NOTTI MILANESI: IL TRIONFO DEL TEMPO E DEL DISINGANNO ALLA SCALA

e2c21f1b8dd5a5780fddb27f28bbc105Quando Haendel, nel 1707, scrisse e fece eseguire questo oratorio, capolavoro di castità e piccante malizia, non pensava a una forma scenica. La musica avrebbe dovuto parlare da sé, ed evocare la drammaticità, in certo senso, del testo. Il Teatro alla Scala ha proposto invece il titolo, come ormai consolidata consuetudine, con una regia, scene e costumi. Merito anche dell’intelligenza della produzione, il risultato è stato di assoluto interesse e di grande profondità.
Si fa presto a parlare dei quattro solisti che hanno impersonato le figure allegoriche di Bellezza, Piacere, Tempo e Disinganno.
Il-trionfo-del-tempo-e-del-disinganno-photo-Teatro-alla-Scala-2016-06La prima, Martina Jankova, si è distinta per il timbro brillante e per la vocalità duttile, atletica e per l’emissione di grande raffinatezza. Molto convincente anche sul piano interpretativo.
Piacere, Laura Cirillo, è risultata la voce più debole nel quartetto. Le doti naturali sono considerevoli, ha una bella voce. Tuttavia, l’emissione è troppo stentata, a volte si fatica ad udirla (e in un contesto come questo, dove l’orchestra è esigua, non ci sono scusanti). Trova anche qualche difficoltà nei vocalizzi, sebbene non facili.
Grande prestazione invece Disinganno, Sara Mingardo. Ha dimostrato un rigido controllo vocale e formale del mezzo, una emissione appropriata e fine, priva di barocchismi inutili.
Leonardo Cortellazzi si è confermato un rodato interprete del barocco; avevamo già avuto il piacere di ascoltarlo nell’Incoronazione di Poppea, ottimo Nerone, e anche l’altra sera ha dato prova di grande abilità. La voce poi è particolarmente adatta a questa sonorità.

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La creazione di un ensemble specializzato in musica barocca e antica più in generale alla Scala è una idea di Pereira, che ricalca il progetto già attuato a Zurigo. E’ una giusta intuizione. Intanto perché questo repertorio, straordinario e bellissimo, merita di essere rappresentato fornito anche di una esecuzione e lettura critica coerente. E poi perché ciò dà modo ai componenti dell’orchestra che vi partecipano di ampliare la propria conoscenza pratica con esecutori di alto livello, come Fasolis, e di approfondire, ricavando informazioni dall’atto concreto di suonarla questa musica, su un repertorio antico dal quale non si può prescindere.immagine4 Il complesso dell’altra sera, in cui erano inseriti alcuni elementi dell’orchestra di Fasolis, ha suonato in maniera ammirevole, dotato di grande precisione tecnica e fine spirito interpretativo; questo sicuramente grazie alla mano esperta e filologicamente colta del direttore, che in questa sede ha svolto un vero e proprio ruolo educativo per questi musicisti, accompagnandoli in un viaggio sicuramente interessante.

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La produzione, si diceva sopra, è risultata di grande impatto. L’ambientazione moderna in questo caso non disturba, visto che si parla di concetti astratti, validi quindi sempre. Anzi, evidenzia la valenza eterna del messaggio contenuto (ovviamente con opportune letture aggiornate secondo l’epoca). La scelta, da parte di Jurgen Flimm, far svolgere tutto l’oratorio in un cafè simil anni ’30-’40 è astuta. In un momento cruciale per le coscienze individuali, sospese tra le svariate e confuse dottrine che si accompagnarono al primo dopoguerra e al secondo pre-guerra, l’uomo è oggetto di una completa rivalutazione e di un ripensamento sui propri valori. E con la naturalezza di una serata tra coppie di amici al ristorante si inizia la riflessione filosofica che, tra un bicchiere di vino e l’altro, porterà Bellezza (lei non a caso è il centro dell’oratorio: la qualità astratta più umana, più fisica, più esteriore e quindi più volubile a sollecitazioni esterne) agli abissi dell’umanità, alla ricerca, forse in realtà vana, di una tranquillitas animi, che apparentemente arriva, a termine della composizione, celata da un malinconico minore, a sottolineare il sacrificio.

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Composizione ad alta carica filosofica, quindi. Ma anche composizione per l’uomo, della quale l’uomo e i suoi valori interiori sono al centro e si dibattono per il primato. Su questo campo di battaglia si instaura tutta la riflessione, musicale e dottissima, di Haendel. Efficace dunque l’idea del ristorante, luogo del divertimento, luogo di Piacere umano, nel quale Tempo e Disinganno penetrano irresistibilmente e mutano i connotati essenziali. Al mattino che segue, il locale, vuoto, è popolato solo da Bellezza, in abito monacale. “ond’ il tempo più tempo non è”. Questo verso, schiettamente barocco, risulta, in questo contesto, tremendamente attuale. Così un oratorio che in forma concertistica sarebbe passato per i più sotto silenzio, fa riflettere. Suggestive le luci, ben realizzati i costumi.
La composizione non ha richiamato a teatro moltissime persone, ma ciò è comprensibile. Un meritato successo da un piermarini entusiasta e interessato.
Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

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