INTERVISTA A GIORGIO BERRUGI

Abbiamo incontrato Giorgio Berrugi, tenore italiano di notevole fama internazionale, impegnato in questi giorni come Romeo in “Roméo et Juliette” all’Arena di Verona. Gli abbiamo rivolto alcune domande la mattina della recita del 21 agosto 2015, circa il suo percorso professionale, la sua esperienza e i suoi traguardi futui.

Innanzitutto come ti sei avvicinato al canto lirico?
Al canto mi sono avvicinato piuttosto in tarda età poiché fino ai 28 anni ho suonato il clarinetto in un’orchestra sinfonica. Durante una Traviata ho cantato così per scherzo e i cantanti che mi hanno sentito si sono avvicinati chiedendomi se studiassi canto. Da quel momento si è accesa una luce e ho iniziato.

Con quali insegnanti ti sei formato e che cosa hai assorbito da loro?
Ho girato molti insegnanti (tra i più influenti sicuramente Francisco Araiza e Maria Billeri),tutti mi hanno dato qualcosa; certo quando ho iniziato avevo 28 anni, per cui avevo già un’esperienza musicale alle spalle e una personalità già formata e distinta. Questo mi ha permesso anche di essere cosciente delle capacità dell’insegnante che mi trovavo davanti, ma soprattutto di prendere ció che più ritenevo utile. D’altronde io credo che ognuno abbia anche la propria responsabilità e quindi non si può sempre far ricadere le colpe sull’insegnante: bisogna trovare una propria via per trovare le soluzioni ai problemi; gli insegnanti servono per farti pensare, per stimolarti a trovare le soluzioni sia vocali che interpretative. Bisogna trovare il proprio modo di sentire ed esprimere. La nostra tradizione è talmente grande che questo percorso passa anche attraverso l’ascolto dei grandi del passato.main.0508_R_J_fotoEnnevi_0445_20150804[1] BERRUGI

Hai dei modelli del passato? Dei cantanti a cui ti ispiri?
Io sono un amante dell’antichità nel canto, non studio un’opera o le arie su modelli preesistenti poiché altrimenti questo lavoro non avrebbe senso. Se uno si mette a guardare un dvd è inutile anche andare in teatro per cantare o ascoltare. Sicuramente a livello di cultura personale é essenziale ascoltare e conoscere le voci del passato, ed in questo io sono un fan di Aureliano Pertile, Beniamino Gigli e Jussi Bjorling. Magari anche in un momento in cui devi risolvere dei problemi vocali vai ad ascoltare quelle voci e trovi veramente l’età d’oro della lirica. Se vai ad ascoltare per esempio un cantante come Titta Ruffo, con tutto il rispetto dei colleghi eccezionali di oggi, ti rendi conto che non ne sono più nati così.

La tua esperienza di clarinettista come ha contribuito alla tua formazione canora?
Non saprei dirti esattamente in cosa, perché io conosco profondamente solo il mio percorso… Sicuramente rispetto ai miei colleghi sono estremamente avvantaggiato dal punto di vista musicale, nel rapporto con l’orchestra e nello studiare i ruoli. Alcune cose per me erano già scontate come il legato per esempio, o l’intonazione. Forse anche un certo uso del fiato, comunque ho studiato sempre tanto e si continua a studiare sempre. La mia facilità sicuramente sta nello studiare e memorizzare velocemente un ruolo.

Raccontaci i tuoi inizi e la tua esperienza come parte dell’ensemble della Semperoper di Dresda e cosa vuol dire fare parte di una compagnia stabile.
Subito dopo aver cominciato a studiare grazie alla mia facilità ho iniziato a cantare un pó in giro. Ma quando inizi ti devi guadagnare la fiducia dei teatri poiché non hai esperienza di palcoscenico e non hai ruoli in repertorio. Quando ho iniziato a capire le basi tecniche del mio strumento avevo bisogno di metterle in pratica e ho avuto l’opportunità di andare in Germania, a Dresda, in un contesto prestigioso, dove ho potuto debuttare molti ruoli. Ho avuto la possibilità di lavorare con tanti direttori in un contesto dove c’è una critica costruttiva che permette al cantante di crescere, pur magari sbagliando, ma rialzandosi senza i fucili puntati contro. Per me é essenziale imparare con serenità dai propri errori, senza coraggio non si esplorano i propri limiti, sia tecnici che espressivi.

