NOTTI MILANESI: GIOVANNA D’ARCO ALLA SCALA

Prima della Scala, Giovanna D'Arco inaugura stagione

Possiamo sicuramente affermare che questo titolo scelto per inaugurare la nuova stagione d’Opera della Scala è il primo progetto filologico serio che il teatro abbia perseguito dopo svariati anni. Si è trattato di un’impresa coraggiosa e giusta: riportare in scena un’opera davvero rara (anche se oggi questo termine potrebbe, con mio grave sconforto, essere assegnato anche a titoli che non dovrebbero esserlo, si vedano Semiramide o Norma) e per di più proporla quale opera inaugurale. Coraggiosa in quanto la partitura-siamo onesti-non è delle più belle che ci siano, anche tra quelle poco frequentate; giusta perché un teatro del lignaggio della Scala dovrebbe assumere come abitudine il compito di una riproposizione di opere (e compositori) poco noti. L’esperimento, nel suo complesso, sembra riuscito.
image4Bisogna dire che il merito principale di questo successo va attribuito alla protagonista, senza la quale la partitura avrebbe mostrato molte più criticità di quelle che già si son riscontrate. Anna Netrebko si presenta in forma smagliante, preparatissima nella tecnica e, finalmente, dotata di una voce davvero ampia e sfolgorante. Precisa nei passaggi, equilibrata tra i registri e di grande impatto scenico.
Anche Francesco Meli ha dato prova di grandi qualità, che nel suo caso si riconfermano. Bellissimo timbro, limpido ma estremamente dolce, perfetto per questo Verdi che ancora guarda, è banale dirlo, a Donizetti. Peraltro ha tenuto testa mirabilmente alla sua compagna nei duetti, cosa non facile.

L’altra sera è tornato dopo la malattia Carlos Alvarez, il che mi costringe a scrivere qualche riga. Non posso né voglio valutare a fondo la performance di un cantante appena guarito da una indisposizione, chè è chiaro che non sarebbe stato al massimo della forma. main.151215_FotoEnnevi__MG_5025_20151215Tuttavia il baritono ha regalato al pubblico una degna interpretazione, e conserva sempre una bellissima voce profonda.

Bene anche Dmitry Beloselskiy e Michele Mauro.
Riccardo Chailly ha letto la partitura in modo eccellente. Viva, sanguigna (inutile tentare raffinate scelte stilistiche, questo Verdi va eseguito così, e non bisogna aver paura di metterci “passione”), ma estremamente fascinosa la sua direzione. Forse ha peccato un poco nei cantabili, dove è risultato abbastanza monocorde, ma ha sfoggiato un piglio quasi felino nelle cabalette e negli insieme, coadiuvato nel suo progetto da un’orchestra felice di suonare, attenta, e da un coro altrettanto preparato, che alla prima e anche l’altra sera ha meritato espressioni di affetto e stima da parte del pubblico.
main.151215_FotoEnnevi__MG_5020_20151215Il nodo problematico di questa bella serata è la regia, di Leiser e Caurier. Sperando che abbiamo finito di insultarsi con il direttore, voglio proporre questa mia riflessione. Questo allestimento è del tutto interessante; in pochi punti: Giovanna vive nelle sue allucinazioni, chiusa in una stanza dalla quale lei non esce e i personaggi che popolano i suoi folli sogni entrano, modificando funzioni e fisionomie dell’ambiente “reale”. Giovanna sogna un re che è proprio come deve essere IL re, dorato e con un cavallo. Giovanna ode le voci della fede che la chiamano, e vive intimamente un contrasto (sottolineato anche dai costumi) tra un universo femminile e borghese, cui sente per natura di appartenere, e uno maschile e guerresco, di un medioevo un po’ fiabesco che lei dipinge nella sua immaginazione (questo è un tratto tipico del romanticisimo). Interessante dunque l’idea, attualissima, e ben realizzata. Ma questa non è Giovanna d’Arco, melodramma in quattro atti di G. Verdi. Questa è una rilettura della figura storica di Giovanna d’Arco ad opera dei detti registi. Sarebbe stato davvero stimolante assistere ad uno spettacolo-magari in prosa-realizzato ex novo da Leiser e Caurier con questi parametri. main.151215_FotoEnnevi__MG_5013_20151215Ma non vedere questa rilettura in un’opera che, lo ricordiamo, Verdi scrisse durante gli anni di galera, quando altro bisogno non aveva se non quello di guadagnare un po’ di quattrini. Mi sembra davvero improbabile che in questa partitura (peraltro relativamente “standard”) ci siano così tanti sottintesi che ci conducono addirittura al dramma psicotico-psicologico, facendo dell’opera uno spettacolo dove si mette in scena l’inconscio e i suoi sviluppi di una “macroprotagonista”, attorno alla quale ruotano trama e senso dell’opera stessa. Qui sta il maggior errore dei registi. Giovanna d’Arco di Verdi è un dramma storico, meravigliosamente oleografico, di quelli che popolavano le cartoline dell’epoca. Magari con un medioevo approssimativo, una ricostruzione storica improbabile, ma tant’è. Così si percepivano quei fatti all’epoca. Di psicologico questa partitura non ha niente. Giuseppe-Verdi-Giovanna-dArco-Teatro-alla-Scala-Milano-2015-photo-Brescia-Amisano-Teatro-alla-Scala-4.jpgVorrei anche ricordare che la caratterizzazione psicologica profonda dei personaggi fu prerogativa, come era naturale, del Verdi posteriore a questi drammi, del Verdi di Don Carlo, Otello, Aida, tanto per capirci. Agganciare e giustificare la lettura in chiave psicologica dell’opera al fatto che all’epoca stessero nascendo gli studi sull’isteria è motivazione debole per ragioni storiche (il dramma psicologico in opera verrà dopo) e musicali (Verdi non avrebbe mai pensato, per tirare avanti la baracca a queste finezze intellettuali, e difatti ci penserà quando la baracca sarà così salda e forte che si potrà permettere di scrivere per proprio piacere e non più su commissione teatrale).
Una regia dunque interessante e ben fatta, ma non adatta per l’opera Giovanna d’Arco.
Applausi per tutti e un trionfo meritato per Anna Netrebko.
Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

Milano, 15 dicembre 2015

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