NOTTI MILANESI: L’ELISIR D’AMORE ALLA SCALA

12063473_1694434244110932_1779918854543113440_nL’elisir d’amore rappresenta senza dubbio uno dei maggiori successi in ambito buffo di Donizetti, in quanto, anche se non raggiunge le vette del futuro Don Pasquale, ci parla di un compositore che sa maneggiare abilmente i ferri sempre bollenti dell’opera buffa, e ne crea anche un suo modello personale; se infatti la base di partenza è quella del Gran Vecchio del tempo, Rossini, l’elisir se ne scosta e se ne emancipa, fondendo la comedie larmoyante (che era di pretto appannaggio belliniano) con la vivacità tagliente della farsa all’italiana; aggiungo, un’opera la cui morale è valida sempre, e il cui mondo, di ingenui creduloni dal buon cuore e di furbi venditori d’aria fritta è proprio il nostro attuale. Speriamo che anche su questo grande palcoscenico della vita le cose si concludano con una-felice e serena-dipartenza dei Dulcamara, chè il loro gioco è bello finchè dura “l’opera” (o la sbornia provocata dal bordeaux).
Piacevole è stata la prima di questo Elisir scaligero, il 21 Settembre.lelisir-damore-di-donizetti
Eleonora Buratto è una eccezionale Adina. Dotata di un mezzo assai notevole per volume e estensione, affronta la parte con grazia e leggiadria. Ampio e di gusto il fraseggio, e l’emissione è corretta.
Vittorio Grigolo torna alla Scala e dopo aver vestito i panni del Sublime Edgardo è Nemorino. Bisogna dire che la enorme componente istrionica naturalmente presente nel tenore in questo ruolo non da affatto fastidio; anzi, ne esalta il carattere, impedendo che il personaggio diventi un apatico piagnone o un grottesco scemo. Un giovane d’indole pacifica, semplice e, letteralmente, simpatico.
La voce rimane fascinosa, piena e calda, con il timbro avvolgente e l’emissione ben proiettata. Forse dovrebbe curare di più il modo di porgere la frase, che spesso sacrifica la partitura alle esigenze (sue) di recitazione.
11143431_10153253925318165_8666559531526310675_nMattia Olivieri rappresenta un nodo problematico di questa produzione: la voce non è sgradevole, ma a mio avviso tende molto a mascherare la sua vera tessitura, decisamente più alta, quasi un bari tenore. Questo lo porta a schiacciare i bassi talvolta in modo fastidioso, mentre sorge (anche troppo) negli acuti.
Michele Pertusi, Dulcamara, ha interpretato in generale bene una parte molto difficile. Sia per la cavatina, con quel parlante che è vero esempio musicale di come fare pubblicità, di reclame, sia per l’interpretazione generale del personaggio, di quell’adorabile ciarlatano che in fondo non riesce ad essere il “cattivo” della storia. Pecca abbastanza, però, negli attacchi e nei fiati, i primi spesso corti e che rendono il suono fibroso, i secondi faticati e in ritardo, cosa che è certamente dovuta all’età. Inqualificabile il gesto in risposta alla parte del loggione che, alle chiamate al proscenio, lo ha contestato. L’artista in teatro non ha diritto di replica, e deve accogliere la reazione del pubblico se non con gioia (sarebbe ridicolo chiederlo a uno che viene fischiato) almeno con educata indifferenza. Poi se si ritiene il trattamento subìto ingiusto, ci sono i giornali, le interviste, la via sotto il teatro, persino la pagina del social, e lì è legittimo discutere.12042605_10153253925808165_1573635297447487091_n Ma il teatro non è luogo per contradditorii tra palcoscenico e sala. Tanto meno per mostrarsi maleducati verso il pubblico (sempre) pagante.
Fabio Luisi conduce i complessi, che rispondono con prontezza e precisione attraverso una attraente e particolare lettura. Certamente la sua esperienza con il Novecento ha contribuito ad un’interpretazione asciutta, teatrale; scevra anche da leziosismi che non già l’epoca di composizione, ma una ignorante tradizione ha applicato. Un Elisir naif, sognante e molto aggraziato.
La produzione allestita è quella storica di Tullio Pericoli, ripresa per l’occasione da Grischa Asagaroff. Quest’ultimo ha valorizzato limitatamente ad alcuni punti ciò che già esisteva, con una regia dai toni pastello, sfumata ma a tratti dalle scelte banali. Anche perché, parere personalissimo, questa produzione pur 12032186_10153253925423165_572118274552398408_ngradevole non ha l’immortalità dei capolavori, per fare un esempio che sia pertinente, di Ponnelle, che rappresentati anche a distanza di tanti anni sono sempre freschi. Ecco, qui, sebbene ancora gustosa e gradevole, si incominciava a presagire una sensazione di “passato”, di qualche cosa rimasto nella sua, pur meravigliosa epoca.
Una sala abbastanza piena applaude divertita tutti gli interpreti, con moderate contestazioni a Pertusi.
A Ottobre Falstaff, di Giuseppe Verdi.

Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

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