NOTTI MILANESI: LES TROYENS ALLA SCALA

Les Troyens alla Scala, ossia la ritrovata perfezione. Un trionfo anche alla seconda rappresentazione, sabato 12 Aprile 2014 per questo Grand Opera, un vero kolossal della lirica, esaltato all’ennesima potenza da una   produzione pressoché perfetta in tutto.

Parlare di tutti i personaggi di questa lunga serata, cominciata alle 17.30 e terminata alle 23.15 sarebbe impossibile, ma bisogna menzionarne di dovere alcuni, davvero eccezionali.

Partiamo dalla prima parte dell’opera, La prise de Troie, che comprende i primi due atti.

L’assoluta protagonista è stata Anna Caterina Antonacci, la cui parte è un tour de force tutto concentrato nell’ora e quarantacinque dei primi due atti, dove non esce praticamente mai di scena. Voce sublime, controllo esemplare e una proiezione incredibilmente migliorata rispetto alle passate apparizioni. Ottima anche la recitazione, non facile, che ha saputo conciliare in modo davvero lodevole con l’emissione, che mai ha subito incrinature o incidenti (nemmeno quando, cantando, doveva fingere le convulsioni).

Fabio Capitanucci è un degno partner in questa cavalcata (per rimanere in tema ippico), con la sue voce potente e calda da vita ad un Chorebe eccelso, dal timbro suadente ma anche all’occasione drammatico e profondo.

Priam era Mario Luperi, che ha sostituito in tutte le recite Samuel Ramey. Bisogna dire che il compito non era dei più facili, rimpiazzare un mito, un pezzo di storia, ma anche una leggenda vivente come Ramey incuterebbe timore a chiunque, ma ha convinto in pieno. Parere personale, ho trovato la sua voce simicissima a quella del grande baritono, versatile, dal bel timbro e perfettamente in maschera.

Una nota di lode anche per Deyan Vatchkov, che interpretava l’ombra di Ettore; un cantante che non conoscevo quasi per nulla, ma che mi ha davvero sorpreso, con un’esecuzione degna di nota. Bene anche per gli altri personaggi, compreso il felice ritorno di Elena Zilio, nella parte di Hecube.

Segue la seconda parte della composizione, Les Troyens à Chartage, che comprende terzo, quarto e quinto atto.

Qui si sono distinte due colonne portanti dell’opera, una già rodata e l’altra nel pieno della sua ascesa.

Sto parlando di Gregory Kunde e Daniela Barcellona.Il primo, nel ruolo di Enèe (ne parlo qui, anche se era presente nei primi due atti, perché ritengo che la vera parte di Enèe inizi e si sviluppi proprio in questa seconda “mini-opera”) è forse uno dei migliori cantanti che abbia mai sentito dal vivo. Sessantenne, con una voce immacolata, pulita, dal timbro freschissimo e perfettamente padrone di agilità e passaggi con note lunghe. Commovente nel duetto del quarto atto, indimenticabile nella lunga aria del quinto, dove ha ricevuto una vera ovazione a scena aperta.

La sua compagna, Didon, interpretata da una Daniela Barcellona meravigliosamente in forma, non è da meno: la voce armoniosa, proiettata in modo impeccabile,  è perfetta per questo ruolo, dove vi sono una molteplicità di emozioni e sensazioni contrastanti da trasmettere innumerevoli, oltre a una differenza tecnica e vocale ardua: il quarto atto è virtuosismo, colorature, quasi belcantista. Il quinto sfiora il verismo, ed è certamente nel pieno romanticisimo, con tinte fosche e violente, e la Signora Barcellona ha saputo rendere e adattarsi a queste situazioni in modo sorprendente. Colpisce l’emissione chiara e sempre appoggiata.

Fantastica anche Paola Gardina, dal timbro naturalmente splendido e melodioso, che ha interpretato  un Ascagne interessantissimo, personaggio che da solista non canta molto, ma che è indispensabile nei brani d’insieme, e la cui voce è in ogni caso essenziale, e si deve distinguere. A questi requisiti ha risposto in toto la Gardina, tecnicamente ineccepibile.

Anche Shalva Mukeria ha impersonato uno Iopas soddisfacente ; è molto interessante vedere come in questa opera attorno a pochi personaggi protagonisti giri una moltitudine di personaggi comprimari, che però sono importantissimi, e hanno arie anche significative (il genio di Berlioz…). L’esempio è proprio Mukeria, che ha cantato come una fiaba la sua aria nel quarto atto, con la sua voce delicata, e i suoi acuti sorprendenti. Come di consueto da Mukeria, ottimo esempio di proiezione vocale nella sala, e di timbro squillante.

Meno bene Maria Radner (Anna), che ha una voce traballante e secondo me una parte troppo bassa per la sua vocalità, che non le consente di raggiungere il registro basso in modo agevole, dovendo in molti casi spezzare la frase, e ha messo in evidenza rilevanti problemi di intonazione

Si distinguono anche il Narbal di Giacomo Prestia e Alexander Duhamel, nei panni di Panthèe.

Ma la gloria, l’orgoglio e la meritata ovazione vanno alla bacchetta di Antonio Pappano, assoluto vincitore di questo allestimento. Conduzione esemplare, decisa, dagli obiettivi chiari e leggibilissimi, bacchetta puntigliosa, precisa e interpretazione indimenticabile, partecipe e dai colori innumerevoli, ognuno per ogni situazione, intensamente romantica e drammatica. Ha guidato i complessi in maniera unica, compatta, un suono personalmente mai sentito prima, una performance storica, la miglior direzione d’orchestra dell’era Lissner.

Anche l’allestimento, curato da David McVicar, è geniale, oltre che meraviglioso da vedere. Un mix di ambientazioni, che spazia dal 1800 di Troia ad un’arabia perduta e senza tempo di Cartagine, con scenografie imponenti, maestose e innovative (finalmente!), per uno spettacolo dinamico, con una struttura scenica mastodontica, mai banale e dalla lettura registica interessantissima, ricca di momenti studiati nel profondo. Luci penetranti, parte integrante della scenografia, e quasi parte integrante della musica, in un allestimento dove tutto sembrava essere in armonia perfetta con la partitura.

Teatro pieno, un successo epocale con punte di esaltazione per la Antonacci, la Barcellona, Kunde e un trionfo per Pappano, con il loggione in delirio (e non solo il loggione)

Assistendo a questi Troyens mi è sembrato di essere ritornati ai tempi d’oro, quando allestimenti di questo genere erano non dico la regola, ma almeno una (quotidiana) costante. Questa è la Scala che voglio vedere, il primo teatro del mondo. E’ un’impresa che si può compiere, e questo indimenticabile allestimento lo ha pienamente dimostrato. E non sono un passatista, ma solo un amante del suo teatro.

                    A giugno Elektra, di Richard Strauss.

                    Saluti da Milano, alla prossima!

21/04/2014

Stefano de Ceglia

(Corrispondente Teatro alla Scala)

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