NOTTI MILANESI: LE SPECTRE DE LA ROSE/LA ROSE MALADE/CAVALLERIA RUSTICANA ALLA SCALA

(Rappresentazione del 25 Gennaio 2014)

Secondo titolo della stagione, questo trittico, che in partenza può sembrare insolito, quasi mal riuscito, si è invece rivelato uno dei più begli spettacoli che la Scala abbia offerto al suo pubblico perlomeno negli ultimi cinque anni. Una serata preziosa, quella che incorpora i due balletti Le Spectre de la Rose, la Rose Malade e la Cavalleria Rusticana, un abbinamento nuovo e interessante, ben pensato ma soprattutto ben eseguito.

Non giudico i balletti, perché non ne ho assolutamente le competenze, ma mi hanno molto emozionato entrambi. Forse il primo più “stereotipato”, meno passionale, mentre totalmente commovente il secondo, per una durata totale di circa un quarto d’ora.

In questa prima parte della serata mi limito a tessere le lodi al direttore, Daniel Harding, a mio avviso uno dei migliori Maestri in circolazione, che ha saputo rendere, in un modo anche agevole per i danzatori, questi due pezzi così diversi tra loro;

Sontuoso e di stile deliziosamente romantico lo Spectre (musica celeberrima di Weber), con un’orchestra piena, presente, briosa e tremendamente intrigante. Intimo e drammatico il secondo (musica di Mahler), con gli archi che hanno saputo rendere un colore davvero indimenticabile, intenso, corposo ma mai invadente, in un’atmosfera rarefatta e da sogno.

I miei più sentiti complimenti anche all’orchestra, ha suonato davvero in modo eccellente.

Segue una breve pausa e poi Harding, salutato da un’ovazione, rientra in buca e parte la Cavalleria.

Questa è la seconda volta che ho il piacere di ascoltare la sua esecuzione (la prima infatti fu nel 2011, alla prima assoluta dell’allestimento di Martone, qui riproposto), e devo dire che con il tempo ciò che era già presente è stato coltivato e potenziato ai massimi livelli; una Cavalleria antologica, storica, con un’esecuzione particolareggiata nei minimi termini, dove in certi momenti si strizzava quasi l’occhio a Wagner e ai suoi leitmotiv, con l’orchestra che adattava un “modus” esecutivo per ogni personaggio, in modo da caratterizzare, spiegare, enfatizzare, completare. Geniale l’idea esecutiva di Harding, trasferita nel pratico ancora da una grande orchestra, che suona unita, precisa e con sentimento.

Veniamo alle voci; Liudmila Monastryka (non me ne si voglia se faccio errori di ortografia, chiedo scusa in anticipo) intepreta una Santuzza che nel 2011 era affidata a Luciana D’intino.

La sua resa è sicuramente più moderna, contemporanea, ma non assolutamente sprezzante del passato. Voce calda e piena, canto suadente, buoni i tre registri e anche la tecnica esecutiva, capace di passare da atmosfere spiccatamente romantiche ai tipici colori del verismo, cupi e drammatici.

Non convince invece il Turiddu di Jorge de Leon, i cui limiti avevo potuto già constatare in una passata Aida. Abbastanza stonato, e la voce è molto di gola, e, parere personale, poco adatta a questo tipo di partitura; canta tutto in un mezzoforte costante, senza espressione.

Eccellente invece l’Alfio creato da Vitaliy Bilyy, con un bel timbro scuro e brunito ma mai intubato, e con voce udibilissima, e una grandissima capacità di passare agilmente dal piano al forte (non propria di tutti i bassi o baritoni di oggi).

Tra i comprimari spicca la rodatissima Elena Zilio, che, come Mara Zampieri nella Traviata, risalta per professionalità e per quel modo di cantare che-piaccia o meno-oggi non è più insegnato. Anonima invece la Lola di Valeria Tornatore.

L’allestimento, che appunto è una ripresa di quello di Martone del 2011, è sempre geniale ed interessante, perché intelligente nella sua essenzialità. Pochi elementi in scena ma quelli importanti, pochi movimenti ma quelli significativi, senza troppe cianfrusaglie, che in un’opera basata sui conflitti interni poco hanno da dire, anzi la banalizzano.

Devo anche dire che depurato dal brutto Pagliacci (con cui era stato presentato a suo tempo) risalta ancora di più.

In conclusione una serata da ricordare, da prendere a modello, perché le buone esecuzioni oggi ci sono eccome. Basta saperle creare.

Teatro abbastanza pieno, con qualche palco vuoto, ma un trionfo per tutti, ballerini compresi.

Ci risentiamo tra pochi giorni per la Lucia di Lammermoor!

               Saluti da Milano, alla prossima!

        Stefano de Ceglia

          (Corrispondente da Milano)

31/01/2014

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