NOTTI MILANESI: TURANDOT ALLA SCALA

Una vittoria morale. Non una “Turandot da Scala” (quale sarebbe poi il significato di questa espressione?), nemmeno una “Produzione storica”, e neanche “un trionfo”, dal momento che, dopo il felice o inconsapevole pubblico della prima, i frequentatori abituali del teatro si sono espressi in termini meno ottimistici. Non un brutto spettacolo, e vedremo perché, ma si presti attenzione a non scialacquare termini inadeguati. La sera del 15 Maggio ho assistito anche io alla “Turandot dell’EXPO”, tanto per andare avanti con i luoghi comuni,  sentiti quasi necessari in queste occasioni, ed ecco la mia opinione.

Un cast con alti e bassi, che parte con la non completa protagonista, Nina Stemme, la quale ha una vocalità non solo non più freschissima, come è naturale, ma nemmeno adatta a questo repertorio, che le va stretto, nel senso più concreto del termine; stentata (e spesso stonata) negli acuti, nell’impervia sortita, non riesce a controllare i fiati e i suoi sono spesso fibrosi e malfermi. Compensa un buon registro basso e una fascinosa capacità di tenere il palco, dovuta anche a scelte registiche felici.

Aleksandrs Antonenko era indisposto, e ho avuto il piacere di ascoltare la meravigliosa voce di Stefano La Colla. Si tratta di una vera rivelazione,  un Calaf di gusto e  classe, in un ruolo dove mai come oggi l’urlo e il cattivo gusto in nome di un malinteso verismo regnano quali infausti padroni. L’impostazione vocale di La Colla lo fa apparire quasi belcantista, con un fraseggio raffinato, sobrio e un volume non ampio ma ben controllato. Splendidi i legato nel “Nessun Dorma”, che hanno reso l’atmosfera insolita ma gradevolissima di un pensiero del protagonista, d’una sua ambiziosa fantasia, più che di un ordine perentorio.

Grande piacere è stato anche riascoltare la preziosa voce di Alexander Tsymbaliuk, Timur dal timbro scavato, profondo e possente, che già mi aveva colpito nelle precedenti  stagioni e che si prospetta un lodevole Raimondo nella ventura Lucia di Lammermoor. Commovente nella sua compostezza di padre debole sul palco, un vero attore.

Maria Agresta è nata per Liu, per cantare la piccola schiava senza nulla e dal grande, immenso amore. La sua vocalità melodiosa, (quanto si sente, in queste occasioni, chi ha studiato Verdi e Bellini! E quanto questo giova nel cantare il novecento!) naturalmente armonica , controllata e coadiuvata da una ferrea tecnica di emissione larga, ampia creano quel misto di furor e technè che l’arte dovrebbe sempre essere, di passione e di rigore.

Carlo Bosi è tra i migliori comprimarii dei nostri giorni, e ha affrontato la parte di Altoum con grande piglio e sicurezza, e inoltre ha ridato dignità ad un ruolo spesso affidato a professionisti ben inferiori. Si sarebbe quasi potuto dargli la parte di uno dei tre ministri, certamente avrebbe apportato  un miglioramento con la sua voce duttile, che si getta in continue metamorfosi tra stili e compositori differenti, mantenendo però quel quid che lo rende riconoscibile.

Non soddisfacenti i tre ministri, tutti purtroppo sguaiati nell’emissione, inficiata certamente da movimenti inadatti durante il canto. Bene il mandarino di un altro ammirevole comprimario, Ernesto Panariello.

Riccardo Chailly è il direttore che la Scala necessita ora. A dispetto di tutti i “radical chic”, residui bellici di un certo modo di pensare che continuano a gridare un nome che non potrebbe mai sostenere questo incarico, la scelta del Teatro si è rivelata vincente. Musicista colto e preparato, serio professionista nonché amato dai complessi, che infatti proprio con lui suonano divinamente, è l’allenatore che in questo momento serve ad un’orchestra che ultimamente ha subito un vistoso periodo nero, per ritemprarsi e acquisire di nuovo tutte le sue doti. La sua Turandot, scura, barbarica, smaccatamente novecentesca, ha un sapore particolare, personale. Non ho rilevato nessun eccesso di suono, dato che si parla dell’opera che per eccellenza è della grandeur, sia quella dorata del secondo atto, sia quella metallica e violenta del primo.

L’allestimento di Nikolaus Lehnoff ha tratti interessanti. Liu, Turandot e Timur sono ben scavati nella loro psicologia, con una attinenza al libretto nel complesso solida. Apprezzabile, anche se un po’ libera, l’interpretazione di una Principessa di gelo che già nel secondo atto vediamo sconfitta, esclusa dalla sua fortezza (il suo cuore?) ormai espugnata. Va però detto che il personaggio di Calaf è trattato in modo banale, come pure i tre ministri, acconciati in modo pessimo e resi semplici “buffonacci”. Inoltre questa produzione non stupida, risente di una non bellezza estetica (la scenografia e i costumi), che la penalizza molto.

Vittoria morale dunque. Si, si è dimostrato che la Scala può avere un direttore stabile nel reale senso della parola (o anche che non sia stabile altrove, a seconda di come la si vuole interpretare…), che ci può esser sintonia con i complessi e che si può lavorare bene in sala, anche destreggiandosi nelle tempeste create dai piani alti, in una stagione certamente non priva di punti deboli sul fronte dell’organizzazione.
Fra pochi giorni CO2 , di Giorgio Battistelli.

Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

24/05/2015

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