NOTTI MILANESI: CARSKAJA NEVESTA (UNA SPOSA PER LO ZAR) ALLA SCALA

Strana produzione quella della Carskaja Nevesta (perché questo è il suo vero titolo, per di più se l’opera è cantata in lingua) alla Scala; una di quelle completamente spaccate in due, in un contrasto quasi ossimorico tra la perfezione vocale e orchestrale e la bruttezza rara dell’allestimento.
Ho assistito alla rappresentazione dell’ 11 Marzo, penultima replica; si penserebbe quindi che in una recita così avanti (tra l’altro pochissime le rappresentazioni offerte dalla Scala per questa splendida opera, che coprono solo i cinque turni di abbonamento principali) una regia inesistente, delle scene pacchiane e dei costumi ridicoli non destino più scalpore. Invece i commenti in sala erano scandalizzati come se fossimo ancora alla prima.
 
Poche righe fa ho parlato di “perfezione vocale e orchestrale”, e mi spiego: sotto il profilo tecnico e musicale, questa è sicuramente la produzione più riuscita dall’inizio della stagione, grandi voci sia di fama che di fatto, e un Daniel Barenboim che sul podio è sicuro, a suo agio in questo repertorio.
Tra le voci spiccano particolarmente Olga Peretyatko, che ho avuto il piacere di sentire per la mia prima volta dal vivo: è una voce limpida, estremamente agile e flessibile, dal timbro chiaro e dalla tecnica precisissima, si destreggia in modo egregio anche in questo repertorio, che si distacca un po’ (ma forse nemmeno troppo) da quella che generalmente è la sua linea vocale, più vicina al belcanto.
Una sorpresa anche per quanto riguarda Anatoly Kotscherga (per comodità non citerò i nomi dei personaggi, datane la difficoltà di trascrizione), una voce di basso calda, piena, avvolgente, mapuntita, di carattere e intensamente drammatica.
Altra particolare lode va al mezzosoprano  Marina Prudenskaya, la cui voce, proiettata in modo eccellente, ha anche la particolarità di essere anche davvero bella da sentirsi, e in opere come queste, dove di solito non si bada più di tanto alla bellezza-non so per quale motivo-ma alla potenza, fa davvero piacere sentire un timbro così armonico e ben proporzionato.
Anche il tenore Pavel Černoch porta a casa un risultato più che soddisfacente, ma senza nessuna punta di eccellenza. La voce c’è e sembra adatta al ruolo (cosa essenziale in questo tipo di partiture, dove un errore di scelta può distruggere la voce del malcapitato), ma manca forse un po’ di pathos, e non mi riferisco solo alla mera interpretazione. E’ una voce un tantino anemica, ma assolutamente buonissima e di pregio.
 
Meno bene (e me ne rammarico) per Anna Tomowa Sintow, un mito dell’opera, una donna con i cui dischi sono cresciuto e cresco tutt’ora, ma se nelle passate produzioni avevo apprezzato la presenza e la prestazione di voci mature (Mara Zampieri in Traviata e Elena Zilio in Cavalleria Rusticana), devo confessare che la Sintow non mi ha entusiasmato affatto. Anzi, mi ha un po’ deluso. La voce non c’è quasi più, e spesso è costretta a ricorrere a messe in voce artificiali e artificiose, e anche l’intonazione era traballante. Gioca anche molto il fatto che se una Annina o una Lucia sono ruoli abbordabili da cantanti con un imponente passato alle spalle, questo ruolo e questo stile musicale non sono facili, e di conseguenza una voce al capolinea si trova proporzionalmente più in difficoltà, ma questo è un mio pensiero.
La direzione di Barenboim è stata grandiosa, se in Verdi (e in Mozart!) si riscontrano terribili limiti bisogna dire che Wagner e il tardo ottocento Russo sono il suo repertorio. Bacchetta sicura, direzione precisa e partecipe, con un’orchestra che risponde bene agli stimoli intelligenti e agli spunti davvero interessanti;
Da ultimo l’allestimento di Dmitri Tcherniakov, che dopo la turbolenta Traviata ritorna in Scala.
Devo dire da principio che si tratta di una delle peggiori produzioni che abbia mai visto dal vivo, e la bruttezza oggettiva dell’allestimento non è il primo problema: il difetto maggiore qui è la totale e desolante mancanza di originalità di una regia copiata con un maldestro collage da vari registi:
Scenografie rubate dal Ballo di Michieletto, (personalmente una delle peggiori produzioni di un regista che in se per se è anche intelligente), decisamente di cattivo gusto e con un messaggio (la dannosità del mondo “di facciata” odierno) che io, sarà per ignoranza, sarà per cecità, non ho colto assolutamente. Nemmeno con l’inquietante faccione a fine opera.
Costumi banalissimi, dove per le donne ci si limita al tailleur anni ’70 (almeno qualcosa di contemporaneo!) e gli uomini indossano le viste, riviste e triviste giacche doppio petto, come se non ne esistessero di altre, o i soliti cappottoni da gangster anni ’40, che tutti hanno ormai usato, da Carsen a Martone.
 
Giochi di luce non brutti, qualcosa di interessante si è visto, ma niente di cui far menzione particolare, e una regia o troppo banale o troppo pacchiana, esagerata nei movimenti, che disturbano.
Nuova produzione implicherebbe il concetto di “nuovo”; e l’altra sera in scena non c’era assolutamente nulla di nuovo. Se in Traviata avevo trovato degli spunti anche studiati e non stupidi, qui si tratta solo di una “modernata” che a quello si limita.
Teatro non pieno, purtroppo non è opera che attira molti spettatori, ma l’affluenza di pubblico non è stata tuttavia scarsa. Applausi convinti per il cast e Barenboim alla fine.
L a riflessione è che è bello ogni tanto sentire qualcosa di diverso da Verdi, Wagner o chi per esso. Loro sono dei geni e questo è appurato. Ma credo che anche un Korsakov meriti. Senza chiamarsi Giuseppe.
Prossimo appuntamento Les Troyens!
Saluti da Milano, alla prossima!
                                                                                  Stefano de Ceglia (Corrispondente Teatro alla Scala)
17/03/2014
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