Hai qualche ricordo particolare di quel periodo?
La mia prima esperienza a Dresda è stato uno shock. Ero stato preso per cantare essenzialmente solo il repertorio italiano con qualche incursione in Strauss e Mozart. Ma appena arrivai mi dissero che Hans Werner Henze stava scrivendo una nuova opera (“Gisela!”) che sarebbe andata in prima mondiale dopo un mese e mezzo ed io avrei dovuto cantarvi. Era un’opera in tedesco (lingua che allora non conoscevo) ma soprattutto continuavano ad arrivare pagine della partitura che bisognava imparare mano a mano che lui componeva. Durante le prove Henze mi ha sentito e ha deciso perfino di scrivermi un’aria, che arriva pochi giorni prima della generale. Sono esperienze che ai cantanti dell’epoca di Mozart succedevano normalmente, la sera prima della prima dovevano studiare pagine di musica nuove. Ma il linguaggio di Henze è totalmente diverso da quello di Mozart. All’epoca fu uno stress incredibile, provando di giorno e studiando la notte… però il poter lavorare con un compositore un ruolo nuovo è qualcosa di impagabile, che mi ha dato una forza interiore enorme.

11791052_970180369691975_1131400239_o

Com’è stato il raffrontarsi con uno stile musicale, quello di Henze, del tutto diverso da quello del repertorio italiano?
Io come strumentista ho inziato dal repertorio contemporaneo. E’ un po’ strano ma da adolescente le mie prime esperienze sono stato con pezzi di Luigi Nono, di Karlheinz Stockhausen e Giuseppe Garbarino. Poi sono stato a Firenze dove ho lavorato con Giacomo Manzoni e con Sylvano Bussotti. Mi sono quindi svezzato molto presto con il repertorio contemporaneo per poi dirottarmi verso il classico. Gli amici di allora sono scioccati perchè oggi canto l’opera italiana ed invece una volta lavoravo sulla musica elettronica, sulle distorsioni di suono e altre pazzie. Poi sono passato al repertorio classico col clarinetto, poi ai quintetti di Brahms ed ora sono arrivato a cantare “La Traviata”. Quindi come linguaggio quello di Henze non era così ardito, e soprattutto la sua ultima opera non era così estrema. L’unica difficoltà era quella di arrivare pronti alla prima.

Nelle ultime stagioni hai interpretato il ruolo di Hoffmann ne “Le Contes d’Hoffmann”, come ti sei avvicinato a questo difficile ruolo che appartiene ad un repertorio quello francese, che ha bisogno di altre cure rispetto a quello italiano?
Il ruolo di Hoffmann ho iniziato a prepararlo un anno prima del debutto, anche perchè l’edizione che abbiamo fatto era quella critica di cui non esistono registrazioni o video. È sicuramente un ruolo lunghissimo e complesso, dal lato tecnico bisogna gestire le forze per reggere le ore di impegno, sul lato artistico bisogna scavare e trovare colori sempre diversi. Il mio approccio è prima di tutto sul personaggio, cercando di trovare più chiavi di lettura e ciò che si può infondere della propria personalità. Un ruolo come Hoffmann in questo senso penso non abbia eguali poiché sono storie diverse che possono rappresentare fasi della vita diverse, sfaccettature psicologiche diverse. Trovo molto più facile lavorare su un personaggio dove c’è molto da scavare che non su un personaggio come Romeo.

