NOTTI MILANESI: LUCIA DI LAMMERMOOR ALLA SCALA

Lucia di Lammermoor non è opera facile da allestire, ma farlo alla Scala è sempre un vero e proprio terno al lotto. Non serve addentrarsi nei ormai mitologici anni ’50 per constatare che i successi pieni del capolavoro di Donizetti alla Scala sono davvero pochi, bensì basta andare indietro anche solo di vent’ anni, per ricordare le travagliate serate di Maggio del 1992, nelle quali Tiziana Fabbricini e il direttore Stefano Ranzani furono protagonisti di un’offensiva da parte del pubblico rimasta nella storia dei fiaschi; e facendo un altro piccolo salto si arriva a quel fantomatico 15 Marzo 1983, quando Luciano Pavarotti, in coppia con Luciana Serra, venne sonoramente fischiato dal loggione scaligero, sotto la bacchetta di Peter Maag.

Le premesse per scoraggiare un allestimento di Lucia di Lammermoor in questo teatro quindi ci sono.

Ma l’intraprendente direzione artistica della Scala ha sentito il bisogno di riallestire dopo otto anni di assenza questa meravigliosa opera e di procurarne anche un nuovo allestimento (l’ultimo giunto in Scala è ancora quello noiosissimo, banale e statico di Pier Alli).

Per vicissitudini personali non ho assistito, come avrei dovuto, alla recita del 14 Febbraio, ma ho spostato la data alla sera della prima.

Andiamo dunque ad analizzare questa attesa Lucia scaligera, e partiamo da Lei, la bella angelicata impazzita per amore, impersonata da Albina Shagimuratova. Stupisce la scelta di questa cantante, soprattutto considerando la notevole presenza in secondo cast della ben più affermata Jessica Pratt, e ancor più considerando tutte le possibili Lucie valide in circolazione oggi. La Shagimuratova lo chiarisce vocalmente fin da subito: è qui per la scena della pazzia, non per altro. La sortita infatti, che per un coloratura è nel registro medio, è traballante, anche perché la signora ha un registro medio estremamente flebile, per non parlare di quello basso, inesistente, e ha serie difficoltà di intonazione in questa parte, specialmente nelle frasi lunghe, dove è sempre calante. Si riprende poi nel terzo atto, dove si passa ai veri sopracuti, e qui bisogna dire che la Shagimuratova li ha eccome, che sorgono naturali, spontanei e sempre intonati. Eccellente l’obbligato a flauto (anche se pessima la scelta di fare la versione alternativa della cadenza) e un bel mi chiude la scena della pazzia, con molti applausi, facendo in modo che anche alle chiamate singole se la cavi egregiamente. Ciò che penso, però, è che per Lucia non basta una buona “sopracutista”, servirebbe una artista più completa, cosa che la Shagimuratova non è.

La vera perla della serata però è l’indimenticabile Edgardo di Vittorio Grigolo, unico nome degno di una ripresa dopo tanta assenza di un’opera così importante. Subito stupisce per la proiezione della voce, che si espande bene in tutto il teatro, per il gusto nel fraseggio e per l’eleganza del canto, sia nei duetti che nella scena finale, dove prende letteralmente una meritatissima ovazione dal Piermarini, me compreso. Capacità interpretativa inoltre, strabiliante, forse un po’ esuberante, ma uno dei migliori Edgardo dei nostri giorni.

Insoddisfacente l’Enrico, intepretato da Massimo Cavalletti, che ha un peso vocale evidentemente inadatto a questa parte, e fatica nei passaggi delle cabalette, sia da solo che in duetto con Lucia. Voce anonima e non bellissima, e abbastanza piccola (nel “La Pietade in suo favore” viene spesso coperto dall’orchestra), con evidenti difficoltà di intonazione. Sorge anche qui la domanda, se con tutti i baritoni al mondo bisognasse proprio ripiegare su Cavalletti.

Sergy Artamonov, che ha preso le recite di Orlin Anastassov, svanito nel nulla a pochi giorni dal debutto,  è un Raimondo davvero lodevole, un timbro squillante ma allo stesso tempo morbido, una straordinaria capacità di legato. Fantastica la coda del duetto con Lucia al secondo atto  *il pianto tuo saprà*  e pregevole l’aria che apre il terzo, dove ha dato prova di una capacità melodica interessantissima, che conquista il pubblico.

Senza infamia ma soprattutto senza lode i comprimari, tranne Juan Francisco Gatell, che, seppur un po’ in carenza di volume, ha sempre una naturale eleganza timbrica, e canta un Arturo decisamente soddisfacente.

Alisa è interpretata da una non indimenticabile Barbara Di Castri e Massimilano Chiarolla è un Normanno deludente.

La direzione di Pier Giorgio Morandi è un altro bel regalo della serata; esecuzione pulita, intelligente, ma molto teatrale e sentita (si sente l’influenza di Riccardo Muti, di cui è stato assistente, nel cercare sempre la bellezza musicale di un passaggio, e non solo la pura esecuzione di esso). Morandi dirige un’orchestra sontuosa e a tratti estremamente tragica e solenne (i corni all’inizio della scena di Edgardo al terzo atto), e si sente un lavoro meticoloso di ricerca di una Lucia di gusto molto “estetico”, una Lucia belcantista più che romantica, che personalmente trovo efficacissima, elegante e sofisticata. Ogni tanto si perde nel “gigioneggiamento”. Una parentesi riguardo alla contestazione (UNA) rivolta a Morandi, accusato di aver effettuato troppi tagli: personalmente la trovo infondata, c’erano i tagli di sempre (chi ha mai ascoltato dal vivo una Lucia eseguita per intero si faccia avanti) ed erano nei momenti e nei punti giusti, ne più ne meno di quelli che si fanno quasi di prassi.

L’allestimento, arrivato dal Metropolitan Opera di NY lo avevo già visto in televisione, e ciò a cui si assiste dal vivo non è che una conferma di quanto constatato sullo schermo: produzione favolosa, la cui punta di diamante sono le scenografie, pittoresche, ambientazioni da quadro, spiccatamente romantiche e curate nei minimi dettagli, senza sfociare nel pacchiano; belli i costumi, ottime e suggestive le luci e intelligenti a tratti le scelte registiche, con qualche “americanata” di troppo, ma che non da eccessivamente fastidio.

Validissima l’idea di ambientare l’opera in epoca Vittoriana, la vicenda si presta un po’ a qualunque periodo, ma credo che oltre a quello prescritto da Cammarano, questa sia la scelta più intelligente.

Teatro pieno, con un loggione fitto di spettatori, che hanno applaudito a lungo alla fine, tributando un successo pieno a tutto il cast, per una serata nel complesso positiva; manca solo un fattore: l’evento.

Tranne per Grigolo, questo cast a mio avviso poteva comporre un secondo cast in Scala, non di certo un primo cast al ritorno dell’opera dopo otto anni di assenza.

In attesa del Trovatore,

                                 Saluti da Milano, alla prossima!

                                      Stefano de Ceglia

                      (Corrispondente Teatro alla Scala)

9/02/2014

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