NOTTI MILANESI: AIDA ALLA SCALA

Il Teatro alla Scala in questa ultima decade ha allestito moltissime versioni di Aida, proponendo (a volte propinando) al suo fedele pubblico svariate edizioni con cast diversissimi e risultati alterni, ma tutte rigorosamente nel nome di un solo regista.
Si parte da quella che nel 2006 inaugurò la stagione sotto la bacchetta di Chailly, con allegata Polemica Alagna nell’allestimento nuovissimo  di Zeffirelli, proseguendo nel 2009, con la di essa non memorabile ripresa; dirigeva Barenboim. Poi venne il momento del ritorno sulle scene del magico allestimento del 1963, affidato alla contrastata lettura di Wellber, e siamo nel 2012. A ciò seguì la ri-ripresa, l’anno successivo, della produzione creata per il 2006 (ma sanno che anche De Lullo e il compianto Ronconi qui hanno realizzato regie, peraltro meravigliose, per questo titolo?) diretta magistralmente da Noseda, per giungere a quella cui ho assistito il 18 Febbraio.
Inutile dire che dopo una continua e quasi pedissequa infornata di Aida si arriva a questa con le aspettative di uno che non si aspetta proprio niente; si va e si ascolta, con la mentalità del “ vediamo stavolta”.

Partiamo dal versante musicale. Aida era interpretata da Kristin Lewis. E’ curiosa questa scelta, per un ruolo che precedentemente era stato interpretato, tralasciando i risultati meno buoni, da voci come Violeta Urmana, Hui He e Liudmila Monastryka. La Lewis gode di un timbro piacevole, discretamente tiepido e fluido, ma non ha purtroppo il peso vocale adatto alla parte, e ciò la costringe spesso a dover “accorciare” le frasi, finendo fuori tempo, o a dover manipolare  i pianissimo e i filati, emettendo suoni dalla gola. Inoltre, se il registro alto, limpido e vibrante, è apprezzabile, non si riscontra lo stesso in zona bassa, tutta aperta.

Altra questione è la sua rivale, che per me è la vera vincitrice della serata; dopo un lungo periodo di assenza torna alla Scala Anita Rachvelishvili, forse uno dei tre mezzosoprani migliori del mondo. La voce, enorme e di una ampiezza sconvolgente, invade allagando letteralmente la sala, con il suo colore sanguigno ma struggente e una espressività coinvolgente, mai volgare o esagerata; ciò peraltro si riflette anche nella gestualità, nel modo di tener la scena, della quale la Rachvelishvili è padrona.
Come molti hanno già detto, la miglior prestazione di un mezzo da quella memorabile di Dolora Zajick in Eboli (2008).

Un esito nel complesso buono per Fabio Sartori, Radames reduce dall’indisposizione che non gli ha permesso di esibirsi alla Prima. Non è in ottima forma, come è logico, tuttavia ben si distingue il suo fraseggio elegantissimo e la vocalità potente e “rotonda”, mi si passi il termine, che trova compimento sia nel registro acuto che in quello medio/grave.

George Gagnidze è un Amonasro senza infamia e senza lode, parte bene nel secondo atto, ma nel terzo si perde e l’emissione finisce ingolata e affaticata. Bisogna anche dire che ha la sfortuna di non esser supportato da un timbro naturalmente fascinoso.

Gradevolissimo e suo malgrado poiché la parte è limitata il Re, Carlo Colombara. Timbro profondissimo, ma rilucente, quasi d’ottone, e un’ottima lezione di un canto onesto, pulito e di classe che tanto manca tra le voci maschili di oggi. Avrebbe potuto (e avrebbero dovuto concederglielo) interpretare un ruolo di maggiore importanza.

Il Ramfis di Matti Salminen è insoddisfacente sotto molti punti di vista. L’emissione è stentata, il fraseggio spesso rotto e anche la dizione è approssimativa. Frequenti le stecche. Spero che nessuno pensi che stia mancando di rispetto alla sua età, peraltro rispettabilissima, giacchè molti suoi colleghi coetanei cantano decisamente in modo migliore.

Bene anche i comprimari, con una note di lode alla Sacerdotessa di Chiara Isotton, una cantante che spero risentire al più presto, e cui, per bellezza vocale e dote, auguro una felicissima carriera.

La conduzione era affidata a Zubin Metha. Benchè nella diretta della terza recita abbia dato prova di tutt’altra lettura, nettamente migliore, mi atterrò a quanto ascoltato in sala. Non mi ha convinto, la bacchetta, per due motivi: il primo è soggettivo, personalmente ho trovato questa direzione particolarmente greve, e di una lentezza eccessiva (dove lentezza è pur intesa materialmente, ma anche lentezza “narrativa”) e particolarmente nel secondo atto prigioniera di inutili leziosità (si veda la marcia trionfale). La seconda ragione penso sia oggettiva, e concerne anche gli esecutori, cioè i complessi: ho notato una esecuzione abbastanza superficiale e spesso trascurata, non già da Metha, ma dagli orchestrali, con ritardi evidentissimi negli attacchi. Meglio invece il coro.

L’allestimento, che grazie al cielo non è più di Zeffirelli (che io adoro, beninteso, ma si faccia avanti chi dopo dieci anni di monopolio sul titolo non vorrebbe vedere qualcos’altro), è una nuova produzione di Peter Stein. L’idea mi ha molto affascinato, intrigante  e originale il voler costruire un Egitto (finalmente!) essenziale, futurista, dove il dramma possa svolgersi in una fredda Africa, parodia cattiva e sprezzante del  dorato paese dei Faraoni, cui viene fatto solo accenno negli splendidi costumi. Però le scene, che vogliono essere appunto essenziali, molto spesso finiscono col risultare scarne e vuote, generando così più un senso di assenza, di mancanza che di algida crudeltà. Ben realizzata la scena al tempio nel primo atto, mistica e spaventosa, così come il “giudizio”. Banali invece le scelte per il trionfo, che in sostanza riproponevano elementi delle regie tradizionali senza gli attributi scenici di queste. Molto ben studiate invece le luci, quasi accecanti sul bianco della scalinata del quarto atto.

Una sala piena ma non esaurita applaude moderatamente tutti, con una punta di entusiasmo meritata per Anita Rachvelishvili ed evidenti contestazioni a Salminen, come pure qualche fischio per Metha.
A Marzo Lucio Silla, di Wolfgang Amadeus Mozart.

Saluti da Milano, alla prossima!
Stefano de Ceglia

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