NOTTI MILANESI: FALSTAFF ALLA SCALA

12074653_10153306235538165_8298724370542892584_nL’allestimento di Falstaff firmato da Robert Carsen fu presentato alla Scala nel 2012, in una di quelle esecuzioni che porterò sempre nel cuore, dove tutta la meravigliosa macchina del teatro sembrava funzionare in modo perfetto.
Difficile quindi, per questa ripresa, superare la prima messa in scena; tuttavia, come generale impressione, mi pare si potesse osare un po’ di più in alcuni ambiti, ed evitare così il clima abbastanza monocorde di una serata piacevole ma non indimenticabile.
Uno dei punti di forza sicuramente è rappresentato da Nicola Alaimo, Falstaff. La sua voce, scura ma agilissima e deliziosamente timbrata, dà vita ad un personaggio sfaccettato, tra il vecchio bonario un po’ self confident (mi si passi il termine inglese, per un Falstaff interamente British) e un uomo tuttavia fragile, spaventato o rassegnato della propria vecchiezza. 10846033_10153301557648165_4495340490876868119_n
Massimo Cavalletti (Ford) si conferma una voce piuttosto deludente, dai fiati corti e dalla emissione spezzata. La proiezione inoltre è spesso insufficiente e la frase arriva stentata.
Ottimo Francesco Demuro, che ha dato prova di un timbro splendente, e di una discreta capacità di fraseggio. Efficace anche in scena. Spero canti sempre in questo modo, si tratta di una voce dalle grandi potenzialità (quando fa ruoli adatti a lui).
Indimenticabile Carlo Bosi, dr. Cajus, che è sempre un piacere ascoltare, vero erede di quella tradizione di grandi comprimarii di cui la Scala ha sempre saputo fregiarsi.
12107825_10153291275668165_8062717123283737110_nEva Mei ha una voce davvero notevole. Solida, controlla il mezzo con stupefacente naturalezza, e ha una ottima dizione (in questa partitura è essenziale, oltre che di buon gusto). Tuttavia ho riscontrato una certa fatica nell’emissione, che, sia chiaro solo nei punti più ardui, fa fatica a tener testa alla buca. Questo è però del tutto naturale, se si considera la grande e ormai lunga carriera che ella ha alle spalle.
Eva Liebau è una frizzante Nannetta, agile nell’emissione e teatralmente assai a suo agio nella parte. La voce è poi particolarmente equilibrata in tutti i registri
Marie-Nicole Lemieux rappresenta per me una sorpresa. Non avevo grandi aspettative su questa voce, che ho sempre trovato un tantino ingolata e artefatta. Sono assolutamente costretto a ricredermi, almeno interamente sul secondo punto. Sul primo, confesso che quando scende nel registro basso, spesso tende ad una emissione intubata.
Ottima anche Laura Polverelli, una poderosa voce liquida, fluente e di grande leggerezza.
Nella media, pur non eccelsi, Giovanni Parodi (Pistola) e Patrizio Saudelli (Bardolfo).12122599_10153291275838165_726590233336404443_n
Ogni volta che Daniele Gatti viene alla Scala, si levano cori plaudenti al “maestro dell’eleganza e della lettura sempre profonda e piena di significati reconditi”. Facciano pure, per quanto non so fino a che punto siano considerazioni da un ascolto attento o gioco di opposizione a Riccardo Chailly. Ciò che ho ascoltato io invece non mi ha per nulla coinvolto. Solite lentezze (non solo “metronomiche”, ma anche narrative), con una lettura essenzialmente priva di quei colori di cui Falstaff necessita. Vero, si è trattato di una interpretazione assai elegante nel complesso, ma il punto sta proprio qui; necessita Falstaff di questa “artificiosità”? Secondo il mio modesto parere no.

12122482_10153291275868165_7735677855517415154_nE’ una commedia sottile, siamo d’accordo, ma è pur sempre quel Verdi che anche qui non ha abdicato alla origine volutamente concreta (e non scaturita da meri processi intellettuali) della sua musica. Ben altra cosa fu la lettura varia, colorata di mille screziature e pure elegantissima di Daniel Harding. Coro e orchestra comunque suonano bene ciò che è stato loro richiesto.L’allestimento di Carsen rimane uno dei più belli per questa opera. Sagace, di grande buon gusto nelle scene e nei costumi, e irresistibile quel Falstaff Inglese che, come un vecchio Duca ormai chiuso nel suo castello in campagna, guarda alla gioventù con un misto di tenerezza e invidia. Gioco, riso sono assolutamente presenti come deve essere, ma affiancati da un velo di malinconico, ineluttabile senso del “finito”. 12122820_10153291275788165_6928875139774887703_nE proprio alla fine, quando il protagonista pronuncia nel silenzio della sala, in modo quasi tragico “tutti gabbati…” si è percorsi da un brivido esistenziale. Ma non c’è tempo per metabolizzarlo. Con un forte finale si ritorna alla risata, alla felice conclusione. “tutto nel mondo è burla”, in fondo.Una sala piena applaude abbastanza soddisfatta gli interpreti. A Novembre Wozzeck, di Alban Berg.

Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

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