Come descriveresti il personaggio di Romeo?
Non ti nascondo che quando mi è stato proposto Romeo e Giulietta ho avuto qualche problema: da bambino avevo consumato un VHS del balletto Prokofiev con Rudolf Nureyev: per me lui era Romeo, l’avevo identificato con quel ruolo e questo modello estetico, un giovane, atletico, un dio greco possente ma capace di volare, mi ha messo un poco in imbarazzo: non pensavo di avere le qualità fisiche per affrontare il ruolo in maniera convincente. Non sono riuscito a lavorare sul personaggio come di solito faccio, é un poco come quando guardi un film o poi leggi il libro da cui é stato tratto: identifichi sempre gli attori con i personaggi che interpretano. Mano a mano ne sono venuto fuori musicalmente: la bellezza delle frasi, delle melodie mi ha portato fuori dal tunnel. Normalmente, quando lavoro sulle sfaccettature psicologiche di un personaggio, sulle sue azioni e comprendo appieno il momento teatrale, ecco che il canto diventa una naturale espressione dell’azione e del sentimento. In questo caso, per la prima volta, ho lavorato in maniera più “strumentale”, ed il personaggio é nato in maniera spontanea durante le prove di regia, con l’interazione con i miei colleghi. Adesso comprendo che ho applicato inconsciamente quello che già facevo affrontando la liberistica tedesca in confronto alla chanson: la musica francese prevede una cura delle sfumature che è più legata alla linea musicale che non alla parola scenica. Se molta musica francese fosse solamente strumentale avrebbe lo stesso un grande valore mentre se tu suoni un lied di Schubert sostituendo un flauto alla voce umana, perdi tutto il testo poetico e le motivazioni dell’accompagnamento pianistico.

10704184_713305498759294_6105573730708823741_n
Come pensi si orienterà il tuo repertorio futuro?
Ciò che ho fatto in questa prima parte della carriera è stato esplorare una serie di ruoli, anche diversi tra loro, ma che rientrano nel tenore lirico puro, da Nemorino fino al Verdi giovanile. Ci sono alcuni personaggi che ritengo a livello personale molto interessanti e che non mi stancherei mai di fare per la ricerca psicologica che vi è dietro: di solito in Verdi più si scava e più si trova, anche in ruoli considerati “minori” come Alfredo in Traviata, c’é un mondo di colori ed emozioni da far affiorare; per questo col tempo vorrei riprendere Riccardo del Ballo in Maschera, Rodolfo della Luisa Miller, in un’altra vita magari fare anche l’Otello! Poi c’é Rodolfo ne “La Boheme” di cui sono diventato quasi un pó uno “specialista” che è sempre una chance per divertirsi, di fare comunella con degli amici: un’opera teatralmente modernissima e che fortunatamente canterò spesso nelle prossime stagioni. Mi piacerebbe a livello personale approfondire il repertorio liederistico , perchè sono sempre stato un grande appassionato di Schubert e Wolf. Da qualche anno studio “Winterreise”, spero un giorno di sentirmi pronto per affrontarlo in concerto.

Quali sono le difficoltà e le emozioni di cantare in uno spazio particolare come l’arena?
A livello acustico l’arena non ti dà molti problemi. Questa era l’unica preoccupazione che avevo quando ho debuttato nel 2013 come Ismaele in “Nabucco”, ma ci sono posti più piccoli con un’acustica molto più complicata. Dal punto di vista del pubblico non ne sono molto influenzato perchè non ritengo che si debba cambiare il proprio approccio musicale a seconda del gusto degli altri. Il mio rispetto va al compositore, e se mi sento di aver fatto tutto il possibile per onorare le sue intenzioni, ho la coscienza a posto. Io cerco sempre di fare il meglio possibile, do tutto quello che ho senza risparmio, affronto il pubblico con onestà e serenità. Il problema più rilevante dell’Arena sono le condizioni meteorologiche: a volte la combinazione meteo e costumi va contro tutto il lavoro di preparazione che hai fatto. Nella “Madama Buttefly” dello scorso anno abbiamo avuto temperature accettabili mentre mi ricordo benissimo il caldo che abbiamo sopportato nel “Nabucco” del 2013. E la prima di Romeo mi ha ricordato quella sensazione, ossia il cercare solo di sopravvivere fino alla fine, senza svenire. Nei primi due atti della prima di Roméo et Juliette la sensazione è stata di una grande confusione dovuta al calore che sentivo, sfido chiunque ad indossare una giacca di pelle chiusa con più di 35 gradi: questo porta ad una mancanza di controllo, di lucidità che è la base per esprimere quel che si può fare.

