NOTTI MILANESI: RIFLESSIONI SU DIE SOLDATEN ALLA SCALA

Nel progettare la recensione della seconda rappresentazione di Die Soldaten alla Scala, cui ho assistito, ho deciso di procedere in modo un tantino diverso rispetto alla prassi. Poiché non sono affatto esperto di “opera lirica moderna” e non ne conosco di conseguenza i canoni e i dettami delle partiture, nonché gli effetti concreti che da essi scaturiscono, ho pensato di condividere delle riflessioni a titolo personale, e lo sottolineo già da ora, attorno a questa composizione.

Prima di ciò però il dovere di cronaca mi impone di trattare brevemente la parte vocale dal punto di vista tecnico.

Il cast proposto è di buon livello, soddisfacente in generale la prestazione di tutti, con punte di diamante la Marie di Laura Aikin, dalla voce estremamente potente e sonora, e Okka von der Damerau nei panni di Charlotte, una brunita ma limpida voce di mezzosoprano, che si destreggia egregiamente nella sua difficile parte.

Bene anche il basso Alfred Muff, che interpreta il patriarca Wesener; non ho affatto apprezzato invece la performance di  Daniel Brenna (Desportes), che ho trovato dal timbro fisso e molto spesso stonato, per un’esecuzione abbastanza sgradevole.

La prima riflessione riguarda la prestazione di orchestra e coro. Per quanto mi compete, posso constatare un risultato soddisfacente per la prima, con punti di ammirevole precisione e coesione (la mole di strumenti richiesta in buca è davvero enorme, aggiungendo poi gli elementi posti nei palchi di proscenio e nei primi palchi del primo ordine diventa quasi mahleriana), bello il suono degli archi, e una nota di lode va anche alla puntualità e la perizia del timpanista. Non posso spingermi oltre, perché come ho già scritto non sono esperto di questa forma d’espressione artistica.

Molto meglio il coro, che è in una fase brillante, ed interviene prorompendo e conferendo tutto quel senso sboccacciato e arrogante dei soldati della storia; oltretutto qui la collettività ha proprio il compito di generare il tagliente senso di oppressione che caratterizza la trama.

L a seconda riflessione è a proposito del direttore, Ingo Metzmacher. Bacchetta assolutamente avvezza al repertorio, guida con sicurezza, si vede, i complessi. La sua lettura è decisamente adatta alla partitura, squallida nel vero senso del termine, e dalle tinte violente, alle volte l’orchestra suona come un unico blocco di squarcianti percussioni.

Terza  riflessione, la parte visiva, affidata alla riadattata produzione di Salisburgo a cura di Alvis Hermanis: trovo la regia efficace dal punto di vista del messaggio, ma nel comunicarlo tremendamente di cattivo gusto. Se apprezzo l’ambientazione scarna, dai colori metallici e algidi o all’occasione vermigli e sanguigni, che rendono davvero ottimamente le atmosfere e il tema principale dell’opera (la violenza, passionale ma anche gelida), dall’altra parte non posso accettare banalità come la proiezione di immagini erotiche anni ’20 sui finestroni, debole e scontato il collegamento tra soldataccio e donnaiolo,  e soprattutto che non apporta niente, perché il messaggio ad altissima componente carnale è intriso nella trama e forse anche nella musica.  Operazione tra l’altro iterata durante tutto il corso dell’opera e enfatizzata con personaggi che compivano movimenti convulsi ed equivoci in dati momenti. E non mi si venga a dire che si tratta di una scelta intellettuale. Apprezzabili i costumi, ben realizzati e studiati in modo intelligente, da caratterizzare ogni personaggio (cosa che troppo spesso viene trascurata).

Quarta ed ultima riflessione, la musica.

Trovo che di fatto questa composizione  snaturi le fattezze dell’opera lirica, deviando verso una sorta di teatro semi-prosastico con un accompagnamento musicale. Il che va benissimo, beninteso, ma mi trovo molto in difficoltà a doverla giudicare un’opera in senso stretto.

Posto che io non capisca la bellezza intrinseca di questa labirintica musica, e probabilmente è così, non riesco proprio ad apprezzarne i particolari, non colgo il valore sicuramente presente della partitura. E non sono per nulla prevenuto su quello che volgarmente è chiamato il “periodo musicale”, Richard Strauss per l’opera e Bartok per la sinfonica, ma anche Benjamin Britten compongono capolavori di geniale bellezza pochi decenni prima.

Questo mi è sembrato un interessante spettacolo, ma ben lungi dall’essere un capolavoro.Chiedo venia per non aver capito niente, ma per me sic est.

A Febbraio L’incoronazione di Poppea, di Claudio Monteverdi.

Saluti da Milano, alla prossima!

Stefano de Ceglia

(Corrispondente Teatro alla Scala)

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