NOTTI MILANESI: TOSCA ALLA SCALA

La Scala non può fare a meno di Tosca. Me ne sono fatto una ragione uscendo, il 30 Giugno, da questo ennesimo allestimento del capolavoro di Puccini. Negli ultimi cinque anni, l’opera è stata proposta nella stessa produzione per tre volte. Io adoro Tosca, ma vorrei davvero sentire anche Norma, che per esempio manca dal buon e (soprattutto) vecchio 1976.

Serata per nulla entusiasmante, lo premetto.
Beatrice Uria Monzon porta in scena una Tosca che non ha senso, mi dispiace dirlo in questi termini: mezzosoprano peraltro valido, cerca di trovare uno stridente compromesso fra un’esecuzione spacciata per sopranile o una rivisitazione dichiarata mezzosopranile. Purtroppo fallisce in ambo i casi, anche perché la sua voce non è di quelle “vie di mezzo”;  è cavernosa, e con il soprano non ha nulla a che vedere. Si trova infatti in difficoltà in molti punti cruciali della partitura, partendo dalla frase finale fino al Vissi d’arte. La voce stenta, il meccanismo funziona solo quando è nel (bello, a onor del vero dobbiamo dirlo) registro basso. Spesso viene coperta dall’orchestra.

Fabio Sartori è la sola voce soddisfacente della serata. Ottima esecuzione, Cavaradossi che occhieggia all’eroe romantico (perché no?) ma estremamente fedele al taglio già verista della parte. La voce si spande bene per la sala, con il timbro sonante e denso. Splendida la romanza.

Delude Zelijko Lucic, che invece avevo apprezzato nella Traviata quale Germont pere; non credo che Scarpia sia il suo ruolo essenzialmente. La sua voce viaggia su un binario un tantino più basso, e questo inficia non poco su una prestazione che invece sarebbe stata soddisfacente appieno. Ho comunque goduto della sua gradevole e controllata emissione.

Di pregio ma soprattutto di grande effetto sul palcoscenico, per bravura di recitazione Angelotti, Alessandro Spina. Dei comprimarii il sempre convincente Ernesto Panariello e davvero lodevole il pastorello, Beatrice Fasano.

La direzione di Carlo Rizzi non convince. Anonima, pallida, dai tempi eccessivamente dilatati, distrugge tutto il pathos concitato, tragico di questo libretto. Trovo invece che l’orchestra e il coro, per quanto competesse a loro, abbiano suonato bene, sempre abbastanza uniti fra loro.

Tertium datur, di nuovo l’allestimento di Luc Bondy. Non voglio spendere troppe parole su una produzione su cui avevo messo una pietra già nel 2011. E’ non pensata, di cattivo gusto, priva di uno studio sulla partitura e ancor più gravemente sul libretto. I personaggi sono trattati banalmente e l’azione scenica consta di tutti i più superficiali topoi della peggiore “regia moderna”.  Le sole scenografie meritano, firmate infatti da Richard Peduzzi.
Al termine parchi applausi di un pubblico stanco o di turisti, che avevano solo voglia di andare a casa, e credo sia il fatto più triste di questa serata. Spero almeno che quando, tra pochi anni evidentemente, decideranno di ridare Tosca sia almeno in un allestimento gradevole, di qualunque genere sia. Di brutture nel mondo ce ne sono già abbastanza fuori dal teatro.
Tra pochi giorni Otello, di Gioachino Rossini!

Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

5/7/2015

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