NOTTI MILANESI: L’INCORONAZIONE DI POPPEA ALLA SCALA

E’  bello uscire da teatro e pensare “che meraviglioso spettacolo, ho imparato qualcosa stasera”.
E’ ciò che mi è capitato dopo aver ascoltato e visto l’Incoronazione di Poppea nella sua seconda recita, il 4 Febbraio. Serata piacevolissima, è stato assolutamente affascinante addentrarsi in questo mondo parallelo e di soffusa eleganza che è Monteverdi, così come capire da cosa derivino i Mozart, i Verdi o i Wagner. Tornare all’origine, insomma. In questo va dato merito alla Scala, che si deve ringraziare per aver riportato in scena la meravigliosa triade Orfeo (2009), Il ritorno di Ulisse in Patria (2011) e questa Incoronazione appunto, regalando al suo pubblico prodotti originali e mai scontati, che fanno di questo trittico uno dei meglio riusciti dell’epoca Lissner.
Anche questa è un’opera (se di opera si può parlare) assai fuori del comune, come la precedente.

Sul piano musicale, una lode va al maestro Rinaldo Alessandrini, che ha operato un ammirevole lavoro di edizione critica e integrazione di parti, senza mai snaturare o svilire l’originale. Alessandrini sceglie un’orchestra limitatissima (solo una quindicina di elementi), dirigendo e accompagnando al cembalo con classe ed un fascino casto davvero squisito. Suona preciso il piccolo complesso e accompagna con gusto le voci, e staccando tempi perfettamente adeguati ad ogni contesto.
Anche queste assolutamente di pregio. Miah Persson è una Poppea/ La Fortuna regale e per certi versi seducente, la voce, pulita ed estremamente dolce la aiuta molto a calarsi nel personaggio.

Estremamente convincente è stato il Nerone di Leonardo Cortellazzi, dal timbro squillante ed imperioso, e dalla eccellente emissione. Non entro nel merito della scelta vocale tenorile, poiché non me ne intendo e non ho la minima intenzione di disquisire di questi dettagli, spesso capziosi.

L’Ottone di Sara Mingardo completa il quadro amoroso principale, ma essa non convince appieno. La voce, pur buona ed intonata, fatica nel raggiungere la sala, inficiata da una cattiva emissione, molto chiusa.
Monica Bacelli è il doppio ruolo della Virtù/Ottavia , che affronta con garbo ma anche con grande forza espressiva, accentuando i toni ora diabolici ora patetici della moglie di Nerone; trovo inoltre il suo timbro naturalmente bello, e anzi credo che molto sia favorito in questo repertorio, piuttosto che dal maggiormente frequentato Mozart.

Eccellente anche Maria Celeng, Drusilla, che brilla per la chiarezza celestiale della voce, che si spande per la sala a macchia, in un alone leggerissimo. Buona anche la dizione, che in queste partiture conta primariamente.
Giuseppe De Vittorio (la Nutrice) e Adriana Di Paola (Arnalta), interpretano i ruoli di due balie; è pur vero  che essi devono essere caricaturali, porre quindi l’accento su tutte le sfumature del personaggio, ambizioso e comico nella sua vanità di voler macchinare. Vi è però troppo spesso un eccesso da parte di entrambi, che sfocia in De Vittorio nella volgarità di canto/recitazione, sguaiata e fastidiosa, mentre nella Di Paola in un’esecuzione secca e dall’effetto “arido” e afono.

Andrea Concetti è un ottimo Seneca, dalla voce ben scavata e penetrante, dal timbro solenne, così come va ricordata la gradevole prestazione di Luigi De Donato (Mercurio/Littore/3° familiare/2° Tribuno), che si destreggia egregiamente nelle svariate parti in carico a lui.
Bene anche i comprimari, che mi scuseranno se non li cito tutti, ma i ruoli sono molti.

La Regia di Robert Wilson, anche lui dall’Orfeo in coppia con Alessandrini nel “progetto  Monteverdi”, mi è parsa sublime, come le precedenti. Delizioso e charmante, oltre che di immensa intelligenza registica, il teatro esistenzialista, dalle scene di un moderno Strehlerismo alle movenze stilizzate dei personaggi, ognuno con la sua, che come marionette attraversano il palcoscenico, muovendosi nella sognante realtà di una Roma razionalissima, di cui si coglie la sostanza, filosoficamente intesa. Splendidi anche i costumi, che caratterizzavano ogni personaggio quasi come una forma geometrica, un corpo appartenente ad un gruppo. Magiche le luci, chiare e gelide, che spaziano dall’indaco al viola al buio.
E’ stato detto, di questo allestimento che “è sempre la solita solfa”. Credo che dovrebbe questo essere un pregio, più che un difetto, dato che dunque Wilson gode di una solfa così drammaticamente alta.

Al termine applausi per tutti da un Piermarini non pieno, purtroppo, data forse la rarità preziosa dell’opera.
All’inizio della recensione ho scritto che uscendo da teatro avevo pensato di aver imparato qualcosa: ebbene, ho imparato che questa partitura, andata in scena per la prima volta nel 1642, è molto più autenticamente moderna e attuale di tante altre “modernate”.

Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

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