NOTTI MILANESI: COSI’ FAN TUTTE ALLA SCALA

“Le prime sono serate movimentate” spesso si dice. A volte no. A volte sono serate come quella a cui ho assistito l’altra sera (dovevo andare il 30 Giugno, ma ho dovuto cambiare recita), il 19 giugno.  A volte le prime sono serate ai limiti del credibile, dove tutto un primo atto passa completamente sotto un eloquente silenzio, mentre il secondo viene interrotto solo da dei mesti applausi dopo il rondò di Fiordiligi. Il resto è calma piatta. La mia recensione potrebbe anche terminare qui, perché credo sia eloquente il livello della produzione di Così fan tutte che la Scala ha proposto quest’anno, a mio avviso la peggiore produzione della stagione. E l’esito non catastrofico alle chiamate singole non tragga in inganno.

Partiamo dal cast; Fiordiligi era interpretata da una poco convincente Maria Bengtsson, cantante che non conoscevo, e su cui quindi non avevo pregiudizi. Se il timbro in sé è anche gradevole, tutto il resto è quantomeno da rivedere. Intonazione precaria, proiezione pressoché inesistente (a volte la buca quasi non suonava per evitare di coprirla), emissione quasi tutta in gola. Ha cantato male il come scoglio-condivisibili gli “shh” dopo l’aria-meglio invece il per pietà, ben mio perdona, anche se nella parte finale ha avuto seri problemi.

Katija Dragojevic era Dorabella, una delle poche cose salvabili della serata. Una bella voce, calda e abbastanza avvolgente, che soprattutto scorre davvero bene, in modo fluido. Lodevole anche il fatto che abbia cantato (scelte registiche…) smanie implacabili appesa su un corrimano, riuscendo a controllare il proprio mezzo vocale.

Sul Guglielmo di Adam Plachetka francamente ho poco da dire: una normalissima voce di baritono, discretamente gestita, qualche volta dovrebbe curare meglio il tempo e la respirazione. Una performance senza infamia e senza lode.

C’è ben di più da dire invece su Rolando Villazòn e sul suo debutto in Ferrando. Villazòn è un cantante che non mi dispiace, trovo che abbia un bellissimo timbro e (a volte) un grande gusto nel fraseggio. L’altra sera sono davvero rimasto deluso nel sentire un Ferrando da dimenticare. La proiezione è migliorata, ma manca uno studio approfondito di quella che è la parte (intesa come musica); fiati corti, spessissimo in ritardo, stonature. Ha cantanto a mio avviso bene solo l’aura amorosa, molto raffinata.

Altro elemento piacevole è la Despina di Serena Malfi, di cui ho adorato il timbro caldo non sempre frequente in questa parte, e la tecnica salda. Voce agile, sonora e pulitissima, si è destreggiata bene nelle agilità della vivace cameriera.

Don Alfonso era Michele Pertusi, un artista rodato che apprezzo molto. Credo però che questa non sia proprio la sua parte. Resta sempre una bella voce, profonda, potente e ancora in vigore, ma il mezzo è a suo agio, ora più che mai, in ruoli più drammatici. Apprezzabile e godibile, in ogni caso.

La direzione di Daniel Barenboim è uno degli elementi che mi è piaciuto di meno. So che molti lo adorano, ma io il suo Mozart non riesco a farmelo piacere. La trovo una conduzione sciatta, scialba, insapore e disordinata, con un’orchestra che spesso si perde e non è ben amalgamata con il palcoscenico. Per me Mozart è pienezza, è un florilegio di musica e di note (senza voler aprire polemiche,come quello di Muti), e l’altra sera, con un ensemble ridotto al minimo, dei tempi inesorabilmente e insensatamente lenti, ha davvero reso noiosa la partitura. Da ultimo, sbagliati e inaccettabili i tagli a cori, arie e recitativi, che non solo rovinano il meccanismo di Mozart, ma tolgono pure senso alla trama (non si può tagliare pressoché tutto il recitativo nel II atto in cui Fiordiligi pianifica come raggiungere gli amanti e passare subito al duetto, perché non ha senso).

Veniamo alla regia di Claus Guth. Premetto che ho visto qualche anno fa il suo Lohengrin ed ero rimasto incantato dalla poesia, ma anche dalla cruda bellezza dell’allestimento. Mi chiedo come lo stesso regista abbia potuto partorire questo allestimento mozartiano, che ho trovato pessimo. La musica di Così fan tutte è squisitamente eloquente, e non c’è alcun bisogno di sottolineare le situazioni con scene stupide e alquanto inutili (finale I atto, con i due “albanesi” che come scimmie si arrampicano sulle scale per catturare le due fanciulle). Questa regia è un concentrato di cliché che banalizzano  e involgariscono un’opera geniale come questa.

L’allestimento dal punto di vista scenografico ambientato nella modernità  non è il principale dei problemi, anche se ho trovato di cattivo gusto tutto quel bianco, che più che a un super attico richiamava ad un ospedale. Il problema è l’ingenuità (per esser gentili) delle scelte registiche. Un esempio per tutti. Il coro che deve allestire la cena nuziale nel II atto è fuori scena, anzi, in buca, e quando Don Alfonso canta “ecco amici, la barca”, non succede assolutamente niente (anche nelle peggiori regie arrivava almeno qualcuno o qualcosa che lontanamente richiamasse un gruppo di gente in partenza). Qui non si tratta di trovate di cattivo gusto, che comunque sono soggettive, qui si parla di incongruenza con il libretto, e da un regista stimato e che ammiro come Guth questo non ce lo si aspetta.

Belle invece le luci, di Marco Filibeck, suggestive e mutevoli.

Alla fine applausi per tutti, regia inclusa, anche se accolta con meneghina freddezza, e qualche buu per Villazòn, Bengtsson e Barenboim. Non voglio portare acqua al mio mulino, e infatti testimonio i consensi senza problemi, ma tra questo e un successo c’è il mondo in mezzo.

A Luglio Le comte Ory, di Gioachino Rossini.

Saluti da Milano, alla prossima!

Stefano de Ceglia (Corrispondente Teatro alla Scala)

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