NOTTI MILANESI: LE COMTE ORY ALLA SCALA

Dopo ben ventidue anni di assenza torna alla scala l’ultimo capolavoro comico di Rossini, in un nuovo allestimento. Questa è la terza volta dal secondo dopoguerra che l’opera viene eseguita a Milano.
Comincio con il complimentarmi con il teatro per aver riportato sul palco del Piermarini questa magnifica composizione che troppo spesso viene ignorata, come ultimamente tutto Rossini, eccezion fatta per la triade comica Cenerentola/Barbiere/Italiana in Algeri (quasi che il genio che ha praticamente dato le basi per l’opera ottocentesca abbia un repertorio così ridotto).

Ho assistito alla seconda rappresentazione, del 7 luglio.
Colin Lee sostituiva Juan Diego Florez, indisposto, nel ruolo del titolo. Mi è spiaciuto di non aver potuto ascoltare il tenore peruviano, ma Lee in generale non ha deluso le aspettative. Certo, se ci si aspetta la verve (vocale ma anche attoriale) di Florez l’interpretazione più manierata di Lee potrebbe lasciare perplessi, ma non è assolutamente un cattivo tenore. Ha un bel mezzo, una voce chiara e pulita, che viene emessa in modo molto genuino, naturale. Il controllo del mezzo c’è, ma deve lavorare sui sillabati, dove si perde spesso.

Aleksandra Kurzak interpretava la Comtesse Adele; delude la Kurzak, che per timbro e predisposizione vocale non risulta adatta a questo ruolo. La voce è pesante e greve nelle agilità, e ogni tanto stonicchia in alcuni passaggi.
Dispiace perché il timbro è di una naturale bellezza, e ha grandi potenzialità.

Il paggio Isolier era interpretato da Josè Maria Lo Monaco, una avvolgente voce di mezzosoprano, discretamente profonda ma ben proiettata (il che la fa sembrare subito più incisiva). All’occorrenza melodiosa e all’occorrenza frizzante, la sua voce colpisce anche per la varietà di accenti data nel corso della serata.
Di sicuro il migliore sul palcoscenico è risultato Stephane Degout, nei panni di Raimbaud. Timbro profondo, ma la voce mai in gola, Degout affronta la sua impervia parte con una estrema facilità, controllando eccellentemente il suo strumento. Davvero ben cantata l’aria presa dal Viaggio a Reims.

Passabile Roberto Tagliavini, un Gouverneur un po’ anonimo, forse in alcune parti freddino.
Bene le comprimarie Marianna de Liso e Rosanna Savoia.
La direzione di Donato Renzetti mi è davvero piaciuta, si sente e si nota quando in buca c’è un artista che sa fare il suo mestiere: essenzialmente una conduzione fine, di classe e gusto, senza pacchianate e senza scadere nello sguaiato e nel grottesco, cosa che troppo spesso molti direttori fanno quando hanno a che fare con il Rossini comico. L’orchestra suona ariosa, soffice, ma anche briosa e allegra, e una lode va anche al coro, impeccabile stavolta.

L’Allestimento nuovo di Laurent Pelly, che alla prima ha scatenato qualche polemica, non mi è dispiaciuto. Il concetto registico è intelligente (questa è un’opera dove l’ambientazione contemporanea o meno importano davvero poco), e ho trovato originale l’idea del regista di una ambientazione mutevole e quasi confusionaria, come del resto è la folle trama di questa partitura. Non ho apprezzato tuttavia le scenografie, troppo ridotte o troppo pacchiane.

Apprezzabili i costumi, senza però punte di entusiasmo.
La sala era piena, e alla fine ha tributato un meritato successo a tutti i componenti del cast.
Ed eccoci alla pausa estiva, nella quale mi rilasserò un po’, prima dell’ultimo capitolo di questa stagione, a Novembre, Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi.

Saluti da Milano alla prossima!
Stefano de Ceglia

(Corrispondente Teatro alla Scala)
02/08/2014
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