INTERVISTA A MARCO VINCO

Abbiamo intervistato Marco Vinco, basso veronese di fama internazionale, impegnato in questi giorni nel ruolo di Colline in “La Boheme” al Royal Opera House di Londra. L’opera verrà trasmessa in moltissimi cinema nel mondo e anche in Italia questa sera (10 giugno) alle 20.15. Abbiamo rivolto alcune domande a Marco proprio in occasione di questa stellare produzione.
Come ti è venuta la voglia di seguire le orme dei tuoi zii? E che ruolo hanno avuto nella tua formazione artistica, in particolare Ivo Vinco?
In realtà non è stato nulla di cercato, tantomeno di programmato. Al quarto anno di liceo avevo nella mia testa l’idea chiara di fare il medico. E tutto avrei pensato tranne che sarebbe andata poi così.
Mi trovavo nel cortile di casa assieme a mio zio Ivo e gli dissi “ zio, quand’è che mi insegni a cantare?”. Lui mi guardò dritto negli occhi e mi rispose sorridendo “ quando vuoi!”. Io in realtà da qualche anno già canticchiavo e suonavo in una piccola rock band e desideravo imparare i fondamentali del canto, giusto per evitare di gridare come un’aquila durante i concerti. Così, per scherzo, chiesi allo zio di darmi delle dritte. Ricordo che, il giorno dopo avergli chiesto di insegnarmi, andai a trovarlo e ci mettemmo al pianoforte a fare dei vocalizzi. Mi limitai ad ascoltare e a scimmiottarlo. Lui, anziché ridere, si incuriosì e mi chiese di ripetere quei suoni. Io ancora scherzoso ripetei finché non arrivammo ad un punto abbastanza acuto. Lui si fermò, mi guardò, chiuse il pianoforte e mi disse “Secondo me tu hai una voce per il teatro”. Io lo guardai e il suo volto era molto serio. Allora mi preoccupai e chiesi “ teatro d’opera?” come se fosse una specie di museo per animali impagliati. E lui “si da teatro d’opera. Se vuoi ti insegno come si fa”. Io incuriosito “ok, perché no?, proviamo. Ma nel caso non funzionasse potrò sempre tornare a cantare il rock, vero?”. E lui “ certo!”. Era agosto del 1994 e tutto iniziò in quel giorno.
Da allora Ivo è stato il mio unico maestro. Sono stati venti anni di vita assieme.

Come descriveresti, a chi non la conosce, la tua voce?
Si dice che la mia voce sia adatta al cosiddetto belcanto. E questo non l’ho deciso io, ma lo hanno deciso i direttori artistici. Si è infatti affermata sui palcoscenici internazionali grazie a compositori come Rossini, Mozart, Bellini, Donizetti. E’ una voce di basso cantabile, o di basso-baritono, a seconda dei criteri che si utilizzano per classificarla. L’impostazione è comunque tipicamente italiana,  quella cioè in cui tendenzialmente il suono risulta il più brillante possibile grazie alla “maschera”, il suo principale mezzo di risonanza; in cui il fiato non viene mai forzato ma dosato con misura. Sicuramente nulla a che vedere con le impostazioni russe o sassoni che privilegiano altri tipi di risonanze. La mia scuola è la stessa dello zio Ivo e di tutta la tradizione da cui egli stesso ha direttamente attinto.

Come credi si svilupperà la tua vocalità e quali potrebbero i futuri ruoli?
Questo non lo si può sapere nessuno. La voce è un’amante gelosa, e fa un po’ quello che vuole. Chiede moltissime attenzioni ma poi conduce lei il gioco. Quindi conviene un po’ assecondarla se non si vuole essere abbandonati.
Per ora il mio repertorio rimane principalmente quello belcantistico. Continuo con Rossini e con Mozart e penso che questi due compositori mi accompagneranno per un bel po’. Anzi lo spero. Poi ovviamente c’è Bellini, c’è Donizetti, c’è qualcosa di Verdi.
Le voci gravi si dice che siano un po’ come quei vini rossi corposi, e cioè che maturino col tempo. Staremo a vedere.

