione?
Arrigo Pola mi insegnò la linea del belcanto e l’importanza del legato. Pola venne a mancare nel 1999 quando io vinsi il concorso “Enrico Caruso” con l’aria di Wolfram dal “Tannhauser” (O du mein holder Abendstern) e cantai in finale il duetto di “Don Pasquale” con Nicola Alaimo (che ancora ricordiamo entrambi con piacere). A quella finale mi avvicinò Franca Mattiucci, con la quale cominciai a cantare maggiormente il repertorio francese, che amo molto, anche perchè è la mia seconda lingua. Poi studiai per un periodo Bianca Maria Casoni, e poi incontrai Raina Kabaivanska. Quasi contemporaneamente conobbi il maestro Armando Tasso e il maestro Fabio Fapanni che si occupava dei giovani cantanti. Subito dopo, nel 2004 feci il mio debutto all’Arena di Verona ne “La Traviata”. Un po’ di anni prima, nel 1997, avevo partecipato ad un corso con Katia Ricciarelli a Villa Medici, a Lecco. Me la ricordo ancora, seduta su una poltrona, bellissima. Nel 1998 mi chiamò subito a Lecce, dove era direttrice artistica, per Boheme. Lavorai a Lecce fino al 2000 (grazie alla fiducia che mi diede), e cantai per esempio Marco in “Gianni Schicchi” (facendo la copertura anche per il ruolo principale, “Agrippina” di Haendel (dove ebbi la fortuna di lavorare con Elena Obrazstova) , “Adriana Lecouvreur” con la signora Ricciarelli, la direzione di Richard Bonynge e Joan Sutherland che assistette a tutte le prove. Con Katia la cosa bella è che siamo rimasti amici e provo un grande affetto per lei. E’ una grande donna e una grande artista. Lavorare accanto a lei è stato un grande privilegio e un grande onore.

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Foto Ennevi

Sono più di dieci anni che canti in Arena…quali sono state le tue emozioni al debutto in questo teatro?
Mi ricordo quel grande ventaglio della Traviata di Graham Vick…..L’Arena ti lascia questo grande impatto emozionale. Io sono arrivato in Arena che già avevo “masticato” un po’ di teatro, ma qui era tutta un’altra cosa. Una cosa che porto nel cuore è che qui a Verona è una specie di “famiglia”. Per questo sono contento di debuttare qui a Verona Rigoletto. Perchè lo farò con un coro che conosco e che mi ha visto crescere insieme a tutti coloro che lavorano nella direzione artistica e dietro le quinte.
Parliamo un po’ di questo debutto importante a Verona, una città a cui sei legato….
Innanzitutto sono stato molto contento quando ho saputo che avrei lavorato con il maestro Fabrizio Maria Carminati, con il quale abbiamo sempre avuto un rapporto di stima e simpatia, pur non avendo mai lavorato insieme. Un grande musicista che respira con i cantanti e li aiuta. Ha le sue idee che non vanno mai contro le esigenze del canto. Poi registicamente lo spettacolo di Arnaud Bernard è bellissimo. Quando ti trovi a lavorare con personalità così, cerchi di fare tutto quello che ti suggeriscono, faticando ma con gioia perchè si è stimolati. Se lui pretende un movimento ti da anche una sua motivazione. Poi è una gioia lavorare con questo coro e con questa orchestra. E’ una produzione giovane fatta da giovani. Io vengo da tanta gavetta, da tanto comprimariato e ho costruito la mia carriera tappa per tappa, studiando sempre, e Rigoletto è un bel traguardo. Ringrazio tantissimo il maestro Gavazzeni, che sta scommettendo moltissimo su di me, mi ha dato la possibilità di essere ascoltato. Mi ha dato la sua fiducia, e io cercando di dare del mio meglio sto avendo un riscontro positivo sia dal maestro Carminati, che dal maestro Bernard. Verona è poi la città di Alida Ferrarini (indimenticabile Gilda), con la quale ho studiato fino a 20 giorni prima della sua prematura scomparsa. Cantai in un concerto al Filarmonico con Amarilli Nizza e il giorno prima andai da Alida e le dissi che sarei stato in Arena durante l’estate. Purtroppo lei dopo poco si aggravò e ci lasciò. E’ stata la mia ultima grande maestra. La conobbi grazie a Ornella Fiorio, che me la presentò un’estate che ero qui a Verona. Insegnare canto è molto difficile, perchè non è una materia tattile e concreta, ma si basa quasi tutta sull’astratto, quindi con i maestri bisogna parlare lo stesso linguaggio e capirsi. Con Alida ci capivamo perfettamente ed eravamo in assoluta sintonia. A livello tecnico mi ricordo la sua attenzione al canto “in maschera” e alla brillantezza della voce. Lei è sempre con me. L’ho sognata poco tempo fa e nel sogno mi ha suggerito cosa far fare ad una mia allieva che era in difficoltà. E’ una grande emozione cantare Rigoletto, opera a cui era indissolubilmente legata, e soprattutto farlo nella sua città.
163601_1722860359392_2368867_nE Rigoletto….questo ruolo iconico per un baritono….come ti sei preparato per il debutto?
Ho studiato tantissimo per Rigoletto. Ho studiato bene il libretto e anche del punto di vista tecnico ho esaminato tutti gli “ingredienti” e tutti i dettagli del ruolo. L’ho iniziato a preparare fin dall’inizio con il mio agente (Franco Silvestri) che sa il fatto suo, facendo con lui un vero e proprio lavoro di squadra. Poi sono stato aiutato dal mio coach, Aldo Tarchetti, in Valle d’Aosta e a Parma da Simone Savina. Sto facendo un grande lavoro anche con il maestro Carminati a livello musicale. Sul cellulare ho la registrazione di Leo Nucci, che ho sentito anche recentemente alla Scala e con il quale ho avuto la fortuna di studiare e lavorare. Lui è veramente un grande Rigoletto, anche dal punto di vista teatrale. Quello che però cerco di fare è creare un mio Rigoletto. Tutti abbiamo vocalità differenti, idee differenti e diverse sensibilità. Come dico spesso io la voce non è un ascensore, le opere vanno messe “in gola”.


