NOTTI MILANESI: CO2 ALLA SCALA

Lo confesso: leggendo il nome e la trama di questa nuova composizione di Giorgio Battistelli non mi sono sentito per nulla attratto da quella che di primo acchito potrebbe parere la solita opera “moderna” con fine ambientalista e di protesta. Tutto falso. Si tratta di una splendida partitura, eccellente nella scrittura e nell’originalità delle forme, che non sfocia mai nel cattivo gusto o nel moderno, stavolta intesto come grottesco, sciatto o volgare. Un atto unico di grande intensità materica, e non a caso utilizzo questo aggettivo, giacché la musica di CO2 sembra avere un proprio corpo. Più che suono risulta personaggio organico, con la sua veste onomatopeica e a volte bizzarra, che raggiunge vette davvero significative, anche nell’ottica di un percorso evolutivo della musica che è inarrestabile, nelle scene dell’aeroporto, morboso e caotico chiasso, e dell’Eden, rappresentato con una pennellata musicale decisa e davvero aderente all’ambientazione.

Battistelli riesce a congiugare l’avanguardia odierna con i più classici dettami della scuola, e crea così ciò che sempre un prodotto artistico dovrebbe essere, ovvero qualcosa di nuovo, di originale ma che contempli il vecchio, il passato. Anche il messaggio polemico, che pure è presente e comprensibile, risulta espresso quasi con garbo, con quella foga calma che lo rende anche più attraente. Sicuramente si esce da teatro riflettendo. In questo ha molto aiutato il brutto (e lo dico serenamente) libretto di Ian Burton, che con il suo linguaggio per nulla “operistico” ha aiutato lo spettatore a calarsi nel contesto.

Della parte vocale (vastissima la compagine di solisti, che non citerò tutti e mi scuseranno), nel complesso buona se non ottima, vale la pena ricordare la Eve di Pumeza Matshikiza, dalla voce sonora ed ottimamente gestita nello spazio dal palcoscenico alla sala.  Di grande pregio anche il Serpente di David DQ Lee, che ha saputo rendere in modo eccellente l’essere strisciante, fedifrago e seducente dell’animale.

Anche Sean Panikkar nel ruolo di Adam e del cantore del tempio indiano ha sfoggiato uno splendido timbro di mirabile bellezza naturale. Nota di merito anche per Anthony Michaels –Moore, nel ruolo emblematico di D. Adamson.

Apprezzabile l’idea di coivolgere nel cast anche molti solisti dell’Accademia, in modo sia da portarli sul palcoscenico e rodarli, sia di fargli conoscere e misurarsi con una tipologia musicale che entrerà a far parte degli studii.
Ha accompagnato bene il direttore, Cornelius Meister, e l’orchestra e (soprattutto!) il coro della Scala hanno dimostrato di avere davvero colto il senso di questa vetrina spesso cruda e schietta della realtà. Ed ecco che quindi i complessi parlando, rumoreggiano, gridano, fischiano, colpiscono, frusciano. Il suono, smaterializzato della sua parte comunemente detta armonica, diventa funzionale espressione del reale. Inutile dire che ciò accade solo con un’orchestra che, come quella del Teatro, riesce eccellentemente a rendere questo complesso universo per certi versi ancora inesplorato.

Bella ma non splendida la regia di Robert Carsen, che se da un lato può fregiarsi delle luci intensissime e penetranti di  Peter van Praet dall’altro è inficiata dalle tristi scenografie. Ovviamente, non ci si aspetta di trovare leoni, sfingi o salotti parigini, ma ho trovato l’apparato scenico un tantino scialbo e poco originale.

Questa per me è vera opera moderna, un sentiero interessantissimo e affascinante, che parla di noi e dell’arte del nostro secolo. Spero che la Scala continui a percorrerlo con i suoi spettatori, che hanno accolto con grande affetto e fascinazione questa composizione, lontana dagli sciocchi capricci atonali fini a se’ stessi  di certe altre “intellettualate”.

Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

11/06/2015

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