NOTTI MILANESI: FIDELIO ALLA SCALA

E’ in un clima di scontento, di incertezza che va in scena la quarta rappresentazione di Fidelio, ritardata di cinque minuti (con conseguente aperta protesta del pubblico) per quel tentativo di provvedimento preso da Pereira e poi, per fortuna, ritirato. Sebbene sulla qualità amministrativa della nuova sovrintendenza ci sarebbe materiale di cui discutere, trovo che artisticamente si sia cominciato davvero in modo lodevole.

Decisamente adeguata la/il protagonista, Anja Kampe, dalla voce bellissima, sonora e ampia. Affronta la parte (molto impegnativa, giacché è quasi sempre in scena) con un riscontro positivo. Nel registro medio-basso la voce è perfetta, profonda e cesellata. Incontra qualche difficoltà nella salita agli acuti, che emette spesso con incertezza, producendo spesso suoni che in sala risultano un po’ stentati, tuttavia risulta grandiosa anche la resa interpretativa, che la vede nei panni di una donna plastica, eroica e vera.

Klaus Florian Vogt, Florestan, rientrato dalla breve malattia, non convince: trovo la sua voce eccessivamente chiara, quasi schiarita ad arte, e ciò non giova durante l’esecuzione, nella quale molte note sono emesse con un semi falsetto che trovo abbastanza stucchevole, se non fuori luogo. Il timbro non sembra male, ma in queste condizioni è in gran parte compromesso dalla brutta emissione, molte volte anche fissa.

Di grande pregio Kwangchul Youn nei panni di Rocco. Ho sempre apprezzato il basso coreano per la profondità calda della sua voce, e per l’ottimo controllo, e anche l’altra sera non ha deluso le aspettative: emissione sempre bene in maschera e, ove serve, eccellente dote di fraseggio.

A differenza di molti ho trovato la coppia Jaquino/Marzelline (rispettivamente Florian Hoffmann e Mojca Erdmann) tra le cose migliori della serata. Certo, sono due voci “leggere”, mozartiane. Ma cosa ci si aspetta per questa parte? Non certo Birgit Nilsson, credo. Timbro di entrambi straordinariamente fluido, scorre la frase come acqua limpidissima, e, a dispetto del poco peso vocale, una mirabile proiezione, che porta la voce in tutta la sala. Spero di risentirli, soprattutto Hoffmann, anche nei loro ruoli più canonici.

Non bene Falk  Struckmann, dal timbro sordo, afono. L’esecuzione era semplicemente non musica, giacchè molte delle volte pareva che parlasse le note, con una resa abbastanza rozza e grossolana di un personaggio che certamente è il “cattivo” della vicenda, ma che tuttavia ha una parte davvero bella, ed è un peccato ridurla a poche note emesse davvero bene.

Pregevole Peter Mattei nel suo Don Fernando, non ho riscontrato cambiamenti significativi della vocalità dal tempo del Don Giovanni inaugurale. Bene anche i comprimari Oreste Cosimo e Devis Longo.

Gradevolissima la direzione di Daniel Barenboim, che affronta la sua ultima opera da direttore stabile, con una lettura profonda, fatta di una mutevole varietà di accenti, dal violento alle estatiche note finali del primo atto, per poi esplodere nella gioia incontrollabile del coro della libertà. Suona bene l’orchestra, attenta ai suoi gesti. Lode particolare agli archi, un corpo unico e elegantissimo. Non mi soffermo sulla scelta della ouverture, anche perché trovo che sia stata dal punto di vista dell’esecuzione la cosa meno riuscita, quindi voglio fermarmi sulla bellezza della interpretazione dell’opera vera e propria.

La regia di Deborah Warner l’ho trovata di una rara inutilità: neanche brutta, proprio inutile. Nessun messaggio, a parte quello (che però può tradursi in mille modi migliori) della ricerca spasmodica e faticosa di una collettività verso la libertà. Non ho capito perché ambientare il tutto in una fabbrica abbandonata, quando una moderna prigione (se si voleva stare in linea con la contemporaneità)  avrebbe scaturito le stesse atmosfere. Degna di interesse solo la scena iniziale del secondo atto, che ben rendeva la situazione claustrofobica-materialmente, ma anche sul fronte psicologico-in cui si trova Florestan.

Costumi bruttini, poco studiati e raffazzonati. Scenografie anche interessanti, ma annullate dalla piattezza delle scelte registiche. Bellissime invece le luci, pittoresche e penetranti.

Teatro non pieno, anche a causa dei prezzi per i singoli biglietti, decisamente troppo alti, ma alla fine un grande successo per tutti. Quello che auspico per questa nuova Stagione? Che se ne riesca ad arrivare in fondo: sarebbe un lodevole traguardo.

A Gennaio Die Soldaten, di Ben Alois Zimmermann!

Buon 2015 a tutti!!!

Saluti da Milano, alla prossima!

Stefano de Ceglia (Corrispondente Teatro alla Scala)

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