Teatro Filarmonico di Verona: CAVALLERIA RUSTICANA

Come terzo titolo della stagione 2014-2015 al Teatro Filarmonico di Verona approda “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni, preceduto dal balletto su “El Amor Brujo” di Manuel de Falla.
Due storie d’amore, di tradimento, di passione, di atmosfere cangianti. Due storie dalla forte componente mediterranea.

Il 10 Marzo è andata in scena la seconda recita con il nuovo allestimento firmato per le scene ed i costumi da Leila Fteita, per le luci, ottime, da Paolo Mazzon e per la regia e coreografia da Renato Zanella.
Semplici ma nell’insieme molto belle le scene di Leila Fteita che ambienta le due opere tra le rovine di un tempio greco immerso nella natura arsa del meridione, testimone del passaggio dei popoli e testimone di oscuri misteri. Belli anche i costumi, funzionali. Grazie a delle quinte mobili è stato potuto anche ricreare l’intreccio dei vicoletti, tipico dei paesini del sud.

Renato Zanella, direttore del corpo di ballo dell’Arena di Verona, crea una regia viva, che pone attenzione in particolare ai due personaggi femminili principali, Lola e Santuzza, l’una incarnazione della sensualità, l’altra figura innocente ma dalla grande forza. Particolarmente suggestiva l’azione durante l’intermezzo, dove Santuzza e Mamma Lucia  camminano lentamente sul palco seguite da donne ricoperte da veli neri che cadono, sobbarcate dal peso della loro esistenza di mogli e donne, immerse in una società patriarcale e maschilista. Nell’amor brujo il regista annulla la vera e propria trama del balletto con le vicende di Candela e Carmelo,immaginando un gruppo di gitani che durante la notte si accampa nei pressi di Vizzini (il paese dove è ambientato il dramma di Verga) e danza mentre Lola canta. Alla fine del balletto Turiddu giunge e se ne va abbracciato a Lola. Interessante il riferimento religioso nella Cavalleria, quando nel finale Turiddu muore ai piedi della croce. Turiddu è il diminutivo di Salvatore, come Gesù Cristo il salvatore risorge dopo la morte sulla croce il giorno di Pasqua nello stesso giorno Turiddu muore sotto gli occhi della madre Lucia, che nella novella verghiana aveva nome Nunzia, diminutivo di Annunziata, come la Vergine Maria.

Sul podio dell’orchestra il giovane ma già di esperienza Jader Bignamini, autore di una prova assolutamente eccellente. Grande cura dell’orchestrazione con molta attenzione al rispetto alla lettera della partitura. Il direttore, inoltre, è uno dei pochi oggi che ama veramente i cantanti, li segue, stende sotto di loro un tappeto sonoro lussureggiante, mai prevaricante, ma non per questo non vibrante di emozioni. Una direzione straordinaria, comunicativa, veramente emozionante.

Veniamo al cast, molto omogeneo.
Splendida la prestazione dei tre primi ballerini Teresa Strisciulli, Antonio Russo e Evghenij Kurtsev.
Clarissa Leonardi interpretava Lola e le tre pagine vocali dell’Amor Brujo con un mezzo vocale giovane, di eccellente bellezza timbrica. La cantante ha sicuramente dei dettagli da affinare ma già così è stata ampiamente convincente.

Milena Josipovic ha donato un’intensa interpretazione del personaggio di Mamma Lucia, personaggio che assiste in qualche modo impotente alla tragedia che si compie. Alfio era Sebastian Catana, voce timbricamente molto bella e attento a non cadere nella trappola di un verismo troppo esibito. Il baritono ha costruito un personaggio convincente sia dal punto di vista vocale che dal punto di vista teatrale.
Il giovane Dario Di Vietri debuttava nel ruolo di Turiddu. A conti fatti, si è trattata di un’ottima prise de role. Sicuramente con una frequentazione futura del ruolo potrà migliorare, soprattutto dal punto di vista teatrale. Vocalmente, la voce risuonava sicura in tutta la gamma, solare e con un fraseggio appassionato. Molto bella la serenata iniziale, il duetto con Santuzza e l’aria “Mamma, quel vino è generoso…”. Il tenore cantava con stile appropriato, ottima dizione e con grande generosità.

Veniamo però alla straordinaria Ildiko Komlosi. Il mezzosoprano ungherese faceva di Santuzza una creatura dalla psicologia estremamente sfaccettata. Santuzza è vittima della società, ma soprattutto è vittima di violenza da parte di Turiddu. Non è violenza fisica, ma psicologica. Una donna inquieta, lacerata nel profondo, forte ma vulnerabile allo stesso tempo. La Komlosi creava un ruolo che non si dimenticherà molto facilmente e si innalza a interprete di riferimento. Vocalmente supera con classe tutte le insidie di una tessitura ardua in alcuni punti. Difficile individuare il culmine di questa intensa interpretazione, tuttavia voglio sottolineare una frase, (perchè dalle piccole frasi si sente la grandezza di un’interprete): quando Santuzza augura la “mala pasqua” a Turiddu. In quella sola frase la Komlosi è riuscita a trasmettere tutto il turbamento e tutto il dolore del personaggio come solo le grandi sanno fare.

Alla fine grande successo per tutti con i toni del trionfo per Bignamini,Di Vietri e Komlosi. Francesco Lodola (IeriOggiDomaniOpera)

12/03/2015

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