Quale potrebbe essere la strategia per attirare più giovani in teatro, soprattutto per quanto riguarda l’Italia?
Penso che le strategie siano importanti ma che non siano la cosa principale, o per lo meno che non siano la prima preoccupazione.
Credo che la questione dei “giovani a teatro” sia ben più profonda e che si giochi ad un altro livello. La domanda vera secondo me è questa: ragazzi, per che cosa vale la pena vivere? Se togliessimo dall’orizzonte della vita l’esperienza estetica e l’esperienza artistica, credo che perderemmo gran parte del gusto della vita o per lo meno della ricerca del senso del vivere.
Quella della nostra epoca non è appena una “crisi dell’opera lirica”, ma è una crisi dell’arte in generale in quanto strumento di ricerca della verità dell’uomo, dei suoi sentimenti, delle sue domande profonde.  L’arte in quanto tale, e quindi la poesia, la letteratura, il teatro, la musica, torneranno interessanti se tornerà ad essere messo al centro l’uomo con il suo desiderio di conoscere il mistero della propria vita. L’opera lirica per me è affascinante innanzi tutto perché scava in profondità tali questioni. Le opere sono dei capolavori di conoscenza dell’essere e del vivere umano. E non mi riferisco solo alle opere drammatiche o tragiche, ma anche alle opere buffe o ai drammi giocosi. Nelle tragedie di Verdi o di Puccini ma anche in Mozart e Da Ponte, in Rossini, quanti sentimenti, vicende umane, questioni esistenziali sono descritte in maniera assolutamente geniale. A contatto con queste opere io mi conosco di più, divento più me stesso, scopro cose di me stesso che nemmeno immaginavo.
Quando uno è curioso di conoscere se stesso e il mondo, se ha l’opportunità di entrare a contatto con un’opera d’arte vera, per esempio con opere di compositori e librettisti di questo calibro, è impossibile che rimanga indifferente. Quindi per i ragazzi che entrano a contatto con l’arte, la condizione perché essa “faccia colpo” è che i ragazzi stessi siano curiosi, che sia interessati alla vita, a conoscere sé stessi e il mondo.
Per quanto riguarda le strategie poi, ne possiamo discutere. Infatti esse potranno cambiare a seconda dei tempi e delle mode del momento, ma la questione umana che c’è alla base rimane la stessa.
Mi zio mi diceva “ chi non si commuove ascoltando queste cose, perde metà della vita”. E in questa frase molto semplice vibrava in lui la consapevolezza che si trattasse di una cosa vitale, necessaria.

Recentemente hai interpretato Don Basilio a Verona e ora sei Colline a Londra. Una messinscena innovativa e una invece tradizionale. Come cambia il tuo approccio alla musica e al personaggio?
Sono ormai abituato ad interpretare personaggi sia drammatici che buffi e opere con ambientazioni sia antiche che moderne e direi che la cosa è veramente stimolante. Una delle regole interpretative e che non si può diventare un personaggio se non lo si ha, per lo meno in parte, vissuto già. Come può essere possibile interpretare amore, odio, invidia, vendetta, perdono, se non ne si ha già fatto esperienza in qualche modo. E’ per questo che l’interpretazione, pur essendo un’arte, un mestiere, un artificio, una finzione, porta comunque dentro di sé la verità di colui che interpreta. Per esemplificare: io interprete capirò, sentirò, percepirò il dramma di un personaggio deluso d’amore solo se avrò già avuto modo i sperimentare questo dolore.
E’ solamente una vita vissuta che si può portare in palcoscenico. Consapevolmente o inconsapevolmente.
Poi ci si potrà mettere il costume d’epoca o i jeans, ma la sostanza dell’interpretazione rimane e rimarrà una riproposizione di una esperienza personale di vita. Di conseguenza tanto più ricca di esperienza sarà la vita dell’interprete, tanto più intensa risulterà l’interpretazione dei suoi personaggi.
Se uno vive profondamente la vita, allora interpretare un personaggio sarà semplicemente un gioco, sarà un “facciamo finta che io sia”. E in quel gioco ci sarà tutta l’esperienza della propria vita.
Ed è proprio per questo che un interprete cambia l’interpretazione di uno stesso personaggio nel corso della propria vita. Per esempio il mio Don Giovanni di ora non è certamente uguale a quello di 10 anni fa. Ne è passata di acqua sotto i ponti.

Ne La Bohéme ti ritrovi a cantare con grandi star odierne come Joseph Calleja e Anna Netrebko. Quanto è importante sul palcoscenico creare affinità con i colleghi?
E’ molto importante l’affinità tra colleghi e in questo devo dire che la Boheme aiuta tantissimo. L’essere amici sulla scena, in una soffitta di Parigi, aiuta ad essere amici anche fuori dalla scena. Questa è una esperienza che ho vissuto fin dalla prima volta che ho cantato La Bohéme nel 1998. E  mi sono accorto che non è solo una mia impressione.
Anche qui a Londra in questo cast stellare ci siamo divertiti moltissimo. La musica e il palcoscenico possono essere un collante straordinar

Cosa ne pensi dell’opera trasmessa nei cinema?
Personalmente faccio parte di coloro che credono che l’opera vada vista e sentita in teatro. In ogni caso, dati i tempi di crisi economica per tutti, credo che proiettare nelle sale cinematografiche l’Opera sia una di quelle famose buone “strategie” di cui accennavamo poco fa. In sintesi: piuttosto che nulla, meglio il cinema.
Detto questo, io sarei per pubblicizzare un po’ di più questo tipo di iniziative perché mi pare che le conoscano ancora davvero in pochi. Per esempio a Verona saremo in diretta con La Boheme d Covent Garden il 10 giugno alle 20.00 sia al UCI CINEMA sia al THE SPACE CINEMA del La Grande Mela. Ok ora qualcuno in più lo saprà.

Prossimi impegni.
Finiti gli impegni con La Bohéme al Covent Garden di Londra, tornerò nella mia amata Verona per il festival Areniano. Li interpreterò i ruoli di Don Basilio ne Il barbiere di Siviglia e di Leporello nel Don Giovanni. Poi sarà la volta dello Staatsoper di Vienna dove sarò Alidoro in Cenerentola e Enrico VIII in Anna Bolena. E poi toccherà a Nizza, Palma de Mallorca, Montecarlo all’insegna sempre di Rossini e di Mozart.

In bocca al lupo!!!
Francesco Lodola (IeriOggiDomaniOpera)
10/06/2015
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