11897025_970180339691978_1056817955_n

Nella prossima stagione sarai Gabriele Adorno in “Simon Boccanegra” accanto a Leo Nucci al Teatro alla Scala…come ti stai preparando per questo debutto importante?
Il Simon Boccanegra è la mia opera preferita in assoluto, poi cantare alla Scala per un italiano è IL traguardo, per cui non ti nascondo un po’ di paura. Mi sto preparando con umiltà e onestà a dare quello che posso al meglio. Come strumentista ho già suonato alla Scala quando ero all’interno dell’Accademia della Scala all’età di 17-18 anni. Poi sono stato aggiunto in orchestra alla Scala, quindi mi ricordo bene l’emozione che ebbi allora. Non avevo mai suonato in un teatro di tradizione, avevo solo preso parte a quelle che chiamavamo “spedizioni punitive”. Giravo tutta l’Italia suonando nei festival d’opera di piccole città di provincia, macinando centinaia di chilometri al giorno, passando dalla Sicilia al Piemonte alla costa Adriatica: oggi questa realtà sta scomparendo ma fino a pochi anni fa c’erano migliaia di posti dove si faceva opera. Improvvisamente mi trovai alla Scala e l’emozione fu enorme e penso sarà lo stesso come cantante. Ora, chiaramente, c’è una maturità diversa e spero che sapró controllarmi meglio. Con Nucci ho già cantato “Rigoletto” in tournèe con la Scala in Giappone. Lui non è un cantante, è un superuomo dal punto di vista artistico e atletico. E’ un tipo di personalità che a me sta molto cara, perchè è una persona di assoluta semplicità (io non apprezzo il divismo che trovo abbastanza obsoleto) e di inestimabile valore: non è un personaggio costruito a tavolino dai media, ha sempre avuto una dignità professionale che dovrebbe essere un modello per i giovani cantanti.

Dal 26 al 29 agosto terrai una masterclass a Lucca….come ti sei avvicinato all’insegnamento e come ti stai preparando per questo impegno?
Da questo punto di vista sono stato sempre un egoista: sono affamato di conoscenza e ho sempre pensato che insegnare avrebbe tolto tempo alle mie possibilità di crescita. Oggi invece credo che il confronto con gli allievi sia uno scambio utile ad entrambi, inoltre mi sento pronto a dare indietro qualcosa di quello che ho imparato in trent’anni di musica. Ovviamente non ho la verità in tasca però credo di avere l’onesta e l’umiltà per mostrare le cose che ho imparato e che sto tutt’ora scoprendo. Anche nel mondo della musica con internet vi è una sovrabbondanza di informazioni, non così essenziali, che confondono uno studente. Io ho da un lato un approccio artistico, quel “fuoco sacro” che ho dentro, e dall’altro una ricerca intellettuale che ho fatto durante il mio percorso. Io credo che leggere tutto Shakespeare o Ibsen non sia una perdita di tempo per un cantante. Poi c’è un’altra parte che è quella più tecnica, il percorso che ho fatto e l’accrescimento che mi ha dato il contatto con i colleghi, quello che ho letto e cercato di mettere in pratica. La cosa che bisognerebbe fare in Italia è ricongiungere la ricerca scientifica con il canto: molti insegnanti tradizionali temono l’intromissione di un foniatra, di un logopedista, mentre io credo che avere una visione ampia approfondisca le possibilità di soluzione dei problemi.
Prossimi impegni…..
“Requiem” e “Simon Boccanegra” di Verdi alla Scala e poi “Den Rosenkavalier” a Londra, “La Traviata” a Chicago e “Lucia” a Torino e Palermo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...