Secondo la tua esperienza, esiste la voce “verdiana” e se esiste cos’è?

Non esiste la voce verdiana, bisogna entrare in Verdi, nella sua epoca e nel suo modo di vivere. Quando con Anna Pirozzi preparammo “Norma” (che poi alla fine non affrontò) ci siamo chiesti e abbiamo studiato da dove veniva Bellini e quale era il contesto in cui era vissuto. Quindi più che di vocalità, parlerei di musicalità verdiana. traviata PaEsiste una musicalità adatta per ogni compositore. Interessantissimo a questo proposito lavorare su Verdi con Simone Savina, che mi suggeriva come la musica di Verdi scaturisse anche dalla sua quotidianità di uomo della terra e della campagna. Come ad esempio in Puccini si sente l’influenza del piacere e della passione in tutte le sue forme, in Bellini l’eleganza neoclassica in cui egli stesso viveva, in Rossini il godimento dei piaceri della tavola che si riflette nella brillantezza della musica. Il segreto è adattare la propria voce allo stile. Nucci è impareggiabile sia che canti Figaro de “Il Barbiere di Siviglia” che qualunque altro ruolo, proprio per questa sua capacità di scavo nella musica e nella parola.
Parallelamente svolgi la tua attività d’insegnante…..come ti trovi in questa veste?
Punto tutto sulle cose che io stesso metto in pratica e sto ricevendo delle soddisfazioni grazie alle affermazioni di Anna Pirozzi e anche della giovane Valentina Boi che proprio in questi giorni è Aida a Livorno. Non esiste un metodo Longhi, io parlo semplicemente di un canto libero sulla parola e sulla dizione.

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Foto di Silvia Lelli

Recentemente poi hai fatto un’importante produzione di “Falstaff” a Ravenna, nel ruolo di Ford e sotto la direzione di Riccardo Muti. Quali sono i ricordi che ti porterai di questa esperienza?
Muti è stato un grande incontro. Ho fatto un’audizione con lui che è andata benissimo e da lì è nato il “Falstaff” a Ravenna. Muti è un grande, esige molto, ma ti da anche molto in cambio. Lavorare con lui è un’emozione musicale, vai in un altro mondo e ti rendi conto di cosa significhi davvero “fare musica” e ricercare all’interno della musica. Spero di incontrarlo nuovamente presto e di avere la possibilità di lavorare con lui un’altra volta. Con Muti si è chiuso un cerchio. La prima opera cantata in concerto fu Falstaff con Valdengo che cantò il ruolo con Arturo Toscanini e io vent’anni dopo ho cantato la stessa opera con Riccardo Muti, che è sicuramente il suo erede. E’ stato un grande piacere collaborare anche con la signora Cristina Mazzavillani Muti, che è moglie, diva e mamma, una donna straordinaria. Anche lì si è creata una grande famiglia che mi ha dato una grande possibilità, aprendomi delle porte anche all’estero.
Parliamo dunque dei prossimi progetti……
Debutterò presto il ruolo del titolo in “Falstaff”, il prossimo autunno e ci sono già delle proposte per Rigoletto. Quest’estate sarò Ping in “Turandot” all’Arena. Il 2016 sarà un anno di bellissimi progetti che affronterò come sempre con umiltà, studio e rispetto. Ognuno ha la propria storia ed è bello sempre creare nuove amicizie con i colleghi e ritrovarsi nei vari teatri.

Grazie a Federico Longhi e in bocca al lupo!! 

 

Francesco Lodola 

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