NOTTI MILANESI: RIGOLETTO ALLA SCALA

Teatro-alla-Scala-Il-Rigoletto-di-Giuseppe-Verdi-dal-13-gennaio-2016-03.jpgMentre assistevo, la sera del 20 Gennaio, alla terza rappresentazione del Rigoletto, credo di aver davvero compreso il concetto di “parola scenica” tanto caro a Verdi. Se ciò è accaduto, è stato grazie Leo Nucci; abbandonati quasi totalmente gli abiti del puro cantante (l’età lo ho costretto, come è naturale), anziché presentarsi in scena con un ridicolo bofonchiare come tanti altri suoi coetanei, si è messo a studiare. Ha studiato Verdi, il compositore, il drammaturgo, l’uomo. Ha studiato il Padre in Verdi, quel ruolo difficile perché così denso di amarezza autobiografica. Ha studiato Rigoletto, uno dei personaggi che sono sempre stati fra i suoi cavalli di battaglia. E Nucci, da eccellente cantante, è diventato uno straordinario attore.
Premesso che la voce, pure indebolita dagli anni di carriera, è ancora in forma più che buona, il merito suo è stato quello di aver rivoluzionato e rinnovato il suo mondo artistico.

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Il libretto di Piave esce dalla sua bocca con una fluidità, una naturalezza, una asprezza crudele davvero emozionante. Domina il palco, quel vecchio gobbo, sia quando fa le smorfie, sia quando piange sul corpo di sua figlia, colpita dallo stral di mia giusta vendetta. Nucci ha dato prova di una intelligenza sensazionale, ed questo è il vero motivo per cui continua ad essere così apprezzato e acclamato. Si è trasformato, adattandosi agli anni che passano, e non ha cercato invano di cristallizzare la sua figura in un passato che è oggettivamente trascorso . E questo è il motivo per cui, quando morde le parole “si, vendetta, tremenda vendetta” ci si entusiasma ancora, pure se non le “canta” in senso canonico, ma che importa? Il bis arriva sempre e ancora. E il pubblico trema e freme ancora con lui.

Rigoletto

Una piacevole scoperta è quella di Nadine Sierra. Questa giovane ragazza americana ha una voce di straordinaria potenza, malgrado la levità di espressione. Perfette le colorature nell’aria. Il timbro è caldo e avvolgente, dà sostanza al personaggio, che esce così sempre più dalla tradizione di Gilde “coquette” cui ci hanno purtroppo abituati. Eccellente dizione, da ultimo.
Vittorio Grigolo torna alla Scala nelle vesti del Duca. Bisogna subito dire questo: Grigolo ha una voce splendida, timbrata, decisa e relativamente potente. Ha anche una buona emissione, e una notevole capacità di fraseggio. Poste queste considerazioni, si fa fatica a comprendere come mai spesso si abbandoni a vezzi (portamenti, fiati presi in libertà, dinamiche “creative”) che per un cantante come lui si dovrebbero (e si potrebbero) evitare. Ho apprezzato che abbia eseguito la cabaletta “possente amor mi chiama” con il daccapo, cosa che non tutti i tenori ancor oggi fanno. La sua innata componente istrionica, nel senso positivo del termine, dovrebbe essere moderata dalla tecnica canora, troppo spesso sacrificata.
rigoletto-torna-al-teatro-alla-scala-628x353Carlo Colombara è un eccellente Sparafucile, dalla voce brunita e cavernosa. Non così bene purtroppo Annalisa Stroppa, Maddalena. La voce è buona, ma la parte appare inadatta a lei, troppo bassa e scura.
Tra i comprimarii si ricorda con piacere Chiara Isotton (Giovanna). Non soddisfacente Giovanni Furlanetto (Monterone), troppo ingolato e dallo scarso volume. Hanno preso parte alla produzione anche allievi dell’Accademia della Scala; ciò è lodevole, poiché in questo modo i ragazzi imparano a stare su un palcoscenico durante una rappresentazione “canonica” e hanno anche la possibilità di stare a contatto con artisti rodati. Spero che si continui in questo senso.

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E’ corso a sostituire Mikko Franck sul podio Nicola Luisotti. La sua lettura è abbastanza lineare, a volte un po’ superficiale. C’è anche da dire che i complessi del teatro l’altra sera non hanno affatto dato il meglio di loro. Forse, in fatto di bacchette, anche nelle riprese si potrebbe osare di più.
La produzione allestita è quella ormai di archivio di Gilbert Deflo, che abbiamo visto declinata in tutte le sfumature possibili. Devo dire però che questa volta mi è parsa più brillante del solito, forse anche complice l’entusiasmo generale. Resta una produzione suggestiva, opulenta. In tempo di minimalismi pseudo intellettuali e deprimenti, non disprezziamo allestimenti come questi, che almeno garantiscono coerenza e buon gusto. E posso garantire che lo spazio per “ragionare”, parola tanto cara ai nostri odierni registi, si trova anche con scene e costumi fedeli all’originale.
Un meritato successo di un teatro vivo e appagato corona la serata.

Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

 

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