NOTTI MILANESI: Elektra alla Scala

Potrei dire, dopo aver visto questa Elektra nella recita del 3 Giugno, che il filone iniziato con Les Troyens è stato proseguito in questa produzione nei suoi due aspetti fondamentali: il primo è di tipo contenutistico: siamo rimasti nel mondo incantato dell’antica Grecia.  Il secondo riguarda invece la performance nel suo senso più stretto; de Les Troyens infatti è stata mantenuta la qualità della produzione, veramente eccellente.

Premetto che Elektra non è tra le composizioni che mi piacciono di più; preferisco in generale il romanticismo e anche di Richard Strauss prediligo opere di gusto più “ottocentesco”. Devo però riconoscere che la potenza di questa partitura affascina indiscutibilmente.

Il cast non ha deluso le mie altissime aspettative. Tra tutti spicca proprio lei, Elektra, interpretata da una magnifica Evelyn Hertzilius, cantante che avevo già avuto il piacere di ascoltare un paio di anni fa nel Lohengrin, e che anche allora mi aveva colpito. L’emissione è controllata, la voce squisitamente limpida e sonora per la parte (cosa piacevole, di solito si scritturano voci molto più timbricamente “sporche” per questo genere di opera), con dei meravigliosi acuti, sempre sicuri e ben proiettati. Ha cantato con la tempra di una tigre, una parte che dal punto di vista tecnico è tra le più pesanti e difficili, in cui bisogna unire la l’interpretazione del personaggio alle ciò che è scritto sul pentagramma. Mai come in quest’opera bisogna dimostrare davvero, di aver compreso pienamente ciò che si canta.

La seconda dama della serata era Waltraud Meier, nei panni diKlytämnestra. Poter ascoltare un’artista mitologica e così imponente è sempre gratificante ed emozionante, e l’altra sera la Meier ha sfoderato le sue armi migliori. Voce profonda, avvolgente e potentissima, ha retto la parte in modo strabiliante e credo che anche la sua lunga esperienza passata la abbia aiutata molto a fornire un’idea di personaggio originale e toccante.

Non convince Chrysothemis, intepretata da un’insicura Adrianne Pieczonka, una voce abbastanza traballante e inadatta sia alla parte che alla difficoltà dell’opera, che la porta ad arrancare spesso nei passaggi più complessi. Inoltre non ho trovato ben proiettato il suo mezzo, che fatica a farsi udire molte volte, coperta dall’orchestra.

Grande ritorno di Rene Pape come Orest, un basso che ho sempre apprezzato e che anche in questa produzione si è distinto per il suo timbro caldo e la raffinatezza della sua emissione (l’impostazione da cantante anche romantico, tra gli altri, lo aiuta moltissimo), unite ad una violenza drammatica veramente eccellente.

Anche Tom Randle, nei panni di Aegisth ha portato a casa un ottimo risultato, una bella voce di tenore (forse in futuro potrà anche azzardare qualcosa di più basso, i presupposti li ho sentiti) e un ammirevole controllo nel cantare, che facilita e nobilita sempre la performance.

Degli altri personaggi si ricordano  Renate Behle (Die Vertraude), una cantante che spero di risentire presto e il giovane servo, Michael Pflumm, che, pur nella limitatezza della parte, ha saputo guadagnarsi il mio consenso.

La bacchetta era affidata a Esa-Pekka Salonen, e su di lui mi sia concessa la riflessione: grandissima direzione dal punto di vista tecnico, l’orchestra attenta, suona davvero bene, è precisa e va sempre di pari passo con il palco (cosa non scontata). Ma a mio avviso nell’interpretazione di Salonen manca un po’ la partecipazione. Con questo non dico affatto che sia una conduzione anonima, anzi. Ma è come se questa meravigliosa macchina che era la buca fosse molto spesso separata dal palcoscenico-inteso come azione scenica-.  E’ stata una direzione impeccabile tecnicamente ma freddina; resta comunque assolutamente soddisfacente.

Geniale l’allestimento, coprodotto con moltissimi teatri del mondo, del compianto Patrice Chereau, di cui colpiscono il vigore e la carica drammatica, squallidamente violenti, una regia dalle tine forti e decise, estremamente recitata, ma mai esagerata o grottesca. L’idea che più colpisce è quella del totale isolamento in cui si svolge la vicenda, ambientata in un mondo rarefatto, inquietantemente grigio e monocorde (e qui lodevole l’idea scenografica essenziale e ghiacciata di Richard Peduzzi, unita alla semplicità elegantissima dei costumi, di un tagliente squallore). Ed è in questo micro cosmo a se stante, del tutto indifferente alle emozioni, che si consumano prima l’ira e poi l’assassinio, il sangue.

La regia, lontanissima da tutte quelle penose interpretazioni psicanalitiche che ogni volta vengono proposte per questo titolo, è sicuramente una delle migliori che abbia visto.

Teatro non pieno, qualche palco vuoto, ma un grande successo alla fine per tutti, con un’ovazione della sala per Evelyn Hertzilius.

A fine Giugno un balzo indietro nel tempo, con Così fan tutte.

Saluti da Milano!

Stefano de Ceglia (Corrispondente Teatro alla Scala)

7/06/2014

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